speculazioni


 

Dove si parla della Deutsche Bank, la banca tedesca forse sempre meno tedesca
 
Qualche affezionato cliente della più grossa banca tedesca ancora rimpiange i bei tempi di teutonica gestione e ripercorre la china del declino dell’etica bancaria dando la colpa alla globalizzazione della finanza, che ha costretto a mutare le strategie di vertice della banca, affidando allo straniero la presidenza e la delega ad amministrare. Rampogne e nostalgie di chi ha prestato fede alla pubblicità degli istituti bancari, sentimenti nazionalistici di chi ancora crede che tedesco è meglio, ma anche la spia di un malessere e una sfiducia diffusi verso un sistema di gestione del denaro, e del suo potere d'acquisto, sempre più speculativo sino a diventare, in non pochi casi, un sistema legalizzato di rapina. Nessun stupore se ai vertici della più grande banca tedesca siedono degli stranieri. Per la nuova razza padrona ciò che conta non è il luogo di nascita dei suoi dominus, ma la loro adesione al pensiero unico del mercato globale. 
 
Prima si liberò dei piccoli clienti, se volevano restare si dovevano affidare ai computer, poi si accorse che sono quelli rendono di più, e acquistò la Postbank che ha 13 milioni di modesti correntisti. Ora torna a disfarsene. Il capo era lo svizzero Josef Ackermann che spiegò: "nell’era della globalizzazione io devo rendere conto agli azionisti, e non sono tutti tedeschi, la mia regola è il massimo profitto. Comprare la DDR? La patria non c’entra. È un buon affare oppure no?" Anshu Jain, il suo successore che da poco ha gettato la spugna, è un angloindiano nato a Jaipur nel Rajastan. Ora a dirigere la DB è stato chiamato il britannico John Cryan.
 

Josef Ackermann, Anshuman Jain e Jurgen Fitschen, con altri due loro sodali facenti tutti parte dell'ex-management della Deutsche Bank, sono oggi indagati per speculazione a danno dei titoli di stato italiani, ma in Italia, chissà perchè, se n'è parlato molto poco. Di seguito potete leggere un'analisi dell'economista Fumagalli che, tra le altre cose, disvela il meccanismo di quel tormentone popolare che è diventato il mitico spread.*  N.d.R.C.

 
* Il termine spread è qui inteso come credit spread, e denota la differenza tra il tasso di rendimento di un'obbligazione e quello di un altro titolo preso a riferimento (benchmark), ad esempio, se un BTP con una certa scadenza ha un rendimento del 7% e la corrispettiva Bundesanleihe tedesca con la stessa scadenza ha un rendimento del 3%, allora lo spread sarà di 7 − 3 = 4 punti percentuali ovvero di 400 punti base. È importante notare tuttavia, che la determinazione giornaliera dello spread avviene sulla base delle libere contrattazioni sui mercati dei titoli e quindi, necessariamente, sulle quotazioni del mercato secondario.
 
Le Bundesanleihen, in Italia e in altri paesi comunemente note come Bund (termine usato come sostantivo maschile plurale), sono titoli di Stato decennali emessi dalla Germania.

 

 

 

Deutsche Bank: indagine su un’istituzione al di sopra di ogni sospetto

di Andrea Fumagalli
 
La mattina del 6 maggio 2016, le agenzie di stampa hanno reso noto che la procura di Trani ha aperto un’indagine per manipolazione di mercato contro Deutsche Bank e il suo ex management. L’inchiesta, ha preso le mosse da una denuncia dell’Adusbef e riguarda l’attività di speculazione avviata dal colosso finanziario tedesco nel I° semestre del 2011 a danno dei titoli di stato italiani.
 
Gli indagati sono cinque: l’ex presidente di Deutsche Bank Josef Ackermann, gli ex co-amministratori delegati Anshuman Jain e Jurgen Fitschen (attualmente co-amministratore delegato uscente della Banca), l’ex capo dell’ufficio rischi Hugo Banziger, l’ex direttore finanziario ed ex membro del board di Deutsche Bank, Stefan Krause.
 
La notizia è stata riportata in evidenza sui siti dei principali quotidiani italiani, ma solo sino a mezzogiorno. Il giorno dopo, se ne sono già perse le tracce. Inoltre alcuni tasselli della vicenda, quelli più “compromettenti”, sono stati volutamente dimenticati. Considerando lo stato dell’informazione libera in Italia, non c’è di che stupirsi.
 
