belpaese


 

Viviamo in un Belpaese che già sappiamo essere a misura di pochi ricchi speculatori e dei loro non pochi clientes. Un paese dove è stata abolita l’aliquota IVA sui beni di lusso, sono diminuite le imposte sul reddito e dove, come ricorda l’Ocse, la mobilità fra le classi sociali è bloccata da anni e sono sempre maggiori le diseguaglianze. L’Iva, grazie anche all’applicazione di norme europee, non prevede più un’aliquota al 38% sui beni di lusso, oggi quest’ultima è la stessa per un auto fuoriserie o un motorino. Un paese dove il 62% dei trenteni vive in famiglia e va ad ingrossare l'esercito dei poveri che sale dal 9,4 al 14,2%, dove sei milioni di persone vivono senza redditi da lavoro. Un bel paese, un paese ideale per quella ristretta cerchia di persone capaci di concentrare il potere economico e quello politico nelle proprie mani.
 

Ora scopriamo anche di vivere in un Belpaese che sperpera le sue migliori risorse culturali e paesaggistiche per consentire ai pochi privilegiati di cui sopra di portare avanti le loro speculazioni immobiliari, e non solo, in spregio a ogni interesse collettivo verso questi beni comuni. Per legge criminogena. N.d.R.C.

 

 

Che Belpaese per i poteri forti

Leggi «criminogene» di ieri e di oggi. Cantone ha appena azzerato gli effetti corruttivi della legge obiettivo Berlusconi-Tremonti? Bene. Peccato che contemporaneamente la coppia Renzi-Madia punti a introdurre la possibilità di realizzare qualsiasi progetto in barba ai luoghi e alle soprintendenze
 
di Paolo Berdini
pubblicato su il manifesto del 7 maggio 2016
 
Raffaele Cantone, presidente dell’Anac, aveva più volte definito la legge obiettivo (Berlusconi-Tremonti, 2001) come «criminogena». Quella legge avrebbe dovuto consentire la realizzazione delle grandi opere strategiche ma è servita soltanto a togliere le tutele, i controlli e a cancellare l’azione delle soprintendenze di Stato che operano in armonia con i principi della Costituzione. Cantone portando in approvazione poche settimane fa il nuovo codice degli appalti (dlgs. 50/2016) ha di fatto azzerato i meccanismi corruttivi della legge obiettivo. Un grande risultato che va ascritto a suo merito.
 
Peccato per lui e per l’intero paese che in altre stanze, il governo Renzi con l’aiuto del ministro Madia sta portando in approvazione i decreti attuativi della cosiddetta riforma della Pubblica amministrazione (legge 124/2015) che estende a tutte le Regioni e ai 7.999 comuni italiani le procedure «criminogene» della legge obiettivo appena rottamata.
 
All’articolo 2 del decreto per l’accelerazione dei procedimenti amministrativi si legge infatti che: «Entro il 31 gennaio di ogni anno ciascun ente territoriale può individuare un elenco di progetti (…) riguardanti rilevanti insediamenti produttivi, opere di rilevante impatto sul territorio o l’avvio di attività imprenditoriali suscettibili di produrre positivi effetti sull’economia o sull’occupazione». È esattamente la stessa dizione contenuta nell’articolo 1 della legge obiettivo, con l’aggravante che in quel caso l’elenco di opere che potevano usufruire delle corsie preferenziali era limitato alle opere strategiche mentre ora la possibilità viene estesa all’universalità dei progetti.

 

 
Gli organi dello Stato che hanno il compito di tutelare i beni culturali e ambientali sono come noto sotto organico e già non riescono a smaltire gli attuali carichi di lavoro: se passasse questo folle provvedimento i poteri forti potranno realizzare qualsiasi proposta senza dover fare i conti con le soprintendenze. Anche perché insieme alla nuova riforma del ministro Franceschini, il parlamento ha approvato il meccanismo del «silenzio assenso»: stiamo entrando in pieno far west. Ancora, la coppia Renzi-Madia aggiunge a quello sterminato numero di opere quelle la cui decisione spetta al presidente del Consiglio e con l’articolo 4 lascia la possibilità di esercizio dei poteri sostitutivi da parte della presidenza stessa, prassi già inaugurata con lo «Sbocca Italia» a danno del detestato sindaco di Napoli De Magistris per il progetto Bagnoli. Un uomo solo al comando con la sua ristretta cerchia di yes men.
 
