marcio su roma


 

Quando la mafia copre la rendita

di Andrea Colombo
 
Ci sono due parole che nella campagna elettorale di Roma non risuonano quasi mai: Mafia Capitale. L’assenza pare strana, e non solo perché tra i tanti scandali che negli ultimi anni hanno flagellato le amministrazioni comunali e regionali, dall’Expo al Mose, si tratta del più macroscopico e di quello che ha avuto più vasta risonanza mediatica. Anche e soprattutto perché le stesse elezioni nella Capitale sono in buona parte una conseguenza di quella fragorosa inchiesta: è stata Mafia Capitale a indebolire il sindaco Marino tanto da rendere un gioco metterlo poi alla porta, e così inevitabile il voto anticipato.
 
La bizzarria è tale solo in superficie. In realtà, aldilà delle intenzioni degli inquirenti, l’inchiesta e il processone, iniziato con massimo fragore e pletora di televisioni in aula ma proseguito poi quasi in clandestinità, hanno finito per occultare più che per scoperchiare l’immensa palude nella quale Roma continua ad affondare. L’inchiesta bomba è stata adoperata, con notevole sapienza e grazie a complicità mediatiche preziose, per disinnescare. Ha fornito un alibi e la politica si è affrettata a cogliere l’occasione.
 
Numerosi elementi hanno contribuito a trasformare l’inchiesta Mafia Capitale nell’opposto di quel che voleva e forse poteva essere. Il primo è proprio la scelta di contestare l’associazione mafiosa ai corruttori assiepati intorno e dentro il Campidoglio. Che chiamare in causa la mafia significasse tirare per i capelli fatti e risultanze processuali è reso evidente già dalla mole di pagine che, nell’ordinanza di arresto, veniva spesa per giustificare un capo d’accusa che pareva smentito dall’assenza di tutti gli elementi che di solito si accompagnano alle lucrose attività della criminalità organizzata: nessuna violenza, nessuna minaccia fisica, nessun ricatto.
 
Il procuratore Pignatone, com’è noto, se la cavava sostenendo che ovunque venga esercitato «potere di intimidazione derivante da vincolo associativo» si può a buon diritto parlare di mafia: assioma in base al quale si potrebbe per la verità contestare l’associazione mafiosa a chiunque, fatto salvo qualche raro bandito solitario. È probabile che la procura di Roma abbia scelto di mettere in campo la più pesante tra le accuse per potersi avvalere degli strumenti «investigativi» eccezionali che questa comporta, dal regime di carcere duro al prolungamento dei termini della detenzione preventiva.
 
Il solo uso della parola «mafia», però, implica un modello preciso e valido sempre, persino nella Palermo del sindaco Vito Ciancimino: quella di un potere criminale esterno che assedia l’amministrazione pubblica. Questa piovra può infiltrarsi nei gangli dell’amministrazione stessa, inquinarla e corromperla sino al midollo, ma pur sempre di un potere criminale esterno si tratta. Una volta mozzata la testa dell’idra, se mai ci si riuscisse, il problema sarebbe risolto e resterebbe solo da ripulire l’amministrazione dalle scorie dell’oscena infiltrazione.
 
Questo quadro, che pare inquietante ed è in realtà rassicurante, è garantito dalla presenza essenziale di Massimo Carminati. Senza di lui sarebbe impossibile parlare di mafia. È lui con la sua «straordinaria caratura criminale», più volte sottolineata dalla procura, che certifica la presenza di un’organizzazione criminale che più criminale non si può, impegnata nel dare l’arrembaggio a Roma. Carminati è l’«uomo nero» elevato a livello di perfezione: ex terrorista nero (anche se in realtà dei Nar era solo amico), ex boss della Magliana (anche se della famigerata banda non ha mai davvero fatto parte), protagonista di romanzi e serial tv. Meglio di lui nemmeno Vito Corleone.
 
Il quadro è completato dalla motivazione bizantina che ha giustificato, molti mesi dopo l’avvio dell’inchiesta, il mancato scioglimento del Comune di Roma, come sarebbe stato doveroso fare a fronte di un’infiltrazione mafiosa tanto pervasiva. Detta giustificazione, mai ufficializzata ma comunicata a porte chiuse alle commissioni parlamentari, si basa sul fatto che il «potere di intimidazione derivante dal vincolo associativo» è stato sì colpevolmente esercitato, ma solo negli anni dell’amministrazione Alemanno. Dopo il ricambio al Campidoglio, nel corso della breve era Marino, la banda ha proseguito nelle sue attività di malaffare, ma ricorrendo alla più modesta corruzione e non più all’intimidazione mafiosa.
 

Conclusione: un boss mafioso fasciocriminale, forte anche della presenza nel cuore dell’amministrazione Alemanno di tanti ex camerati, aveva effettivamente cinto d’assedio e inquinato il governo della prima città d’Italia. Però l’assalto propriamente mafioso si era esaurito già con la sconfitta dei neri, e la scia corrotta è stata poi liquidata con l’inchiesta e il successivo repulisti. 

 

 
È lecito dubitare che sia davvero questo il quadro della situazione a Roma. I dati raccontano un’altra storia. Prendiamo la «29 giugno», la cooperativa di ex detenuti fondata negli anni Ottanta e che ha costituito a lungo un modello meritorio di esperimento sociale di reinserimento ma che, a un certo punto, si lascia coinvolgere, almeno nei suoi vertici, da un giro d’affari sempre più vertiginoso, con tutto quel che di marcio ne consegue.
 
