occhio al califfo


 

Califfato e barbarie
 
di Tristan Leoni
 
noblogs.org, dicembre 2015
 
«Gli arabi costituivano il sostegno indispensabile dei grandi imperi, in qualità di mercenari o di ausiliari. Si comprava la loro adesione, si temevano le loro rivolte, ci si serviva delle loro tribù volgendo le une contro le altre. Perché non avrebbero dovuto utilizzare il proprio valore a favore della propria causa? Occorreva per questo uno Stato potente che unificasse l'Arabia, che assicurasse la protezione delle ricchezze accumulate e del commercio, e stornasse verso l'esterno l'avidità dei beduini meno agiati che avrebbe in tal modo cessato di costituire un ostacolo all'attività commerciale degli arabi stessi. Gli Stati dell'Arabia meridionale, che avevano nei confronti dei nomadi un'eccessiva tendenza alla colonizzazione ed erano troppo staccati dai beduini nonostante la lontana parentela, erano venuti meno a questa missione. (...) Uno Stato arabo guidato da un'ideologia araba, adattato alle nuove condizioni e ancora vicino, tuttavia, all'ambiente beduino che avrebbe dovuto inquadrare; uno Stato che costituisse una potenza rispettata allo stesso livello dei grandi imperi: ecco la grande esigenza dell'epoca. Le strade erano aperte all'uomo di genio che meglio di altri fosse in grado di soddisfarla. Quest'uomo stava per nascere.»
 

Maxime Rodinson, Maometto, Einaudi, Torino 1995, pp. 38-39 

 

 

La nascita di uno Stato non è frequente, né commovente. E il prematuro, il proto-Stato, seppur fragile è già nocivo. Con l'attuale ristrutturazione del Vicino Oriente, assistiamo alla costituzione di nuove entità territoriali, le più note delle quali sono lo Stato Islamico (IS) e il Rojava (Kurdistan occidentale). Quest'ultimo, modello di democrazia e di femminismo, viene reputato un bastione contro il primo. Lo Stato Islamico è infatti un mostro: le immagini lo dimostrano – tutto lo dimostra. Bisognerebbe d'altronde chiamarlo Daesh, giacché non meriterebbe nemmeno il «nobile» appellativo di Stato e non avrebbe «nulla a che spartire» con l'Islam. Questa spiegazione ci dovrebbe bastare... non fosse che non è sufficiente a comprendere come e perché, tra gli otto e i dieci milioni di persone, vivano da molti mesi in un territorio in guerra contro il resto del mondo. I giorni del Califfato sono senz'altro contati, ma la domanda rimane: perché funziona?

 

 
L'IS attira su di sé tutti gli sguardi, ma la sua immagine resta opaca. Il riflesso che ci giunge attraverso i media è quello di una fiera delle atrocità messe in scena con cura, oppure di episodi bellici scelti in funzione di oscuri interessi politico-militari (ad esempio, la Battaglia di Kobane). Ma tra i gruppi «ribelli» emersi durante il conflitto siriano-iracheno, l'IS è anche il solo che abbia tentato di mettere in piedi una struttura di tipo statuale, e che si appoggi su un progetto politico strutturato e ambizioso: la restaurazione del Califfato caduto nel 1258 d. C., progetto che implica una critica del mondo, del suo corso, dell'Occidente, della democrazia, del nazionalismo etc. Questo significa una critica del capitalismo? Certamente no. Si tratta piuttosto della critica di certi suoi mali ed eccessi, quelli che intralciano il funzionamento libero e armonioso di una società califfale agognata ... e soprattutto della sua economia.
 
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