si salva chi può


 

Libera nos a malo, Dominus

Le banche sono un bel problema mondiale. Quelle italiane poi, da quando sono state “scalate” dagli eredi del comunismo statale, sono tra le più esposte a rovinosi fallimenti. Ed è anche vero come non sia ancora chiaro a tutti che le banche sono parte del problema gestionale del sistema e del suo permanente stato di crisi, e certo non la sua soluzione. La corruzione dei loro dirigenti e funzionari è quotidianamente in cronaca, così come le connivenza e compartecipazione delle funzioni pubbliche predisposte al controllo delle loro attività e transazioni. Il problema non è, o non è solo, una questione morale, il problema è di sistema, l'attuale sistema politico, bancario e finanziario. C’è chi arriva addirittura a supporre che la causa della dissoluzione dis/funzionale del paese possa rintracciarsi in quel grande sommovimento catartico che è stata Tangentopoli, nel senso che l’impatto mediatico delle inchieste della magistratura milanese dell’epoca ha fatto credere che i problemi italiani fossero risolvibili insistendo sulla sfera morale.
 
La crisi - declinata nelle sue varie forme: sociale, ambientale, economica, valoriale – il depauperamento delle moltitudini e lo spropositato arricchimento delle elite sono anche loro componenti di sistema. Dalla Cina all’Italia, il mercato suscita e strumentalizza l'avidità dei suoi operatori per poi riproporre il gioco di simulazione chiamato “Mela Marcia”. Alcuni soggetti presi dal mazzo dei dominus minori vengono quotidianamente immolati per riaffermare come una democrazia corrotta è pur sempre “democratica” e possiede gli anticorpi necessari a stroncare abusi ed eccessi dei suoi rappresentanti. Sono solo epurazioni utili a favorire opportuni ricambi e rimpasti nelle fila dei dominus. Il sistema non può cambiarsi, e il pensiero è unico. E inoltre, in Italia le mele marce tornano sane in brevissimo tempo, un vero miracolo degli Dei dell'olimpo politico-finanziario nostrano. Al contrario, in Cina molto spesso vengono eliminate definitivamente dal gioco.
  

 
Dominus è un termine che ha designato nel tempo un condottiero di guerra, nella poesia epica, così come colui che esercita la proprietà, o il padrone di uno schiavo nel diritto romano. A queste figure storiche della classe egemone, in tempi recenti si sono poi avvicendati altri personaggi come il dominus tecnocrate prodottto dalla cleptocrazia finanziaria o come il dominus informatico, il computer potentissimo diventato un alieno personaggio dei fumetti grazie a Roy Thomas e per la produzione della Marvel Comics. Il dominus che si è perso è forse il Dio o il Gesù Cristo dell’originaria liturgia latina, anch’essi ridotti a icone spettacolari spendibili sul mercato.
Liberaci dal male, signore. O piuttosto, liberaci da un cattivo signore. 
 
N.d.R.C.
 

 
Il governo ha varato un intervento normativo per Banca Marche, Cariferrara, Banca Etruria e CariChieti. Due miliardi per il fondo di risoluzione. Spunta una quinta banca da salvare con 300 milioni, la Banca Tercas.
 
“Salva-banche: gli obbligazionisti subordinati sono l’1% dei clienti”. E’ quanto scrive il ministero dell’Economia sul suo profilo Twitter. Di questi sono circa mille i piccoli risparmiatori, con patrimoni inferiori a 100 mila euro.
 
Sarebbero oltre 4 mila i dipendenti di Banca Marche, Banca Etruria, Cariferrara e Carichieti che hanno visto sfumare i loro investimenti e/o obbligazioni delle banche stesse per effetto del decreto salvabanche. E’ quanto ha dichiarato il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, che si aggiunge al coro di proteste per il decreto che ha depauperato gli investimenti di azionisti e risparmiatori.  
 