 
Un’ordinaria storia di speculazione finanziaria
 
Ricordiamo come funziona il meccanismo della speculazione. Alcune grandi società finanziarie iniziano a vendere i titoli di Stato dei paesi che, a loro giudizio (d’accordo con le società di rating)  corrono il rischio di avere difficoltà di finanziamento. L’intervento delle società di rating, tramite il declassamento di parametri fittizi di valutazione del rischio, ha l’obiettivo di certificare ufficialmente una situazione di panico, spesso artificialmente creata. Nel caso dei titoli di stato, le situazioni emergenziali hanno l’obiettivo di colpire il sistema di welfare. E’ facilmente riscontrabile infatti  il nesso di causa ed effetto tra declassamento del titolo di stato e inizio della sua perdita di valore. Il punto, più volte denunciato  a parole ma mai seriamente affrontato nell’agenda dei cosiddetti “riformatori” dei mercati finanziari e di coloro che dovrebbero garantire la stabilità finanziaria  (ieri, il Financial Stability Forum, oggi l’European Financial Stabilisation Mechanism  – EFSM), è l’elevata collusione tra le società di rating e i grandi investitori istituzionali, che vedono spesso sovrapposizioni di cariche nei Consigli di Amministrazione, nonché partecipazioni incrociate.
 
La convergenza di interessi (rispetto al cui conflitto, quello di berlusconiana memoria fa ridere …) favorisce, in tal modo, il deprezzamento del valore dei titoli, inducendo aspettative negative sul loro valore atteso nel futuro. I tassi d’interesse relativi all’emissione dei nuovi titoli inizia a crescere, ampliando il differenziale (spread) con l’interesse sui titoli di Stato considerati più sicuri (come quelli tedeschi). Tale tendenza si autoalimenta sino a creare un’emergenza (shock economy, direbbe Naomi Klein) che obbliga la Banca Centrale Europea ad intervenire comprando, sui mercati secondari, i titoli di Stato più sotto attacco  in cambio di nuova liquidità monetaria (dando così origine all’odierno Quantitatve Easing, che quindi si rivela come un finanziamento indiretto e indotto alla stessa speculazione finanziaria), e, allo stesso tempo, chiedendo e imponendo misure economiche drastiche volte fittiziamente a ridurre il deficit pubblico. E’ il segnale che la speculazione ha vinto. Tutto ciò è abbastanza noto. Ciò che è meno noto è che, in contemporanea, il valore dei titoli derivati che assicurano i titoli di Stato (Credit Default Swaps, Cds e i derivati Future, quotati alla borsa di Londra) cresce enormemente, in modo proporzionale all’ampliarsi dello spread sui tassi d’interesse. Ciò consente ai possessori dei derivati di poter lucrare elevate plusvalenze. Fin qui la spiegazione teorica.
 
 
Ciò che è successo nel I° semestre del 2011 ricalca questo schema. Nei primi sei mesi del 2011, Deutsche Bank  ha ridotto dell’88 per cento la propria esposizione sui titoli di Stato italiani, riducendo il proprio portafoglio di titoli dagli 8 miliardi detenuti alla fine del 2010 a 997 milioni di euro del settembre-ottobre 2011 (fonte: Financial Times), dando, così, inizio all’aumento dello spread tra Btp italiani e bond decennali tedeschi. Ricordiamo che tale politica di vendite aveva interessato in precedenza la Grecia e anche altri paesi europei, con riduzioni dell’esposizione verso  Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna e Grecia di quasi il 70%. In questi casi, soprattutto per quanto riguarda la Grecia, la multinazionale finanziaria che si era maggiormente distinta è stata Goldman Sachs (che vedeva, sin dal 2005, tra i suoi international adviser– ovvero consigliere economico per gli affari internazionali – proprio quel Mario Monti che sarebbe divenuto nel novembre successivo primo ministro italiano, dopo essere stato nominato senatore a vita dal presidente Napolitano 4 giorni prima!).
 
A seguito delle vendite di Deutsche Bank, il valore dei Btp italiani inizia a ridursi e lo spread con gli analoghi titoli tedeschi inizia ad aumentare sino a superiore quota 300 in estate per arrivare a metà novembre a oltre 600. I tassi di interessi sono passati dal 3% a oltre il 7%  nel giro di pochi mesi, con un aggravio nella spesa per interessi stimato in circa 8-9 miliardi di euro.
 
