burocrazia


 

Mentre tutti si affannano a dar colpa della cattiva gestione pubblica alla burocrazia e invocano la privatizzazione e i tagli di personale, si moltiplicano a dismisura dispositivi istituzionali e apparati normativi vari. Risulta ormai evidente il convergere di interessi tra l’apparato di controllo statale che stabilisce le regole e il mercato che le suggerisce e le strumentalizza, così come è altrettanto evidente che l’azienda è stata assunta come modalità organizzativa universale e la cooptazione è diventata uno strumento, forse l'unico rimasto, di ascesa sociale.
Nel saggio «Burocrazia», l’antropologo anarchico David Graeber dimostra come regole e mercato non sono antitetici, al contrario corrispondono ad una precisa strategia neoliberista. N.d.R.C.
 
L'utopia delle regole
 
David Graeber, Financial Times, Regno Unito
 
Dall'antico Egitto alle democrazie contemporanee, nessun regime ha mai governato rinunciando alle strutture burocratiche. E secondo l'antropologo statunitense David Graeber non spariranno neanche con le nuove tecnologie.
 
La burocrazia non piace a nessuno, eppure sembra che in un modo o nell'altro ce ne sia sempre di più. Ne vediamo gli effetti in ogni aspetto della nostra vita. La burocrazia è diventata l'acqua in cui nuotiamo: ci riempie le giornate con le sue scartoffie e con i suoi moduli sempre più lunghi e complicati. Semplici bollette, multe e moduli d'iscrizione sono ormai regolarmente accompagnati da pagine e pagine di documentazione in legalese.
 
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C'è una scuola di pensiero secondo cui la burocrazia tende a espandersi seguendo una logica interna, perversa ma inesorabile.
 
L'argomentazione è la seguente: se per risolvere un problema si crea una struttura burocratica, questa struttura invariabilmente finirà per creare altri problemi che, a loro volta, sembreranno risolvibili solo per via burocratica. Nel mondo accademico questo fenomeno è descritto in termini informali come il problema di "creare commissioni per risolvere il problema delle troppe commissioni".
 
Una variante di questa teoria dice che una burocrazia, una volta creata, farà in modo di rendersi indispensabile, cercando di esercitare un potere a prescindere da quello che vuole farne. Il modo migliore per raggiungere questo obiettivo è monopolizzare l'accesso a un certo tipo di informazioni chiave. Come scrive Max Weber, uno dei maggiori intellettuali tedeschi vissuti tra l'ottocento e il novecento, "ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni.
Nella misura in cui ne è capace nasconde le sue informazioni e le sue azioni allo scrutinio critico".
 
Come osserva lo stesso Weber, un effetto collaterale è che quando si crea una burocrazia è quasi impossibile sbarazzarsene.
 

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http://www.territorialmente.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/06/30-maggio-INTERNAZIONALE.-Graeber-Lutopia-delle-regole.pdf 

 

 

La macchina estrattiva di David Graeber
 
di Massimiliano Guareschi
 
La polemica nei confronti della burocrazia è un luogo classico dell’apologetica vetero e neoliberista. All’interno di quelle narrazioni, il ricorso ai meccanismi decentrati del mercato, alla loro razionalità orientata alla concorrenza e all’efficienza, costituirebbe il naturale antidoto alla superfetazione di scartoffie e procedure in cui risiederebbe l’essenza paralizzante dello statalismo. La realtà che ci consegnano gli ultimi decenni, trascorsi all’insegna del new public management e dell’assunzione dell’azienda come modalità organizzativa universale è ben diversa.
 
Un lessico mefitico
 
E così come le cosiddette deregulation si traducono immancabilmente in un incremento dei quadri normativi e delle tipologie contrattuali (si veda, in proposito, il mercato del lavoro), le politiche volte allo snellimento e alla semplificazione sono notoriamente sinonimo di complessificazione delle procedure, di introduzione di nuovi livelli di controllo, di proliferazione pratiche di auto ed eterovalutazione.
Si tratta di un dato ben noto, per esempio, a chi lavora nel comparto istruzione, dalle scuole alle università. Nella quotidianità del docente, lo spazio dedicato all’insegnamento o alla ricerca è sempre più eroso dall’incremento del lavoro burocratico, dalla compilazione di moduli, cartacei o online, da esercitazioni a soggetto da eseguire rigorosamente nel mefitico lessico pedagogico-aziendalista fatto di obiettivi, competenze, step, qualità ecc.
 