 
Le pensioni dei militari in Banca Marche a rischio
 
"La triste vicenda che ha coinvolto quattro banche italiane facendo sfumare i risparmi di migliaia di famiglie rischia di avere effetti devastanti anche sulle pensioni dei nostri militari. Non tutti sanno, infatti, che tra i vari servizi affidati a Banca delle Marche vi è anche la gestione della Cassa di Previdenza delle Forze Armate, concessa a seguito di una gara pubblica indetta dal Ministero della Difesa. Chiederemo ai Ministri Pinotti e Padoan se i contributi previdenziali finora versati dal personale delle Forze Armate nelle casse di Banca delle Marche S.p.a. siano oggetto di salvaguardia e se siano stati in tutto o in parte utilizzati per l’acquisto di prodotti finanziari a rischio.
 
E’ assurdo che una banca, in palese dissesto finanziario, fin dal 2011 gestisca i servizi di tesoreria delle casse previdenziali di buona parte del personale appartenente all’Arma dei Carabinieri, Esercito, Marina ed Aeronautica militare. Si tratta di bandi indetti dal Ministero della Difesa, senza tenere conto del livello di solidità e di affidabilità dell’istituto di credito concessionario. I nostri militari hanno il diritto di sapere se le loro pensioni sono al sicuro e, per tali ragioni, riteniamo che i Ministri Pinotti e Padoan, sul punto, debbano fornire risposte chiare e in tempi rapidi, valutando anche l’ipotesi di revocare la concessione a suo tempo affidata a Banca delle Marche."
 
M5S Camera
 
 
12 dicembre 2015
 
Obbligazioni e subordinati
 
editoriale infoaut
 
Tra un presepe mancante ed una cospirazione contro Valentino Rossi, pare che nessuno abbia avvertito gli italiani che (anche grazie alla famigerata legge sulle banche popolari varata il marzo scorso da questo governo), negli ultimi anni le banche si sono in larga parte trasformati in società per azioni: di rimando trasformando risparmiatori e depositari in azionisti ed obbligazionisti.
 
Uno "scongelamento" di capitali e centri di potere soprattutto territoriale (banche locali), ma anche dei loro fiduciari (cioé i risparmiatori delle classi più deboli; anche se in Italia si investe meno nei titoli borsistici che in altri paesi occidentali, anomalia che per qualche burocrate della BCE deve terminare). Che la forza maggiore delle istituzioni nazionali e sovranazionali consegna ora alla mercé della società del rischio globale.
Ora tra tutte le mistificazioni dell'ideologia neoliberale quella più falsa ed odiosa è la mitologia della "democrazia del mercato", di incontro paritario e selezione razionale di progetti, tendenze e prodotti veicolata dal "libero accesso all'informazione" da parte di tutti gli investitori-partecipanti.
 
Non è così, né mai potrà esserlo: da una parte perché l'altra faccia dell'economia dell'informazione, bene comune e infinitamente replicabile, è quella dell'economia dell'attenzione, bene scarso e deperibile - soprattutto per chi per condizioni lavorative, età e formazione non parte dagli stessi presupposti del neolaureato della Bocconi. Dall'altra perché le informazioni, prima di essere diffuse, interpretate e valorizzate sui mercati sono già state mediate, lavorate e significate da centri di potere (agenzie di rating, banche centrali e grandi fondi d'investimento) tutt'altro che nominati ed operanti secondo criteri democratici.
E ancora prima dagli interessi di quella classe trasversale di dirigenti già conscia, all'interno delle proprie relazioni informali (e offline) della futura decisione di questa o quell'autorità finanziaria e dell'andamento di questo o quel parametro aziendale (insider trading): la parità dell'accesso alle informazioni non è quindi che una condizione puramente teorica.
 
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Gli ispettori: 2,1 milioni al personale e 900 mila al dg Bronchi L'ombra del riciclaggio su 20 mila conti senza titolare certo
 
AREZZO - Ventisette settembre 2013. Banca Etruria sta affondando, e nemmeno troppo lentamente. Le sofferenze sui crediti hanno superato i due miliardi di euro e alle filiali sul territorio è stato dato l'ordine di vendere 110 milioni di obbligazioni subordinate. L'ultima, disastrosa, mossa per tenere a galla il "Titanic".
 