E’ in questo intervallo di tempo, che viene conclamata la fase d’emergenza. Il governo Berlusconi non viene ritenuto più affidabile, la Bce invia la famosa lettera di richiamo a firma Draghi-Trichet, nella quale si indica l’agenda di politica economica da attuare per correre ai ripari e prendere misure di controllo del debito pubblico: aumento dell’imposizione fiscale indiretta (leggi Iva, guarda caso  l’imposta più regressiva), riduzione delle spese di welfare in nome dei diktat del pensiero neo-liberista, deregulation del mercato del lavoro, ampliando i gradi di precarizzazione e riducendo le garanzie sul lavoro.
 
 
A 5 anni di distanza, tutto ciò si è puntualmente realizzato, grazie al lavoro servizievole, prima del governo Monti-Fornero, poi Letta e ora Renzi. Ciò che non è avvenuto è invece proprio la riduzione del rapporto debito/Pil, in nome del quale sono sta fatte ingoiare e vendute come ineludibili le politiche attuate.
 
Contemporaneamente, il valore dei derivati sul debito italiano è aumentato di  quasi 5 volte, consentendo così enormi guadagni in termini di potenziali plusvalenze.
 
Si scoprirà poi solo successivamente che la stessa Deutsche Bank deteneva quote cospicue di tali derivati ed è su questo punto che indaga la procura di Trani, per verificare se sono stati commessi atti di “turbativa dei mercati finanziari”.  Ed è proprio questo particolare (che proprio “particolare” non è), che, guarda caso, non viene ricordato oggi dalla stampa italiana.
 
A inizio novembre 2011, l’allora presidente di Deutsche Bank Josef Ackermann in un intervento ad una conferenza a Berlino dichiara che Deutsche Bank comincerà di nuovo a comprare titoli di stato italiani. E’ il segnale che la situazione è arrivata al punto giusto e si ritiene che i titoli abbiano raggiunto il giusto ribasso, anche dopo che adeguati provvedimenti di politica economica sono stati intraprese a vantaggio dei mercati finanziari. Come d’incanto, l’emergenza cessa. Gli acquisti ricominciano, le borse si risollevano e gli investitori istituzionali iniziano a far incetta dei titoli di stato ai valori minimi. Nel giro di pochi giorni si maturano plusvalenze di tutto rispetto, che, per Deutsche Bank si sommano ai guadagni sui derivati. In poche parole, si ricompra a 40 ciò che era stato venduto pochi mesi  prima a 100.  Si calcola che dopo l’ attacco speculativo contro i titoli italiani, greci e spagnoli, con cali delle borse delle principali piazze finanziarie di oltre il 7-8%,  il recupero sia stato tale da riportare gli indici azionari ai valori precedenti, con plusvalenze che hanno raggiunto livelli record in pochi giorni, sino a consentire a Goldman Sachs di godere di maggior liquidità della stessa Federal Reserve americana.
 
 
Agili menti scoprono di più.
 
E’ il capitalismo finanziario, bellezza!
 
Non c’è nulla di irrazionale in questa vicenda, nessuna euforia irrazionale, né comportamenti di eccessiva ingordigia. Semplicemente l’esercizio di un potere consolidato da anni di violenza finanziaria  incontrastata in nome dell’ideologia di mercato. E non c’è nulla di illegale, perché la violenza del potere economico è sempre legale, mentre sappiamo bene che chi si oppone a tale violenza  viene subito considerato illegale. Per questo difficilmente  l’inchiesta della procura di Trani potrà arrivare a una sentenza di colpevolezza.  Così come avverrà per l’inchiesta ancora in corso sulla società di rating Fitch, in particolare contro uno dei due suoi analisti che avevano pubblicamente annunciato il declassamento dell’Italia nel gennaio 2012, declassamento che poi effettivamente ci fu poche settimane dopo, il 27 gennaio 2012. In questo caso, il reato era quello favoreggiamento di insider trading, quasi a voler favorire la continuazione  di quella speculazione al ribasso perseguita da Deutsche Bank nei mesi precedenti. Si noti che un’analoga inchiesta, svoltasi a Milano (non a caso capitale finanziaria, ovvero degli interessi finanziari, d’Italia), era sta archiviata per non aver commesso il fatto.
 
Di fronte a tale violenza, c’è poco da fare, se non armarsi di strumenti alternativi in grado di creare spazi crescenti di autonomia finanziaria.