pax hominibus


 

Pace in terra, e gli uomini di buona volontà?
 
"Senza le guerre la storia avrebbe solo pagine bianche", affermava Hegel, il pensatore che sostenne l'assoluto assoggettamento degli uomini allo stato e alle sue leggi e che fu tra i punti di riferimento filosofici del nazionalismo tedesco. Una storia fatta di pagine bianche, pensiamo noi, sarebbe meglio di quella di cui leggiamo quotidianamente la cronaca dai moltissimi fronti che insanguinano questi anni.
 

Tuttavia, per quanto spiacevoli siano le notizie che riguardano le guerre, è indispensabile riportarle, e non solo per una questione morale. Senza sapere quello che accade nei fronti di guerra è impossibile capire ciò che accade nelle torri d'avorio dei grandi summit internazionali, in che modo cambiano gli equilibri internazionali, e da dove arrivano fenomeni immensi come le migrazioni dall'Africa e dal Medio Oriente verso l'Europa.

 

 
Iraq, diamo il cambio ai Turchi
 
L'Italia invia 450 uomini in una delle aree più calde dell'Iraq: la diga di Mosul, in piena area contesa dall'Is. Lo ha annunciato il premier Matteo Renzi durante il programma tv Porta a Porta: "L'Italia non sarà solo in Afghanistan, Libia, Kosovo, Iraq ma anche con una operazione importante nella diga di Mosul, nel cuore di un'area pericolosa, che rischia il crollo con la distruzione di Bagdad. Una azienda di Cesena ha vinto questa gara e noi metteremo 450 uomini e metteremo la diga a posto". La ditta è la Trevi, già in passato attiva in Iraq. Ieri il presidente americano Obama aveva citato l'Italia tra i paesi che si stanno impegnando nella lotta comune contro l'Is. Dall'area si sono appena ritirate centinaia di truppe turche, dopo le proteste del governo di Bagdad all'Onu.
 
 
La diga di Mossul è una diga dell'Iraq, sul fiume Tigri. È la più grande diga irachena e la quarta di tutto il Medio Oriente. In passato si chiamava diga di Saddam. Si trova sul fiume Tigri nel governatorato occidentale di Ninawa, a nord della città di Mossul. Lo sbarramento è lungo 3,2 km e alto 131 m. Il sito è di importanza strategica per l'intero stato dell'Iraq: controlla infatti l'irrigazione del governatorato di Ninawa; inoltre, se la diga fosse fatta saltare, si procurerebbero danni incalcolabili non solo in termini di vite umane (alcuni sostengono più di 500mila) ma si metterebbe in ginocchio l'intera economia del Paese. La potenzialità distruttiva dell'onda che si genererebbe, in caso di distruzione della diga, è stata perciò paragonata ad un'arma di distruzione di massa arrecando danni a tutta la valle del Tigri fino a raggiungere potenzialmente anche la capitale Baghdad, distante quasi 350 km.
 
 
Controllare la diga di Mossul, significa dunque non solo controllare buona parte delle risorse idriche dell'Iraq (in particolare dell'area settentrionale) ma anche avere potenzialmente un' "arma" molto pericolosa. Nel 2006 uno studio del corpo del genio dell’esercito americano ha definito la diga di Mosul una delle «più pericolose al mondo». Tra il 2006 e il 2010 gli Stati Uniti hanno investito nello studio e manutenzione della diga oltre 30 milioni di dollari.
 
 
La spedizione militare in Iraq per “ristrutturare” la diga di Mosul  si prefigura come una missione ad alto rischio, definizione questa un po’ incongrua, visto che qualunque operazione di guerra, per quanto la si voglia missione di pace, comporta la messa a rischio della vita di chi vi partecipa. Le truppe italiane sono volontarie, composte cioè da professionisti della guerra, professionisti ad alta specializzazione come i corpi dei paracadutisti e dei bersaglieri della brigata Garibaldi ai quali dovrebbe essere affidata la missione Mosul. Nell’attuale guerra asimmetrica, strisciante, mobile, comunque oscenamente crudele, le vittime predestinate a violenze, torture e morte sono per lo più civili: donne, uomini, adolescenti e bambini che hanno visto e vedranno l’inferno piombare in cucina, devastando le loro vite, annichilendo ogni loro certezza o speranza. Costringendoli ad abbandonare ogni loro avere e fuggire lontano dalle loro case, dalla loro terra. In un'escalation della violenza bellica che può non aver fine, come le notizie che giungono dal fronte afghano, e dai tanti fronti aperti sul pianeta, sembrano ribadire.
 