Eppure, quel 27 settembre, il consiglio di amministrazione della Popolare si sente in vena di delibere generose. Scrivono gli uomini di Bankitalia nel verbale della terza, e ultima, ispezione. "La banca ha elargito 2,1 milioni di euro di premi per il personale per il conseguimento di traguardi importanti". E ancora: "Negli ultimi cinque anni gli emolumenti per tutti i membri del cda ammontano a 14 milioni di euro". Non sono semplici osservazioni, ma fatti che spingono l'ispettore della vigilanza Giordano di Veglia a chiedere l'avvio di una procedura di sanzione per anomalie nelle "politiche e prassi di remunerazione e incentivazione" del gruppo bancario.
 
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15 dicembre 2015
 
Federconsumatori presenta un esposto alla Procura di Arezzo per verificare le modalità con cui sono state vendute ai risparmiatori le obbligazioni subordinate, azzerate dal decreto "salva-banche". Oltre 100 persone, delle 1500 che si sono rivolte all'associazione, si sono presentate davanti al Palazzo di Giustizia di Arezzo per consegnare l'esposto. Tra i presenti, per la maggior parte anziani e pensionati, c'è chi dice di aver ricevuto "visite a casa" di funzionari di Banca Etruria che avrebbero "lasciato regali" e poi venduto le obbligazioni, e chi afferma di essersi "ritrovato" obbligazioni a sua totale "insaputa".
 
19 dicembre 2015
 
I risparmiatori "vittime del Salva banche" con una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella chiedono, insieme a Federconsumatori e Adusbef, di essere ricevuti martedì 22 novembre al Colle, lo stesso giorno in cui saranno in sit in davanti alla sede di Banca d'Italia in via Nazionale a Roma.
 
Nella lunga lettera a Mattarella non mancano attacchi alle banche e a una parte del mondo dell'informazione: "La stampa di regime - scrivono i risparmiatori - vorrebbe far passare per avidi speculatori noi risparmiatori truffati, che fidandoci delle banche e del sito dell’Abi Patti Chiari, abbiamo sottoscritto azioni delle 4 banche azzerate con il ricatto della mancata concessione di prestiti o fidi e titoli subordinati ad elevatissimo rischio, inadeguati al profilo di rischio dettato dalla normativa Mifid".
 
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#BoschiACasa: intervento di Alessandro Di Battista, M5S
 
Ministro Boschi buongiorno. Per iniziare le esprimo la totale indignazione come portavoce di un popolo intero rispetto alle menzogne che il vostro governo negli ultimi mesi rispetto a provvedimenti infami che hanno mandato sulla strada migliaia di cittadini, risparmiatori, e non speculatori finanziari, per colpa e responsabilità vostra. E' mio dovere esprimerle la totale indignazione. Lei è venuta qui e ci ha fatto un bel discorso pieno anche di pietismo e compassione, raccontandoci anche del passato di alcuni componenti della sua famiglia, non abbiamo visto né da parte sua né da parte del PD lo stesso pietismo e compassione verso migliaia di cittadini truffati dal decreto salvabanche.
 
Proverete, e avete già provato, a buttarla su cavilli, controcavilli, articoli, valore azionario di 1500 o 2000 azioni, ma pensate veramente che il punto sia il valore di 1000, 2000 azioni? Il punto è semplice: la domanda che tutti gli italiani si devono fare è la seguente: il governo Renzi, e ancor prima il governo Letta, in questa legislatura ha o meno favorito gli interessi del mondo delle banche? La risposta è sì: lo fece la prima volta il governo Letta con un infame decreto su IMI-Bankitalia che ha dato quattrini nostri a una serie di banche private che detengono pacchetti azionari di Banca d'Italia e che probabilmente compreranno queste nuove banche, tra cui "Nuova banca Etruria", che sono state ripulite e rese veri e propri gioiellini e verranno comprate probabilmente da Intesa San Paolo e Unicredit che vennero favorite da quel decreto infame grazie alla compiacenza della Presidente Boldrini con quella ghigliottina incostituzionale e assolutamente assurda. E questo fu il primo decreto, poi c'è stato il decreto sulle banche popolari che ha aumentato in qualche giorno, in qualche settimana il valore di quelle azioni; azioni il cui valore stava tracollando anche durante gli anni in cui nel CdA c'era il dott. Pierluigi Boschi. Considerate che le azioni di Banca Etruria valevano, nel 2011, anno in cui entra il dott. Boschi nel CdA, 8 euro cadauna, nel 2014 dopo l'ispezione di Bankitalia che ha portato alla multa nei confronti del dott.Boschi il valore era diventato un euro, e caso strano, nonostante questa indagine, nonostante il tracollo del valore azionario, il dott.Boschi venne nominato vicepresidente soltanto un mese dopo che la figlia, il ministro Boschi, diventa Ministro della Repubblica. Ma pensate di prendere in giro un Paese intero con i vostri cavilli, le vostre balle? I vostri doppi pesi, i doppigiochismi, pensate di prendere in giro il popolo?
 
