Terzo Paesaggio


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Il lusso e la miseria del vuoto
 
Il paesaggio urbano è sempre più ingombro di edifici vuoti coperti di cartelloni, di finestre di edifici occupati coperte da manifesti, nuovi spazi alternativi alla pubblicità sui muri, e non mancano edifici derelitti occultati dietro a facciate dell’800 ben restaurate. In questi vuoti urbani compaiono erbe, arbusti e fiori, piccole foreste primigenie dell’abbandono, sempre più prossime alle ben curate aree residenziali. Non di rado la vista di questa natura risorgente, una natura zombie, suscita preoccupazione e sdegno negli abitanti, per il suo aspetto selvatico e anche un po’ border line, un luogo che può ospitare, soprattutto nell’immaginario, i peggiori devianti e le loro pericolose pratiche. Nel vuoto si intravede la miseria, l’abbandono.
 
 
Questo è il luogo del Terzo Paesaggio, dove l’uomo consegna l’evoluzione del paesaggio - più o meno antropizzato - alla sola natura. La definizione, il termine terzo paesaggio è stato introdotto e utilizzato da Gilles Clément, paesaggista francese, ingegnere agronomo, botanico, entomologo e scrittore, che ha influenzato con le proprie teorie molti paesaggisti europei ed ha pubblicato il suo libro Manifesto del terzo paesaggio nel 2005. Sin dall’inizio della sua attività Clément presta particolare attenzione alle frange urbane, ai terreni in abbandono, agli incolti e alla vegetazione che li caratterizza e intende mostrarci come la biodiversità presente in quei luoghi possa essere considerata un lusso, una risorsa indispensabile di diversità e di bellezza.
 
 

 Il termine Terzo Paesaggio viene utilizzato da Gilles Clément per la prima volta nel 2003, in una analisi paesaggista del sito di Vassivière, nel Limousin. L’analisi evidenzia il carattere binario di questo paesaggio: da un lato l’ombra, con le coltivazioni forestali dominate dalle piantagioni di pino Douglas, dall’altro la luce con le coltivazioni agricole principalmente dedite alla pastorizia, un paesaggio gestito dall’ingegnere agronomo. Queste due categorie di paesaggio individuate non esaurivano però la sua descrizione, ce n’era una terza dove si rifugiavano e sopravvivevano le specie vegetali scacciate dall’uomo con il diserbo. Questo terzo ambiente era costituito da lande, torbiere, ripe, bordi di strada, luoghi incerti, i “frammenti indecisi” del Giardino Planetario che rappresentano la somma degli spazi abbandonati dall’uomo e dove la natura riprende il controllo. A queste formazioni residuali e relittuali si aggiungono i territori tutelati istituzionalmente, aree protette, parchi e riserve e le riserve di fatto: i luoghi inaccessibili, incolti, i deserti, le cime montuose.

 

 

“Se si smette di guardare il paesaggio come l’oggetto di un’attività umana subito si scopre una quantità di spazi indecisi, privi di funzione ai quali è difficile dare un nome. Quest’insieme non appartiene né al territorio dell’ombra né a quello della luce. Si situa ai margini. Dove i boschi si sfrangiano, lungo le strade e i fiumi, nei recessi dimenticati dalle coltivazioni, là dove le macchine non passano. (…) Tra questi frammenti di paesaggio nessuna somiglianza di forma. Un solo punto in comune: tutti costituiscono un territorio di rifugio per la diversità. Ovunque, altrove, questa è scacciata. Questo rende giustificabile raccoglierli sotto un unico termine. Propongo Terzo paesaggio, terzo termine di un’analisi che ha raggruppato i principali dati osservabili sotto l’ombra da un lato, la luce dall’altro”.