 
Nelle zone di conflitto sono inevitabilmente  presenti i professionisti della guerra, privati o privatizzati, oggi offerti come scorta armata nei pacchetti presentati nelle gare d’appalto delle grandi opere, gare difficili da definire tali in presenza di un unico concorrente. Sicuramente i combattenti in prima linea opereranno in situazioni di grande pericolosità, quelle che peraltro un duro addestramento li ha preparati ad affrontare. Restano da valutare le motivazioni che possono aver indotto il governo italiano ad operare questa scelta. Non si può escludere quella economica. Non si appalta una scorta armata ad una società privata, che realizzerà in terra straniera un progetto aziendale, senza ottenere un compenso congruo, che non si limiti ad un ritorno di immagine per le forze armate presenti a proteggere i "lavoratori italiani”. E’ la ruspa che spiana il terreno e il mitra lo difende, ma a quale prezzo? Poi c’è da rispondere ad una richiesta di Obama che vuole un maggior impegno dell’Italia nella lotta contro il califfato, una lotta che si rivela sempre più costosa per gli USA. E poi c’è la stolta pulsione a mostrare i muscoli quando si è politicamente in difficoltà, vedi la sindrome di Francois Hollande. Ogni Stato infine cerca di alleggerire i pesanti costi di guerra appioppandone un pò agli alleati.
 
 
21 dicembre 2015
 
Da Baghdad si registrano reazioni contrastanti all’interno del governo. Il ministro delle risorse idriche Mushsin Al Shammary, ricevendo ieri l’ambasciatore italiano, Marco Carnelos, ha affermato che l’Iraq «non ha bisogno di alcuna forza straniera per proteggere il suo territorio, i suoi impianti e la gente che ci lavora». L’ambasciatore Carnelos ha risposto sottolineando che «ogni eventuale dispiegamento di truppe italiane, a Mosul o in qualsiasi altra parte del territorio iracheno, potrà avvenire solo d’intesa con il governo iracheno».
 
«Nessuna intesa è stata finora sottoscritta tra governo iracheno e italiano», ha detto il portavoce dell’esecutivo di Baghdad, Saad al Hadithi, dopo l’annuncio fatto la settimana scorsa dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Ma Roberta Pinotti, parlando in audizione nel Copasir, ha ipotizzato l’invio di 450-500 militari, sottolineando che il loro compito sarebbe quello di presidiare il cantiere e tutelare la quarantina di tecnici italiani che vi lavoreranno. E ha aggiunto che la partenza è programmata per primavera. L’intervento italiano, ha sottolineato il ministro, avverrà in accordo con le autorità irachene e si aggiungerà alla missione già in corso ad Erbil - la capitale della regione autonoma del Kurdistan iracheno - che vede i militari tricolori impegnati nell’addestramento dei miliziani Peshmerga che già presidiano la diga di Mosul, 35 chilometri a nord della città in mano all’Isis.
 
All’invio dei militari italiani si è intanto dichiarato decisamente contrario il leader radicale sciita Moqtada Sadr, già uno dei protagonisti dell’insurrezione contro le truppe americane d’occupazione, affermando che «l’Iraq è diventato una piazza aperta a chiunque voglia violare i costumi e le norme internazionali».  
 
 
Questo atto di guerra intrapreso dall'Italia, chiamato di pace perché esclude i bombardamenti dal cielo ma non le bombe e le pallottole a terra, richiederà l’invio di altre truppe per proteggere i convogli delle forniture dagli attacchi dell’Isis e sicuramente costringerà i nostri soldati a combattere duramente. Una “missione di pace” che si concretizzerà armi in pugno per difendere la ristrutturazione – quasi assegnata alla ditta italiana Trevi - della diga e degli impianti che consentono il funzionamento della centrale elettrica. La creazione di un’efficace cordone di sicurezza attorno alla diga di Mosul richiederà un contingente di uomini e mezzi ben superiore a quello annunciato da Renzi a Porta a Porta. Difficilmente questa missione potrà essere portata a termine senza coinvolgere almeno un migliaio di uomini che si sommano alle truppe già impegnate in Afghanistan, dove i talebani riconquistano palmo a palmo il territorio controllato dalle Forze della Alleanza, e ora anche in Libia, dove ci sono da difendere gli impianti dell’Eni. I costi di queste avventure belliche non sembrano essere molto compatibili con l’attuale situazione finanziaria del Paese.
 
 
C’è pure la possibilità che i tagliagole del califfato usino contro i bersaglieri o i parà armi chimiche. Un’ipotesi non remota dal momento che nello scorso giugno uno dei fortini curdi che difendono la diga è stato bersagliato con munizioni cariche di gas. Secondo gli esperti francesi, si trattava di granate da mortaio con testata alla clorina: una sostanza usata durante la prima guerra mondiale ma ancora molto efficace. Gli ordigni vengono prodotti negli arsenali dello Stato islamico, in grado di confezionare anche ogive con iprite, un veleno ancora più micidiale. (Gianluca Di Feo, L’Espresso).Un elemento di rischio ulteriore per chi si troverà a combattere da quelle parti. E c'è solo da augurarsi che siano state adottate misure opportune per contenere il rischio di intossicazione a cui potrà trovarsi esposto il contingente italiano.
 