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Salvate le banche di famiglia (con i soldi della Bce)
 
di Andrea Fumagalli
 
Due fatti rilevanti hanno caratterizzato le ultime due settimane. Due fatti apparentemente distanti e decisamente di diverso spessore, ma accomunati, nella loro diversità, dalla stessa logica di potere e di dominio.
 
Nel CdM del 22 novembre, il governo del premier Renzi e della ministra Boschi ha dato il via libera al decreto, denominato “Disposizioni urgenti per il settore creditizio”, con l’unico scopo di salvare quattro istituti di credito già posti in amministrazione straordinaria: Cassa di risparmio di Ferrara, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio (il cui direttore era il padre della ministra Boschi), Banca delle Marche e Cassa di Risparmio della provincia di Chieti (cd. Decreto “Salvabanche”).
 
 
CariFerrara era stata la prima a essere commissariata, nel maggio 2013, dopo aver perso poco meno di 105 milioni di euro. Poi è stato il turno di Banca Marche, il cui commissariamento è arrivato ad agosto dello stesso anno, dopo due bilanci che hanno registrato perdite per 232 e 526 milioni di euro. Ma è con il fallimento di Banca Etruria e CariChieti (commissariate nel 2015 per “gravi perdite di patrimonio”) che si decide di intervenire a salvaguardia degli interessi del credito (e della famiglia Boschi?). Secondo gli analisti, il costo dell’operazione è pari a circa 730 milioni di euro e sarà a carico degli azionisti e dei possessori di obbligazioni subordinate delle quattro banche, cioè dei risparmiatori: coloro che avevano incautamente acquistato i titoli emessi dall’ente creditizio, consapevoli o meno che a fronte di rendimenti maggiori non avrebbero avuto alcuna tutela in caso di fallimento dell’istituto, essendone il rimborso subordinato a quello dei creditori ordinari (da qui la dizione di “obbligazioni subordinate”, a maggior intensità di rischio)
 
Il resto è stato posto a carico del Fondo di Risoluzione, approvato giusto quattro giorni prima del decreto e amministrato dalla Banca d’Italia. L’impegno del Fondo di Risoluzione ammonta complessivamente a circa 3,6 miliardi di euro, anticipati dalle tre principali banche italiane (Intesa Sanpaolo, Unicredit e Ubi Banca), che hanno apportato la liquidità necessaria all’avvio dell’operatività del Fondo neocostituito, con scadenza a 18 mesi: in sintesi, si sono ripartite le perdite, sia pure in via temporanea. Tale anticipazione viene garantita con fideiussioni dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp), quindi ultimamente dallo Stato, per un ammontare che si calcola intorno a un miliardo di euro (che verrà effettivamente speso in caso di inadempienze delle tre principali banche private italiane).
 
 
Qualunque sia il soggetto prestante, è necessario sottolineare che la liquidità cortesemente messa a disposizione per i salvataggio è la stessa che proviene, direttamente o indirettamente, dalle politiche di Quantitative Easing della Bce.
 
In questo caso, per lo meno, sappiamo dove si indirizza e per quali scopi è utile la moneta creata dalla Bce.
 
Le prime conseguenze sono state l’azzeramento del valore dei titoli, obbligazionari e non, legati a queste quattro banche, con effetti negativi notevoli sul risparmio di circa 130.000 famiglie, ovvero le meno avvedute che spesso in modo ingenuo cadono nella spirale della promessa del facile guadagno o del mito patriarcale del politicismo localistico (una banca ancorata al territorio non può fallire).
 