Il Terzo Paesaggio è lo spazio privilegiato che accoglie la diversità biologica e si contrappone all’insieme dei territori antropizzati sottomessi alla gestione e allo sfruttamento dell’uomo. La gestione antropica delle componenti naturali del paesaggio seleziona la diversità e a volte l’esclude del tutto. Nei siti industriali, nelle città, in quasi tutti i luoghi dell’attività umana, dal turismo alle colture agricole e forestali, si riduce a poco o nulla la biodiversità. Anche dove la natura è affidata alle pratiche agricole delle sue componenti rimane ben poco, il numero di specie che ritroviamo in un campo coltivato o nel sottobosco di un impianto forestale è molto basso se confrontato con quello che sopravvive in uno spazio relittuale. Questa vocazione del Terzo Paesaggio al mantenimento della biodiversità ne fa una riserva genetica del pianeta, lo “spazio del futuro”, una necessità biologica che condiziona l’avvenire degli esseri viventi e la loro conservazione diventa un fatto politico, modificando la lettura del territorio e valorizzando dei luoghi che vengono di norma ignorati. Le scelte che vengono fatte sull’uso del suolo e del territorio devono prevedere la conservazione e la valorizzazione dei luoghi “incerti” per poter gestire con successo e lungimiranza il futuro.  In quest’ottica il Terzo Paesaggio deve diventare oggetto d’interesse per i professionisti della gestione del paesaggio, per coloro che lo progettano e che dovranno prevedere nei loro interventi l’inclusione di una parte di spazio non gestito o definire come spazi di pubblica utilità i terreni abbandonati e incolti. Nella sua difesa della biodiversità, Clément propugna una sorta di “politeismo vegetale” contro il monoteismo del prato all'inglese, anche se nei suoi giardini ne fa grande uso. 
 

 

Per Gilles Clément il Terzo Paesaggio è come il Terzo Stato, del quale l’Abbé Siéyès diceva: “Cos’è il Terzo Stato? Tutto. Che ruolo ha nel presente? Nessuno. Cosa vuole diventare ? Qualche cosa.” Nei residui di un’organizzazione territoriale si detiene la qualità del paesaggio planetario e all’uomo è riservato un ruolo decisivo dove il suo rapporto con la natura deve essere riconsiderato alla luce di una nuova attenzione alla diversità. Clément  non parla di Terzo Paesaggio in termini naturalistici o ecologici ma lo collega piuttosto alla demografia, “la durata del Terzo Paesaggio - nella diversità e nel futuro biologico - è legata al numero umano e soprattutto alle pratiche messe in opera da questo numero.” Si ribadisce così l’importanza dell’uomo - della “densità” della sua presenza sul territorio - nella gestione della diversità che acquisisce così una dimensione politica responsabile della sua conservazione e sviluppo. L’evoluzione della diversità non può che essere conseguenza dell’organizzazione del territorio. Nel pensiero di Gilles Clément l’uomo è in primo piano, così come lo è la sua “istruzione”, nel Manifesto propone di “insegnare i motori dell’evoluzione come si insegnano le lingue, le scienze, le arti.” L’uomo è il giardiniere della Terra e le arti e gli strumenti per essere giardinieri devono essere conosciuti da tutti, per “facilitare il riconoscimento del Terzo Paesaggio alla scala abituale dello sguardo.” “Lo statuto (non scritto ma accertato) del Terzo paesaggio è di ordine planetario. Il mantenimento della sua esistenza non dipende da esperti ma da una coscienza collettiva.”

 

 

Con la metafora del giardino planetario, Clemént, partendo dal presupposto che la terra è come un giardino, evidenzia come l’uomo deve percepire lo spazio destinato alla vita e agli esseri viventi come uno spazio chiuso. Attraverso la comprensione di questo concetto tutti devono sentirsi responsabili di questa nuova entità, divenendo così giardinieri. L’ecologia è integrata all’uomo, e la finalità del giardino planetario è quella di gestire la diversità senza distruggerla. Clément utilizza la metafora del treno lanciato ad alta velocità verso lo sfruttamento del pianeta per affermare che non dobbiamo solo rallentare la corsa, ma cambiare treno. Se la visione antropocentrica prevale, se lo sguardo sulla natura rimane distratto e disattento non potrà che permanere l’attuale stato di sfruttamento incondizionato delle risorse. Occorre un cambiamento di paradigma che riconsideri il rapporto tra uomo e natura alla luce di una nuova attenzione alla diversità e questa attenzione, per essere efficace, non potrà che essere collettiva. Il Terzo Paesaggio appartiene alla collettività e come tale essa stessa deve tutelarlo e mantenerlo.