Al diritto amministrativo propriamente detto, con i suoi adempimenti, se ne aggiunge un altro, di origine privata, legato alla circolazione globale di benchmark, best practices, protocolli di iscrizione, normative Iso ecc. Non diversamente si presentano le cose nel settore privato, nonostante le pretese di razionalità ed efficienza miticamente giocate contro l’idolo negativo del pubblico. Del resto, la burocrazia non è certo monopolio degli apparati statali, come attesta la sua duplice genesi non solo pubblica ma anche privata, nello scenario delle grandi corporations.
 
Regole ferree
 
Il tema della burocrazia e della sua crescente invasività è al centro del recente volume di David Graeber The Utopia of Rules, tradotto da il Saggiatore con il titolo di Burocrazia (pp. 218, euro 21) e un discutibile sottotitolo da manuale di self-help: Perché le regole ci perseguitano e perché ci rendono felici. Si tratta di una tematica che permette all’antropologo anarchico, noto per la militanza in Occupy!, di tematizzare da un differente punto di vista rispetto al fortunato Debito. I primi 5000 anni i meccanismi estrattivi e di rendita di quel capitalismo contemporaneo troppo spesso semplicisticamente definito, con implicito riferimento al suo canone di autolegittimazione, in termini di neoliberismo.
La superfetazione burocratica, infatti, viene vista come una componente non accidentale ma strategicamente decisiva dei processi di cooptazione, alleanza e redistribuzione della ricchezza verso l’alto che caratterizzano la strutturazione globale della società dell’1 percento.
 
Graeber apre con la sua analisi con l’enunciazione di una «regola ferrea del liberalismo», in base alla quale «qualsiasi iniziativa di governo volta a ridurre la burocrazia e a favorire le forze di mercato avrà l’effetto ultimo di incrementare il numero complessivo delle norme, la quantità complessiva delle pratiche cartacee e il numero dei burocrati». Da un simile punto di vista, mercato e burocrazia lungi dal costituire polarità antitetiche appaiono implicarsi reciprocamente. Contro la riduzione della società a sommatoria di contratti, il Durkheim di La divisione del lavoro sociale puntualizzava come «non tutto nel contratto sia contratto». Muovendosi sulla scia di quell’intuizione, Graeber evidenzia la proliferazione di dispositivi istituzionali e apparati normativi e valutativi che si accompagna alla consegna ai cosiddetti meccanismi della contrattazione individuale e della domanda-offerta di un crescente numero di ambiti di azione.
 
Ogni contratto, infatti, fa riferimento a un formulario, a clausole, definizioni e quantificazioni, a diritti e doveri, ad autorità che si fanno garanti delle obbligazioni e ne sanzionano la violazione. Il fatto che oggi tali dispositivi non siano ascrivibili in maniera esclusiva o preponderante allo stato non deve indurre a pensare alla concretizzazione di uno scenario fatto solo di accordi individuali che si autoregolano. Al contrario, ci troviamo di fronte non a meno ma a più governo, anche se si deve registrare come la trama istituzionale e normativa chiamata a regolare le relazioni sociali e a consolidare i rapporti di forza promani in maniera crescente da soggetti privati o da autority di statuto anfibio, fra pubblico e privato.
 
Snobismi critici
 
Un’ulteriore regola del liberismo, secondo Graeber, vuole che «quando si comincia a parlare di libero mercato è buona norma guardarsi intorno e cercare l’uomo con la pistola». Il riferimento è all’accresciuto ricorso alla minaccia e alla coercizione che si accompagna all’ispessirsi del tessuto burocratico-normativo che costituisce il non paradossale portato delle tendenze alla «deregulation».
 