C’è poi un secondo decreto, quello sulle Conferenze di servizi. Qui si legge (art. 14, terzo comma): «La conferenza di servizi preliminare può essere indetta dall’amministrazione competente per progetti di particolare complessità e di insediamenti produttivi di beni e servizi, su motivata richiesta dell’interessato, corredata in assenza di progetto preliminare da uno studio di fattibilità (…) al fine di verificare quali siano le condizioni per ottenere alla loro presentazione i necessari pareri». Lo studio di fattibilità consiste in una relazione illustrativa di intenti e sulla base di una o due paginette «l’interessato» può chiedere la verifica delle compatibilità ambientali e culturali: lo Stato al servizio della speculazione immobiliare. Con una paginetta si può tentare la fortuna, se va bene si diventa ricchi anche se si distruggono il territorio e l’ambiente. Per inciso e per sottolineare il dilettantismo della compagine di governo, va notato che il citato Codice per gli appalti ha cancellato il livello di progettazione preliminare puntualmente richiamato invece nel provvedimento Madia.
 
 
Infine, nel decreto relativo alle autorizzazioni edilizie la monocultura economicista del legislatore arriva all’incostituzionalità. Si afferma (art. 1) che: «Allo scopo di garantire certezza di regimi applicabili alle attività private e di salvaguardare la libertà di iniziativa economica, le attività private non espressamente individuate ai sensi dei medesimi decreti o specificatamente oggetto di disciplina da parte della normativa europea, statale e regionale, non sono soggette a disciplina procedimentale».
 
Una formulazione simile era stata proposta da Tremonti. Oggi passa con Renzi a cui non interessa evidentemente il dettato costituzionale che, come noto, afferma che l’attività economica è libera ma «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale» (art. 41).
 
Sembra insomma che l’ubriacatura economicista iniziata con la legge Obiettivo del 2011 e proseguita senza soste con i molteplici provvedimenti dei governi di centro destra e poi con i vari Salva Italia (2011), Cresci Italia (2012), entrambi del governo Monti; decreto del Fare (2013, governo Letta) e lo Sblocca Italia (2015, governo Renzi) non abbia termine.
 
Il fallimento di queste ricette è evidente a ogni persona di buon senso. Ma il governo non la pensa così e continua ad operare per distruggere le basi stesse dello Stato ad iniziare dal territorio, dall’ambiente e dalle istituzioni che devono vigilare sulla tutela del patrimonio ambientale e culturale.
 
 
La non tutela del lavoro con i beni culturali
 
I nodi della riforma. Territorio, valorizzazione, canonizzazione del volontariato... E un nuovo centralismo che rischia di espropriare la possibilità di governare dai luoghi e creare occupazione con la cultura e il patrimonio ambientale
 
di Marcello Madau
pubblicato su il manifesto del 7 maggio 2016
 
Mentre Renzi e Franceschini riaprono il museo di Reggio Calabria con i bronzi di Riace e la canonizzazione del volontariato, diventa operativa una profonda riforma del sistema italiano della tutela – e del relativo ministero – che ha caratterizzato il Novecento. Riorganizzazione di uffici e istituti centrali e periferici, 22 «istituti dotati di autonomia speciale», valorizzazione di aree monumentali e dei musei organizzati in «Poli regionali» e separati dalle soprintendenze. Queste ultime scomparse nella forma singola, o mista, e unificate come «Soprintendenze archeologiche, belle arti e paesaggio».
 
La riforma avviene in un corpo sfiancato da decenni di tagli e mancate assunzioni, con provvedimenti gravi come il «silenzio-assenso» della «Legge Madia», che prevede in casi particolari l’intervento superiore dell’autorità prefettizia.
Ma la vera crisi non emerge nella rappresentazione prevalente tra fautori e critici della riforma, gli uni all’assalto della tutela gli altri alla sua difesa. I nodi sono su lavoro, valorizzazione, territorio. Emerge l’uso di tirocini, gratuità e volontariato sostitutivo, più che sussidiario; il centralismo sembra appartenere, in forme diverse, a critici e fautori. La crisi ha radici più profonde.
 