La coop rossa non aspetta affatto di allearsi col Nero Carminati per decollare a livelli decisamente inconsueti per una cooperativa di quel tipo. Moltiplica di quasi 12 volte il fatturato negli anni della giunta rossa Veltroni, passando da 600mila euro a quasi 7 milioni. È vero che la cifra lievita poi grazie all’asse con Carminati e, grazie a lui, con i neri della giunta Alemanno, fino a raggiungere un fatturato di 21 milioni. Resta che, in proporzione il balzo non viene fatto negli anni mafiosi e neppure in quelli della «corruzione semplice», con la giunta Marino, ma più semplicemente incarnando la clientela, che nei comuni e nelle regioni è di vitale importanza, negli anni d’oro, non sfiorati da alcuna inchiesta, di Veltroni.
 
La stessa comparsa del gangster dalla «straordinaria caratura criminale» è a tutt’oggi oscura. Come sia entrato in contatto con i rossi della «29 giugno» resta misterioso. In compenso si sa che per tutta una lunga prima fase l’amministrazione Alemanno fa il possibile per sbarazzarsi dell’odiata cooperativa rossa, provocando anche numerose manifestazioni di protesta alle quali prende parte l’intero centrosinistra romano. Fino a che la destra al potere non si rende conto di essere del tutto priva di quelle cinghie di trasmissione clientelari delle quali dispongono invece in abbondanza sia il centrosinistra, grazie alla Lega delle cooperative, che i cattolici, con le coop legate a Comunione e Liberazione della Cascina.
 
Tutto lascia pensare che la «pace» che scoppia all’improvviso tra Alemanno e la coop nemica si basi su un rapporto di reciproco vantaggio: la giunta smette di ostacolare la «29 Giugno» e anzi la trasforma anche nel proprio punto di riferimento, la cooperativa, da parte sua, svolge per i neri le stesse funzioni clientelari già sbrigate, e che continua comunque a sbrigare, per il centrosinistra. Massimo Carminati sembra in realtà essere il garante di questo accordo.
 
Il disegno è rovesciato rispetto al rapporto classico tra criminalità mafiosa e politica. Non si configura infatti un potere criminale esterno che aggredisce l’istituzione e vi si infiltra ma, al contrario, si tratta di un’associazione criminale direttamente «evocata» dall’istituzione a finalità puramente clientelari. Di conseguenza è nella migliore delle ipotesi illusorio pensare di risolvere il problema colpendo l’associazione, anche se si riuscisse a mozzarle la testa e annientarla, senza mettere le mani nel rapporto patogeno che si è determinato in tutte le amministrazioni locali, ma a Roma persino più che altrove, tra il potere politico e le molteplici esigenze clientelari: dal solito finanziamento illecito alla raccolta di voti alla disponibilità di manovalanza per le campagne elettorali.
 

 
Anche la leggenda di una Roma spolpata dalla corruzione, della quale Mafia Capitale sembra aver acquistato un improbabile monopolio, va ridimensionata. La corruzione, va da sé, è davvero un problema enorme. Comporta sprechi e dilatazione dei tempi di realizzazione di ogni opera, grande o piccola. Però il giro di affari del «sodalizio», come abitualmente definito dalle carte processuali, si aggirava sul centinaio di milioni.
 
Una cunetta rispetto alla voragine rappresentata dal vero assalto alla diligenza romana degli ultimi anni, la Metro C, dove hanno le mani in pasta non i banditi neofascisti, ma i signori romani del cemento e della rendita, oppure alla pratica di regalare ai palazzinari centinaia di migliaia di cubature da cementificare in cambio dell’impegno a costruire quei servizi che l’amministrazione non è in grado di finanziare da sola. Impegno che i palazzinari stessi puntualmente disattendono o non ricambiando il favore con i servizi promessi oppure torcendoli in modo che vadano a esclusivo vantaggio delle loro zone di proprietà, perché aumentano il valore degli immobili. La pratica in questione è stata battezzata come «moneta urbanistica» dal sindaco di destra Gianni Alemanno, ma era stata inaugurata e usata almeno in pari misura dal suo predecessore di centrosinistra.
 
 
È chiaro che la stessa corruzione prolifera in questo ambiente naturale favorevole. In base alla legge Lunardi l’intero business della Metro C era affidato al «contraente generale», cioè al consorzio Metro C nel quale il maggiore azionista è Caltagirone. I subappalti, però, sono oltre 3.500: è ovvio che, procedendo a cascata, nel gigantesco affare si sono ingrassati, chi più chi meno, in tanti.
 
Pensare di affrontare il dramma di Roma senza misurarsi con il nodo dell’eterno asservimento della politica alle esigenze dei poteri locali, primo tra tutti quello dei grandi palazzinari/rentiers, fa il paio con la pretesa di risolvere il nodo della corruzione glissando sulla clientela, che ne è l’origine. Mafia Capitale poteva essere l’occasione per scoperchiare entrambi gli altarini. Invece è stata trasformata in tappeto grande abbastanza per nascondervi sotto tonnellate di polvere venefica. Perché mai la campagna elettorale dovrebbe occuparsene?
 
I temi trattati in questo articolo sono sviluppati più ampiamente dall’autore nel libro Marcio su Roma. Criminalità, corruzione e fallimento della politica nella Capitale, Cairo Editore.