A complicare il quadro bellico, mentre a livello internazionale cresce il numero delle coalizioni anti-terrorismo e anti-ISIS, continua a moltiplicarsi parallelamente anche il numero dei combattenti che si unisce allo Stato Islamico o alle altre milizie jihadiste attive nella regione del Syraq (Siria e Iraq).   N.d.R.C.
 
È quanto emerge dall’ultimo rapporto sul flusso di foreign fighter verso Siria e Iraq pubblicato a dicembre da The Soufan Group, think tank di analisi strategica con sede a New York, Londra, Doha e Singapore. L’indagine condotta dal team di ricercatori e analisti su fonti governative e di altre organizzazioni internazionali, rappresenta l’aggiornamento di un primo rapporto uscito a giugno del 2014. Se un anno e mezzo fa si contavano approssimativamente 12mila combattenti stranieri provenienti da 81 Paesi, adesso le stime calcolano che tra Siria e Iraq sono presenti tra i 27 e 31mila combattenti provenienti da almeno 86 Paesi.
 
Nonostante gli sforzi di contenimento messi in atto dai governi arabi e occidentali, dunque, il numero complessivo di simpatizzanti jihadisti è sicuramente raddoppiato. E la stima interessante è che il fulcro dei nuovi adepti non è da individuare nei Paesi arabi (dove il numero dei combattenti appare comunque in crescita) bensì tra l’Europa occidentale, Russia e Asia centrale.
 
A preoccuparsi delle sorti del contingente militare italiano è il Movimento5stelle.
 
 
Italia in guerra nel silenzio, no a un'altra Nassiriya
 
Scritto da M5S Camera News pubblicato il 20.12.15 su beppegrillo.it
 
Nel pieno della legge di Stabilita', Matteo Renzi ha annunciato en passant l'invio di 450 militari italiani a Mosul, in Iraq, nel quadro di una missione unilaterale ad altissimo rischio per i nostri soldati.
 
Mentre tutti gli occhi sono puntati su temi di politica interna, questo governo sta trascinando il Paese in un'altra terribile guerra, nonostante gli annunci contrari degli ultimi mesi.
 
E lo sta facendo nel mero interesse di ricucire un finto strappo con Washington dopo l'altola' alle sanzioni europee verso Mosca: cosi' Renzi ha deciso di sacrificare la vita dei nostri soldati, perseguendo logiche interventiste gia' dimostratesi fallimentari in passato, con il rischio che presto il Paese potra' trovarsi di fronte al dramma di un'altra tragedia come quella di Nassiriya. Se cosi' fosse il governo paghera' un caro prezzo.
 
Negli ultimi giorni l'Isis ha infatti sferrato numerosi attacchi, anche kamikaze, nell'area limitrofa a dove sara' di stanza il reggimento, mentre alcuni leader del battaglione Kata'ib Hezbollah hanno gia' affermato che considereranno i 450 militari italiani come una forza occupante.
 
leggi tutto: http://www.beppegrillo.it/movimento/parlamento/difesa/2015/12/italia-in-guerra-nel-silenzio-no-a-unaltra-nassiriya.html

 

 
APPELLO:  Venticinque anni di guerre? BASTA!
 
Il 16 gennaio di venticinque anni fa, i bombardamenti statunitensi sull'Iraq nella prima guerra del Golfo, segnavano l'inizio della guerra permanente che oggi sta trascinando il mondo in una pericolosa escalation. Siria, Iraq, Libia, Palestina, Ucraina, Yemen sono i teatri al momento più gravi ma tensioni e conflitti si addensano anche in altre aree del pianeta.
 
C'è un legame tra la grande crisi economica e la guerra? Sì, ed è ormai evidente a molti. Per questo la guerra ha molte facce e molti fronti, inclusi quelli che stanno portando allo stato d'emergenza e alla restrizione della democrazia in molti paesi.
 
C'è un legame tra la guerra e l'eliminazione dei diritti sociali conquistati? Sì, perché i governi dell'Unione Europea hanno deciso senza battere ciglio che le spese militari e per la sicurezza potevano essere aumentate mentre quelle per la sanità, il lavoro, la scuola, le abitazioni continuano ad essere tagliate.
 
L'Italia è coinvolta dalla guerra? Sì, anche se pochi se ne accorgono. L'invio di 450 militari italiani in Iraq, l'ultimatum dato alle fazioni che si contendono la Libia o il boom della vendita di armi italiane all'Arabia Saudita per bombardare lo Yemen (nonché a molti altri paesi ancora) lo confermano.
 