Il Manifesto del Terzo paesaggio è l’affermazione della necessità di nobilitare gli spazi residuali, il tentativo di renderli visibili all’uomo facendogli accettare il presupposto che questi spazi hanno un loro codice che può rimanere indecifrabile. Il contributo più prezioso che Gilles Clément fornisce all’analisi del paesaggio consiste nel portare alla luce qualche cosa a cui fino ad ora non è stato riconosciuto alcun valore, ma che ricopre un’importanza primaria nella vita del nostro pianeta perché é il luogo dove si rifugia la diversità. Nell’insistere affinché l’uomo prenda coscienza di questa ricchezza, Clément si pone contro ogni forma di tutela e regolamentazione, affermando che l’uomo non deve applicare al Terzo Paesaggio i principi comuni dell’organizzazione del territorio, ma elevare la “non azione”, o un’azione minima, come possibile forma di rispetto nei confronti dei tempi e dei modi di crescita che appartengono alle diverse entità che compongono il complesso mosaico della biodiversità. Ne deriva che i tradizionali strumenti di gestione del patrimonio, dalla sorveglianza alla tutela, possono annullare le qualità proprie del Terzo Paesaggio. Questa affermazione di Clemént si contrappone alla visione istituzionale, ma anche alle strategie di gestione “spontanee” che si vogliono applicare a questi luoghi, come alcuni fenomeni di guerrilla gardening che si sviluppano in varie città. La miglior tutela di questi luoghi residuali - "non bene patrimoniale, ma spazio del futuro" - è quella che consente la loro sopravvivenza come elementi di connessione e vivificazione tra i vuoti della maglia delle attività antropiche. In situazioni extra-urbane viene anche individuata la possibilità di evoluzione degli incolti verso forme naturali di paesaggio come le foreste.
 

 
Questa concezione ecologica e non patrimoniale del territorio conferisce valore positivo ad elementi come l’instabilità, la contiguità, l’improduttività, il nomadismo biologico e a quelle che vengono definite da Clemént “pratiche consentite di non organizzazione”. Questa visione del paesaggio contrappone l’innovazione biologica all’accumulazione economica, definendo così il Terzo Paesaggio come un modello inclusivo - la biodiversità non esclude - essendo basato sulla mescolanza planetaria, elemento costitutivo del funzionamento ecologico e della ricchezza ecosistemica. La non esclusione mette in discussione la modalità abituale del costruire e abitare lo spazio in ambiti e luoghi separati - la residenza, il parco, l’area produttiva e quella commerciale - proponendo un paesaggio altro, terzo appunto, di cui si percepisce la presenza come “frammento condiviso di una coscienza collettiva”. La proposta di lettura del paesaggio offerta da Clemént si oppone a quella dominante intesa come strumento di controllo non neutrale della circolazione dei modelli spaziali, operata attraverso una selezione strumentale degli elementi del territorio - forme naturali e antropiche, gruppi sociali e identità locali, specie autoctone e allogene - che confluisce inevitabilmente in una lettura e in una visione dello spazio propria di una classe sociale e quindi tendente ad escludere quelle di altri gruppi sociali.