Nonostante la presenza capillare di telecamere e sistemi di sorveglianza, di guardie e vigilanti, si tratta di una tendenza in genere scarsamente percepita sia per la tendenza, in sede analitica, a sopravvalutare la funzione della componente «simbolica» nelle forme di esercizio del potere sia per il fatto che anche le funzioni repressive e preventive lungi dall’essere riconducibili monopolisticamente agli apparati di stato costituiscono il core business di soggetti imprenditoriali privati. Si potrebbe restare delusi dal libro di Graeber.
 
Del resto, come ammette il suo stesso autore, il testo non ambisce al rango di trattazione esaustiva sul tema della burocrazia ma si propone il compito più limitato di segnalare l’urgenza teorica e politica di una tematica colpevolmente ignorata dal pensiero critico. Se la destra ha posto la mobilitazione antiburocratica, seppur mistificatoriamente, al centro della propria agenda, la sinistra non sarebbe stata in grado di proporre un approccio all’altezza dei tempi al fenomeno burocratico, oscillando fra la subalternità alle posizioni mercatiste e una difesa dello statalismo sempre più anacronistica.
 
Violenza in figure
 
Al fine di promuovere un dibattito sulla funzione della burocrazia nell’era della finanziarizzazione, l’antropologo newyorkese propone numerosi spunti di riflessione attraverso un procedere volutamente rapsodico in cui la dimensione microsociologica si ibrida con questioni più generali quali l’attitudine delle scienze sociali nei confronti del fenomeno burocratico, l’orientamento imposto allo sviluppo tecnologico dalla priorità attribuita alle esigenze di controllo e disciplinamento sociale, i «diritti di prelievo» acquisiti dagli attori in grado di ritagliarsi posizioni di gatekeeper, per esempio nell’ambito delle certificazioni e della valutazione, intercalate da costanti puntualizzazioni riguardo le vicende e le impasse dei movimenti degli ultimi decenni.
 
Particolare spazio è dedicato alla lettura, alla luce della problematica del libro, di alcuni momenti significativi della cultura popolar-mediatica, da quelle figure all’intersezione fra burocrazia e violenza che sono il poliziotto, l’investigatore, la spia, fino all’immaginario fantasy o ai supereroi. Si tratta di un esercizio che in genere approda a esiti banali e scontati e che, invece, Graeber conduce con notevole arguzia senza mai perdere di vista il suo tema ispiratore. Sullo sfondo delle varie digressioni, infatti, emerge la questione, non solo teorica ma anche politica, della razionalità della burocrazia e il costante invito, teorico e politico, a coglierla nel decisivo contributo che essa offre, unitamente agli strumenti giuridici, finanziari e coercitivi, allo strutturarsi delle macchine estrattive del capitalismo contemporaneo.
 
 
 
 
David Graeber e il punto di fusione della gabbia d’acciaio
 
Un pamphlet di David Graeber critico con il neoliberismo e la «sinistra globale». In nome di uno «antistatalismo» programmatico. La burocrazia diventa flessibile e certifica la capacità del corpo sociale nel garantire la governance globale
 
di Benedetto Vecchi
 
Il primo link che il volume di David Graeber sulla Burocrazia produce è agli storici studi di Max Weber sul tema, cioè quelle procedure messe in atto nella modernità per un buon governo della società. Weber ha usato l’immagine della gabbia d’acciaio, volta a stabilire norme e principi che imbrigliassero le passioni dei singoli e di quell’indistinto pulsare di interessi che si è soliti chiamare società civile. Ma se per il sociologo tedesco la burocrazia era un fattore limitante, eppure necessario della libertà, per l’antropologo britannico la gabbia d’acciaio non ha nulla di necessario. Quel che è evidente è la limitazione della capacità di autorganizzare il vivere in comune che caratterizza la specie umana. Per un libertario come Graeber questo è il punto di partenza e di arrivo della sua riflessione, come è evidente in tutti i suoi scritti, compreso il monumentale affresco storico sul Debito, sempre pubblicato da il Saggiatore.
 