La Nato, gli Stati Uniti e l'Unione Europea rendono subalterni i singoli governi e molto spesso ci troviamo coinvolti nelle guerre ancora prima di essercene accorti.
 
Il 16 gennaio scenderemo in piazza per dire basta con la guerra. Perché le guerre le fanno i governi ma la gente che muore è sempre la nostra gente, qui e negli altri paesi.
 
Scendiamo in piazza perché sosteniamo ogni resistenza contro la guerra, perché vogliamo uscire dalla Nato, perché siamo contrari alla guerra contro i poveri e i migranti, perché riteniamo che l'unica guerra che si deve combattere è la guerra contro la miseria.
 
SABATO 16 GENNAIO 2016 MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA E A MILANO
 
 
video I 16 gennaio contro la Guerra
 

 

Contro la guerra stupida
 
da un articolo di Serge Halimi, L’arte della guerra imbecille, comparso sul numero di dicembre di Le Mondediplomatique
 

Non sono contro tutte le guerre. Ma sono contro una guerra imbecille, una guerra senza riflettere, una guerra fondata non sulla ragione ma sulla collera”.  Così dichiarava , il 2 ottobre 2002, il senatore dell’Illinois Barack Obama. La “collera” seguita agli attentati dell’11 settembre non era ancora placata negli Stati Uniti e il presidente George W. Bush aveva deciso di dirigerla non verso l’Arabia saudita, dalla quale proveniva la maggior parte del comando di al Qaeda, ma verso l’Iraq, che avrebbe attaccato sei mesi dopo; con il consenso della maggioranza dei senatori democratici, fra i quali Hillary Clinton. E l’invasione dell’Iraq creò il caos che sarebbe servito da incubatrice all’Organizzazione dello Stato islamico (Daesh). 

 

 
Gli attentati del 13 novembre a Parigi stanno favorendo i due obiettivi principali di questa organizzazione. Il primo è la creazione di una coalizione di “apostati”, di “infedeli”, di “rinnegati sciiti” per combatterla, in Iraq e in Siria per incominciare, e poi in Libia. Il suo secondo progetto è incitare la maggioranza degli occidentali a credere che i loro compatrioti musulmani potrebbero essere una “quinta colonna” che trama nell’ombra, un “nemico interno” al servizio degli assassini. La guerra e la paura: anche un obiettivo apocalittico di questo tipo contiene una parte di razionalità. I jihadisti hanno calcolato che i “crociati” e gli “idolatri” possono bombardare (“colpire”) città siriane, pattugliare province irachene, ma non potranno mai occupare stabilmente una terra araba. Daesh conta sul fatto che i suoi attentati in Europa accresceranno la diffidenza verso i musulmani d’Occidente e generalizzeranno le misure di polizia nei loro confronti. Questo aumenterà il loro risentimento al punto di spingerne una parte a raggiungere i ranghi del califfato. Di sicuro estremamente minoritari, i giannizzeri del jiadhismo salafita non si propongono di vincere alle elezioni. Anzi, la vittoria di un partito antislamico farà avanzare più velocemente il loro progetto. (…)
 
 
Il califfato ha messo in atto ogni sorta di nefandezza, dal rapimento e sfruttamento sessuale delle ragazzine ai matrimoni forzati, dall’esecuzioni di omosessuali al ripristino della schiavitù, dalle torture alle decapitazioni di massa. Non bastando, ha provveduto alla diffusione mondiale di immagini raccapriccianti degli sgozzamenti ed infine ha messo a segno attentati spettacolari nel cuore dell’Occidente in “pace”.
 
E così Serge Halimi prosegue nel suo editoriale:
 
Di fatto un capo di Stato è pressoché  obbligato a reagire ad azioni spettacolari di questo genere. La pressione politica lo spinge ad annunciare subito qualcosa, anche qualunque cosa. Ordinare la distruzione di un hangar, di un deposito di munizioni, il bombardamento di una città. Mostrarsi determinato. Promettere nuove leggi ancora più severe, fustigare i “monachesi” -  espressione che, evocando gli accordi di Monaco, indica chi si mostra debole di fronte ai totalitarismi. Infarcire il discorso di espressioni marziali, parlare di “sangue”, assicurare che si sarà “spietati”. Raccogliere ovazioni in piedi, e poi dieci punti in più nei sondaggi.
 
Alla fine tutto questo si rivela spesso non ragionevole, “imbecille”; ma succede solo dopo qualche mese. E la trappola del rilancio sembra sempre più irresistibile, in particolare in questo regime di informazione, continua, affannata, frenetica, nella quale nessun atto, nessuna dichiarazione può restare privo di una replica immediata.