social act


 

Il Social Act, l’operazione renziana annunciata alla stampa lo scorso marzo dal ministro Poletti, ancora una volta nasconde con un nome “positivo” una realtà decisamente negativa, soprattutto per i presunti beneficiari del provvedimento, ovvero i circa 12 milioni tra poveri assoluti e relativi presenti nel nostro paese, cifra pari a quasi il 20% della popolazione.
 
30 aprile 2016

Social Act, la messa al lavoro coatta dei poveri

redazione infoaut.org
 
Se il JobsAct non ha portato certo lavoro (se non malpagato e di scarsa qualità), se la Buona Scuola più che migliorare il mondo della formazione lo ha ulteriormente precarizzato, dequalificato, gerarchizzato e svenduto, se lo Sblocca Italia ha dato la stura solamente ad operazioni cariche di nocività e di svuotamento del controllo popolare sui territori, il Social Act più che puntare ad una riduzione delle diseguaglianze sociali sembra incanalarsi nel solco del farle perdurare, nel rendere le fratture già evidenti sempre più marcate offrendo un piano di sviluppo rivolto a più segmenti sociali con l’obiettivo di creare un nuovo tassello del paradigma finora poco vincente della ristrutturazione sociale obiettivo delle politiche thatcheriane del governo del ducetto fiorentino.
 

Dietro l’azione governativa c’è un evidente tentativo di svolta discorsiva innanzitutto verso le giovani generazioni: parlando di “attaccare le rendite e moltiplicare le opportunità”, Poletti nell’intervista al Corriere del 18 marzo scorso utilizza un lessico caro alla generazione “young & smart” che vota soprattutto grillino o si astiene con rabbia, e verso il quale il governo sta perdendo la sua principale partita di riproduzione sociale come scrivevamo nell’editoriale sulle contestazioni al CNR. Un tentativo di affermare un voler fare dell’Italia un paese mobile, attivo e intraprendente, che vede nella Garanzia Giovani (nonostante il suo evidente fallimento) e nella proposta di Poletti della creazione di un Erasmus del Servizio Civile (ovvero di una intensificazione sul mercato europeo dello sfruttamento che contraddistingue de facto di questa istituzione) i prodromi di una politica generazionale del governo.

 

 
Una promessa che però si scontra contro una realtà fatta di mancanza di possibilità - dovuta al ruolo sistemico che l’Italia deve giocare in questa fase di ristrutturazione dell’economia-mondo, ovvero di paese di bassi salari e indietro nella catena del valore relativa al lavoro- e tenuta viva solamente dalla “promessa” tutta mediatica di un futuro migliore poi che segua i sacrifici fatti ora, quella stessa promessa messa sotto assedio in queste settimane in Francia. Del resto questa retorica è la stessa che informa le campagne elettorali dei candidati più renziani alle prossime comunali, ad esempio si veda quella di Sala a Milano dove è il modello Expo, il suo modo di rivolgersi ai giovani (lavoro gratis) e al mondo imprenditoriale (profitti all’insegna della deregulation più spinta) quello che evidentemente richiede il sostegno alle urne, più che uno sguardo complessivo su Milano e i suoi problemi.
 

Poletti ha descritto il Social Act come un sostegno sociale a chi non ha lavoro, un compendio del JobsAct, annunciando il provvedimento entro la fine del 2016 ed en passant definendo il suo governo come “il più a sinistra della storia su poveri e lavoro”. Tralasciando questa ridicola chiosa, il Social Act dovrebbe prendere forma non solamente in un sostegno monetario, quanto nell’ulteriore messa a regime di un sistema coatto di inserimento al lavoro tutto da verificare nella pratica: ad esempio, dovranno essere istituiti i nuovi centri per l’impiego già previsti in termini fumosi dal JobsAct, che però in un contesto di stagnazione economica come quello attuale sembreranno più prendere le mosse di centri di introduzione alla precarietà e al lavoro svalorizzato.

 

 
Del resto lo stesso JobsAct e il suo fantomatico contratto a tutele crescenti si è rivelato una bolla di sapone scoppiata al terminare dei fondi previsti per lo sgravio fiscale alle aziende che assumono, e il Social Act sembra sempre più un piano gigantesco di workfare. Citando Poletti: “Sei un cittadino in condizione di necessità? Noi ti proponiamo un contratto. La collettività si prende carico di te, ti accompagna, sostiene il tuo reddito; ma dall’altro lato tu caro amico ti assumi un impegno, fai un accordo con la tua comunità”. Non a caso lo stesso aiuto finanziario promesso alle 280mila famiglie con minori in difficoltà, previsto di 80 euro (guardacaso) per un tetto massimo di 400, sarà condizionato al seguire corsi di formazione e ad accettare qualunque proposta di lavoro verrà formulata dal nuovo centro per l’impiego.
 
Nessun universalismo, nessun sostegno al reddito slegato dal lavoro, nessun keynesismo reale finalizzato al rilancio della domanda e quindi alla crescita economica: a beneficiare del provvedimento saranno solamente le famiglie con minore, con ISEE non superiore a 3000 euro, con nessun membro familiare occupato ( e i working poors, ci chiediamo?). Un’inclusione al sostegno economico differenziale e condizionata, non solo su base economica ma anche su scelte di vita come la maternità o su presupposti razzisti come il fatto che sono totalmente esclusi dal provvedimento le centinaia di migliaia di non ancora cittadini italiani che costituiscono un enorme esercito di riserva di sfruttamento e lavoro nero in tutti gli ambiti dell’economia e che sono una tra le altre delle ragioni della corsa al ribasso dei diritti e dei salari in questo paese, basti pensare alla logistica.
 
 
In poche parole, quello che si preannuncia è una messa al lavoro coatta della fascia povera della popolazione, che riempirà le fila dell’esercito precario soprattutto nel lavoro di cura, permettendo una progressiva dismissione del lavoro stabile delle persone con cui verranno messe in concorrenza. Campi come la sanità o la gestione della vivibilità urbana potrebbero essere i primi campi di applicazione: non sembrano tante lontane le proposte di alcune istituzioni regionali e comunali di mettere i disoccupati o gli indebitati con la società (carcere) o con Equitalia a pulire le strade o i parchi; non sembra estranea a tutto questo il processo di continua riduzione dei posti letto e della qualità delle prestazioni sanitarie a fronte dell’aumento del lavoro dequalificato e di pura assistenza nel mondo del lavoro di cura.
 
 
Lo sforzo economico complessivo del provvedimento che sta venendo discusso nel suo impianto generale nelle commissioni Lavoro e Affari Sociali della Camera, secondo le parole del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Nannicini, dovrebbe essere di 1,5 miliardi di euro. Una briciola rispetto alla necessità reale di redistribuzione della ricchezza sociale verso le fasce meno agiate della società, ma una torta comunque gustosa da spartire per chi dovrebbe guadagnare da questo provvedimento, come ad esempio le aziende e le cooperative del terzo settore che beneficeranno di contributi ma non saranno vincolate a particolari standard da rispettare per assunzioni e che non a caso stanno per essere investite da una riforma ad hoc che ne definirà il ruolo soprattutto come agenzie capaci di coprire il progressivo sganciamento dello Stato dai territori, divenendo nuovi attori della governance legati mafiosamente alle consorterie vicine ai poteri forti governativi; del resto, questo era il modello su cui Poletti aveva impostato la sua Presidenza della LegaCoop, questo è il modello su cui si vuole basare lo sviluppo del paese a venire.