Ma se nel debito lo Stato, e le sue istituzioni, l’esempio afferiva alla capacità degli uomini e delle donne di regolare la loro vita in comune – fossero anche messe all’angolo in nome di un interesse di una parte della società a scapito della maggioranza della popolazione-, in questo ambizioso saggio sulla burocrazia Graeber punta l’indice contro l’incapacità della sinistra politica globale di fare propria la critica antiautoritaria, assumendo la difesa dello Stato e della sua burocrazia come tratto distintivo in nome di quella forma storica contingente di regolazione del conflitto tra capitale e lavoro vivo che è stato il welfare state. Chi invece ha prosperato nella critica antistatale è stato il pensiero conservatore neoliberista, che è diventato egemone ammaliando anche le burocrazie politiche dello schieramento avverso, cioè i partiti politici progressisti.
 
Il punto di avvio della riflessione di Graeber è dunque polemico sia verso la sinistra che la destra. Per un verso, la difesa delle conquiste del movimento operaio è stata tradotta come conservazione di un assetto istituzionale. I conservatori neoliberisti, invece, hanno «giocato» a fare gli innovatori, puntando a demolire quella gabbia d’acciaio la cui necessità storica è venuta meno una volta che gli spiriti animali del mercato hanno conquistato il centro della scena. A suo tempo, Antonio Gramsci si dilungò parecchio sul sovversivismo delle classi dirigenti per spiegare la crescita del fascismo storico. Nell’era neoliberista, non c’è sovversivismo dall’alto, ma una banale eppur potente capacità dell’élite di mettere a nudo il potere coercitivo della burocrazia nel negare bisogni e desideri, indicando nel mercato il regno indiscusso non della necessità, bensì della libertà.
 
Graeber ha molte frecce nel suo arco nel provare a cercare a demistificare l’assunto neoliberista del «meno stato». La più micidiale è la successione di esempi che costellano le pagine del suo libro, laddove emerge il fatto che con il neoliberismo la burocrazia non è diminuita, bensì aumentata, quasi a diventare proprio quella gabbia d’acciaio weberiana senza però nessuna aura della sua necessità: la burocrazia è solo potere di un gruppo sociale che «cattura» la ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale.
 
C’è nella riflessione dell’antropologo britannico un afflato polemico condivisibile, ma un eccesso di semplificazione che pregiudica l’intero impianto teorico. A partire da quell’evocazione della servitù volontaria che anima il corpo sociale quando vive in stato di precarietà. Più che servitù volontaria, la burocrazia contemporanea ha sì quella dimensione impersonale, astratta (le procedure da rispettare alla lettera), ma invece di funzionare come una tecnologia del controllo agisce come una governance che richiede più che un atto di servitù, l’attiva partecipazione del corpo sociale: i burocrati sono solo i guardiani di tale «cattura» da parte dell’élite della ricchezza socialmente prodotta. Il neoliberismo ha prodotto una superfetazione di norme, procedure tendenti a regolamentare l’insieme delle relazioni sociali: la burocrazia serve solo a regolamentare il loro funzionamento, a certificare l’adesione del corpo sociale alle procedure stabilite e a legittimare la loro modifica, promuovendo un’innovazione just in time di tali dispositivi al fine di garantire l’appropriazione privata della ricchezza da parte della élite.
 
Nel libro di Graeber non vanno certo cercate analisi sulle classi sociali, né sul regime di accumulazione capitalista. La forza dell’esposizione di Burocrazia sta poggia semmai nelle pagine dove l’autore evidenzia contraddizioni, aporie tra quanto afferma il mantra liberista sul ruolo negativo esercitato dallo stato e la sua traduzione operativa. È da questo punto di vista un pamphlet riuscito, da prendere in mano come antidoto all’ideologia dominante; e alle retoriche di uno statalismo ormai privo della sua base materiale. L’esito «antistatalista» del volume non scioglie alcuni nodi, infatti una volta distrutta la gabbia della burocrazia, il dispositivo da mettere in campo è la produzione di istituzioni che contemplino non l’assenza della burocrazia, bensì la sua revoca, la sua sottomissione alla cooperazione sociale che crea le sue istituzioni. In fondo la differenza tra una giocosa attitudine libertaria e quella altrettanto giocosa marxiana passa proprio sul cambiare la prospettiva rispetto il «fattore organizzazione»: per i libertari è il fine da evitare, per i marxiani è solo un mezzo.