bel suol d'amor


 

Piombo e petrolio

L’Europa è vulnerabile per la sua dipendenza energetica, l’Italia è in prima fila tra i Paesi costretti ad importare gran parte del loro fabbisogno di energia. Per risolvere il problema i paesi membri dell’Unione Europea procedono da sempre in ordine sparso. La Francia, con l’assenso degli Stati Uniti, si è avventurata nel 2011 in una guerra libica dal funesto esito, se si esclude lo scalpo del vecchio alleato Gheddafi. La Germania ha coperto il suo buco energetico acquistando più gas dalla Federazione Russa. All’Italia oggi non resta che arruffianarsi la nuova giunta militare insediatasi in Egitto nella speranza di accaparrarsi una quota di greggio dai nuovi giacimenti individuati nel paese, anche se i servizi segreti di questo paese torturano e uccidono impunemente cittadini italiani. L'unico tratto che li accomuna è che in tutti i conflitti in corso gran parte dell'arsenale bellico è stato prodotto e venduto da loro.
 
In Libia, un governo fantoccio, democraticamente nominato da alcuni Paesi NATO e sbarcato da una nave inglese nel porto di Tripoli da dove a malapena controlla le periferie, ha lanciato una generica richiesta di soccorso per proteggere il petrolio, più probabilmente per proteggere se stesso. Il tentativo di sbloccare con un colpo di mano la situazione in Libia sino ad oggi e' fallito e intervenire militarmente, e con truppe di terra occidentali, non può che complicare ancor di più una situazione palesemente fuori controllo.
 

Pur vivendo in un clima sociale e culturale spazzato e sconvolto dai venti di guerra che percorrono il globo, si dovrebbe almeno tener presente che sono da evitarsi, per comune buonsenso, le guerre inutili. Anche chi non è contro la guerra, in quanto strumento violento di annientamento dell’altro e brutale modo di risolvere i conflitti individuali tra popoli e nazioni, dovrebbe almeno preoccuparsi di conoscerne la fattibilità, i rischi e i vantaggi, prima di entrarci dentro a capofitto. In una logica bellica coerente, un intervento militare in Libia potrebbe avere qualche probabilità di riuscita solo se a sostenerlo ci fosse una effettiva alleanza in grado di prendere atto che l’interesse comune di americani, europei, libici e loro confinanti è allontanare da Sirti e dintorni la minaccia dei tagliagole del Daesh e del loro controllo dei pozzi di petrolio. Ma dovrebbero essere chiari gli obiettivi reali di tutti i partner dell'operazione e ridimensionate le pericolose ambizioni geopolitiche degli alleati doppiogiochisti. Se questo accadesse, un efficace blocco navale del Golfo della Sirte e un coordinato attacco a terra delle tante milizie che l’occidente ha armato e che oggi operano sul campo, con l’appoggio della logistica e della copertura aerea dell’Alleanza, sarebbero con buona probabilità in grado di evitare l’attuale rischio di sterminio della popolazione e di perdita di parte del 38% delle riserve petrolifere dell'Africa della migliore qualità. Dalle cronache mediatiche parrebbe che le guerre inutili a qualcuno utili siano.e non si vede compiere tentativo alcuno per eliminare o ridurre le palesi incongruenze e contaddizioni che queste sante allenze contengono al loro interno La logica bellica trova spesso difficoltà ad essere coerente. E' storia antica.

N.d.R.C. 

 

 

Soldati in Libia. Destabilizzazione, immigrazione, terrorismo: è questo che vuole il governo?
 
Lo chiede il M5S con un Question Time al Ministro degli Esteri:

 

non ritiene il governo che l'invio di militari italiani in Libia possa causare una maggiore destabilizzazione dell'area, con conseguente rischio di aumento tanto dei flussi migratori quanto di attentati terroristici contro il nostro contingente e in territorio italiano?
 
 
 
La situazione della Libia è ad uno stallo politico, e Renzi ha più volte dichiarato che l'Italia interverrà solo se il Governo libico chiederà a noi e al resto della comunità internazionale un sostegno. Ebbene: tale richiesta è arrivata, a molti Paesi ed anche all'ONU, e stampa e politica si abbandonano ora a dare i numeri sull'entità del nostro contingente nonché sul "ruolo di primo piano" che l'Italia dovrebbe ottenere. 300, 500, addirittura 5000 uomini come si andava sbandierando qualche settimana fa? Non si sa.
 
Una sola cosa per noi è certa: che non è il caso di imbarcarsi in una nuova guerra alle porte del nostro Paese, una guerra che non sarebbe combattuta solo contro lo Stato Islamico dell'Isis ma anche contro le milizie del generale Haftar -che è ad oggi il principale opponente del governo insediato-, armato dagli Emirati Arabi nonché sostenuto da Francia ed Egitto. Inoltre, i militari italiani sarebbero impiegati nel quadro di una forza ONU, il cui compito sarebbe principalmente proteggere i pozzi petroliferi che Francia e Gran Bretagna, sempre pronte a colonizzare, sono impegnate ad accaparrarsi per una futura spartizione. Il nostro Paese dovrebbe allora impegnarsi in una guerra per la convenienza altrui? E magari, con una legittimazione parlamentare ottenuta in fretta e furia e spinta dai soliti "Ce lo chiede l'Europa! Ce lo chiede l'ONU! Ce lo chiedono gli alleati!", ce lo chiede insomma chiunque tranne il popolo italiano e probabilmente anche quello libico, che di voce in capitolo non ne ha mai avuta.
 
 
La verità è che in Libia non esiste ancora un governo pienamente funzionante né con una legittimazione parlamentare: l'esecutivo di Al Serraj, dal chiuso di un bunker, si limita a "governare" alcune istituzioni principali e basta. E non c'è ancora traccia di risoluzione ONU riguardo al da farsi in Libia. Il succo delle "grandi manovre" a cui assistiamo? L'abituale corsa frenetica ad prendersi per primi le risorse di un Paese inerme, diviso e quindi facile preda. Al di là del giudizio morale che implica il partecipare a una rapina del genere, l'invio dei nostri soldati è un'avventura il cui risultato sarà solo l'aumento dei barconi e il conseguente rischio terroristico.
 
Il governo italiano vuole davvero prendersi la responsabilità dell'ennesima "esportazione di democrazia" a scopo "umanitario"?