 


Questa lettura inclusiva del paesaggio è ancora più evidente nel manifesto rappresentato da Il giardino planetario dove il termine giardino non sta più ad indicare l’hortus conclusus, il luogo chiuso delimitato dal recinto (garten) che protegge la natura ordinata dall’uomo dalla natura selvaggia e ostile che viene tenuta fuori dalle mura. Il giardino planetario è contemporaneo alla città globale come il parco urbano lo era alla città dei secoli scorsi. Interpreta la natura contemporanea dell’ambiente antropizzato, la diversità degli esseri sul pianeta e la necessità di un ruolo gestionale di questa diversità da parte dell’uomo. Il concetto di Giardino Planetario si fonda su una triplice constatazione: il limite (finitude) ecologico, la mescolanza (brassage) planetaria, la pervasività (couverture) dell’azione antropica.

 

La mescolanza planetaria è il risultato di una incessante agitazione di flussi attorno al pianeta: venti, correnti marine, transumanze animali e umane, grazie alla quale le specie veicolate si trovano costantemente mescolate e ridistribuite. Contrariamente all’uomo, la sola specie in grado di superare tutte le barriere climatiche con l’aiuto di molteplici protesi - habitat, vestiti, veicoli climatizzati - le piante e gli animali si ridistribuiscono secondo la loro capacità di vita all’interno di grandi zone climatiche sul pianeta, chiamati biomi. La cosiddetta immagine del “continente teorico”, somma di biomi assemblati in un’unica entità, la fusione di tutti i continenti, benché virtuale, interpreta una realtà attuale. La mescolanza planetaria minaccia la diversità specifica mettendo in concorrenza specie con differente vitalità, ma produce nuovi comportamenti, nuovi paesaggi, a volte anche nuove specie. Il giardino, inteso in senso tradizionale, è un luogo privilegiato della mescolanza planetaria. Qualunque giardino, fatalmente abbellito da specie venute da tutti gli angoli del mondo, può essere visto come un catalogo planetario. Ogni giardiniere è come un procacciatore di incontri tra specie che non erano destinate, a priori, ad incontrarsi. La mescolanza planetaria, originalmente regolata del gioco naturale degli elementi, è incrementata di fatto dall’attività umana, essa stessa sempre in espansione.

 

 
La pervasività - copertura - antropica concerne il livello di “sorveglianza” del territorio sottoposto alla regia dell’uomo. In un giardino, anche se tutto non è tenuto sotto controllo, tutto è conosciuto. Le specie lasciate crescere spontaneamente del giardino, lo sono volontariamente, per comodità o necessità, ma lo spazio “spontaneo” non è necessariamente uno spazio sconosciuto. Il pianeta, interamente sottoposto al controllo dei satelliti, è, da questo punto di vista, assimilabile al giardino.
 
Il giardino Planetario è un modo di considerare l’ecologia integrando l’uomo - il giardiniere - nei meandri dei suoi spazi. La filosofia che lo sottende deriva direttamente dal concetto di Giardino in Movimento: “ Fare il più possibile con, il meno possibile contro. La finalità del Giardino Planetario consiste nel cercare un modo per sfruttare la diversità senza distruggerla. Come continuare a far funzionare la “macchina” pianeta, far vivere il giardino, e quindi il giardiniere.
 
 

 

Gilles Clément
 
Gilles Clément (1943) è un paesaggista francese, ingegnere agronomo, botanico, entomologo. Insegnante presso la ENSP (Ecole national supérieure du paysage) di Versailles. In Italia il suo lavoro è stato approfonditamente trattato su “Domus”, “Lotus”, “Navigator” e altre riviste, ha pubblicato il libro Manifesto del terzo paesaggio e Il giardiniere planetario che presenta le sue realizzazioni più importanti, tra cui: il celebre Parc André Citroën e il nuovo parco di Quai Branly a Parigi, i giardini ultramoderni della Grande Arche alla Défense e André Matisse, a Lille, gli interventi nei parchi storici di Blois e di Valloires.
 
Bibliografia minima :
 
Elogio delle vagabonde, DeriveApprodi, 2010
Il Giardino in movimento, Quodlibet, 2010
Il giardiniere planetario, 22publishing, 2008
Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, Macerata 2005.
I nuovi paesaggi, Electa, Milano 2001.
 
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