 
Il Ministero dei beni culturali e ambientali nasce agli inizi del 1975, dopo molto dibattito e con solide radici nella narrazione pubblica centralista, di matrice ottocentesca, dello stato italiano. Segue le rivendicazioni operaie e l’accesso ad una scolarizzazione democratica di fine anni Sessanta del Novecento. Il superamento della rarità e pregio nel riconoscimento dei beni culturali (come insegnò Bianchi Bandinelli) con nuovi occhi e intelligenze, amplia notevolmente il numero degli stessi beni. Le forze della tutela sono ben presto insufficienti per tutelare un patrimonio di molte decine di migliaia di unità. Uno squilibrio strutturale con fondi inadeguati. Si ricorre all’utilizzo sistematico e numericamente assai significativo dei cosiddetti collaboratori esterni, non di rado impiegati con sfruttamento e diffusa gratuità.
 
È proprio dalla relazione fra aumento di studiosi, impossibile assorbimento dello Stato e accresciute esigenze di lavoro su identità, analisi e valorizzazione dei luoghi che si forma la forza lavoro degli indipendenti. Questi lavoratori, radicati nei luoghi e ora riconosciuti nel «Codice dei beni culturali e del paesaggio» (art. 9bis), sono una forza di produzione preziosa, di ricerca, valorizzazione e beni comuni. È radicamento cognitivo nel paesaggio, da dove serve partire.
 
La tutela del paesaggio e il suo specificarsi in luoghi e segni culturali, comprendendoli, pretende unitarietà, e in questa direzione appare positiva l’unificazione delle soprintendenze. Sono piuttosto i modelli noti a essere inadeguati al patrimonio vasto. Servirebbe una territorialità della tutela radicalmente diversa, una nuova riflessione (per la verità assai timida anche in una sinistra più impegnata a difendere il vecchio sistema) che si radichi in teoria e prassi dei beni comuni.
 
Senza la costruzione di una tutela diffusa, di rete, che potenzi gli strumenti a disposizione dei luoghi tramite la pianificazione paesaggistica (originatasi nel 1985 con la «Legge Galasso», vera, profonda innovazione rispetto alle «cose» e ai luoghi di rarità, pregio e particolare bellezza) prevarrà il comando centralistico nel territorio, miratamente de-regolato da classe politica e lobbies relative.
 
 
Territorio, neo-centralismo e lavoro appaiono anche nel punto nodale della riforma, i «Poli museali regionali». Si pone il corretto problema dell’autonomia di musei e ricerche connesse. Il legame con le soprintendenze non può essere cancellato, ma andrebbe piuttosto riscritto in funzioni più vaste e adeguate della relazione museo/territorio. Infine: serve lavoro professionale, ci sono precisi profili, e da qualche parte si vedono novità. Ma troppo spesso si enfatizza, con simpatia opportunista e un po’ curiale, i bravi ragazzi ciceroni e volontari, a iniziare dalle visite al Quirinale. Gratis è bello, non per il lavoro ma per la spending review.
 
 
Proprio nei Poli museali regionali Mibact emergono problemi territoriali: è previsto che organizzino la valorizzazione anche di realtà non statali. La somma di potere tolta alle soprintendenze riappare nel sistema Musei: con effetti paradossali per il territorio. Come in Sardegna, dove un Polo statale composto da tredici musei e luoghi della cultura potrebbe coordinare un sistema museale di competenza regionale di circa duecento unità. In compenso la Sardegna, Regione autonoma e portatrice di un monumento Unesco come Su Nuraxi di Barumini, non ha neppure un istituto di autonomia speciale.
 
Esiti plasticamente espressivi di un neo-centralismo che rischia di espropriare la possibilità di governare dai luoghi e creare lavoro con cultura e paesaggio. D’altronde, nella riforma costituzionale che voteremo questo autunno si dice a chiare lettere che la promozione sarà, e con dei limiti, in capo alle Regioni, ma la «vera» valorizzazione sarà in capo allo Stato.