 
Giovedì 3 dicembre, il board della Bce capitanato da Mario Draghi ha deliberato di estendere le misure di Quantitative Easing sino a marzo 2017, di voler acquistare anche titoli pubblici emessi da amministrazioni locali e di ridurre il tasso d’interesse sui depositi delle Banche centrali nazionali presso la Bce dal -0,2% al -0,3%.
 
Le ragioni – ha spiegato Draghi – sono essenzialmente due: cercare di far aumentare l’inflazione (oggi allo 0,1% su scala europea) e iniettare liquidità per finanziare e potenziare l’attuale debole crescita europea.
 
Così come evitare il crack di alcune banche (soprattutto se piccole) con soldi sia pubblici che privati (cd. meccanismo della bad bank) non serve a rendere più trasparente e efficiente il mercato del credito e proteggerlo dalla trappola della speculazione, altrettanto perpetuare politiche monetarie espansive in un contesto di debole domanda aggregata e di smantellamento e privatizzazione del welfare state (riduzione della domanda pubblica: vedi, in Italia, la recente privatizzazione di Poste Italiane e ora quella delle ferrovie di Stato) risulta del tutto inutile.
 
Da questo punto di vista l’Europa si trova ostaggio di diverse “trappole”.
 
A livello macroeconomico, la politica monetaria diventa inefficace se opera in una situazione di “trappola della liquidità”. Cosa significa? In economia politica per trappola della liquidità s’intende quella situazione per la quale, anche di fronte a tassi d’interessi prossimi allo zero e quindi in presenza di un costo di finanziamento degli investimenti irrisorio, non si registra nessuno stimolo alla domanda aggregata, a causa di aspettative imprenditoriali e di consumo negative.
 
In un simile contesto, le imprese non investono. Anche se l’accesso al credito fosse gratuito o, – come sta avvenendo oggi con la diffusione del lavoro non pagato e dell’istituzionalizzazione della precarietà grazie al Jobs Act – il costo del lavoro si riducesse ai minimi termini, perché mai un’impresa sana di mente dovrebbe aumentare la propria produzione se le aspettative sulla domanda finale del proprio bene sono negative? E infatti, nel terzo trimestre del 2015, gli investimenti sono calati ulteriormente dello 0,4%, nonostante le condizioni più favorevoli e gli incentivi introdotti da Jobs Act con lo scopo di istituzionalizzare il lavoro “usa e getta”. Le aspettative sulla domanda interna rimangono negative e l’effetto “svalutazione euro” sull’export è oramai cosa passata (- 0,4% anch’esso).
 
Ne consegue che la liquidità immessa dalla Bce rimane all’interno del circuito finanziario-speculativo senza “gocciolare” (trickle-down) sull’economia reale. Essa serve a rimettere i conti a posto delle principali banche europee, a finanziare il salvataggio di quelle più in difficoltà (come il recente decreto “salva banche” in Italia ci mostra) e promuovere l’attività speculativa. Nonostante le turbolenze internazionali e l’instabilità generata dal rallentamento economico dei paesi Brics (Cina in testa, Brasile in recessione), le borse europee godono di buona salute. Dal giugno 2012 (2068 punti), l’indice Eurostoxx50, una media ponderata delle diverse borse europee, ha cominciato una ascesa che lo ha portato al massimo di 3816 punti nell’aprile 2015 (+ 84,5%), per poi calare a 3.088 nell’ottobre 2015 (in pieno scoppio della bolla cinese) e risalire ai valori attuali di 3.450 punti.
 
Tale andamento dimostra inoltre che gli effetti del Quantitative Easing sono stati più che positivi nel periodo precedente alla sua ufficializzazione e che dopo gli effetti di allargamento del mercato finanziario sono divenuti più contenuti.
 
La politica monetaria espansiva di Draghi si sta dunque rilevando fallimentare.  Essa può al limite solo alimentare una bolla speculativa con il rischio che, quando questa scoppia (e ci sono già delle avvisaglie che provengono dalla Cina), gli scarsi effetti del moltiplicare finanziario sul reddito delle fasce più ricche della popolazione si annullano, la distribuzione del reddito si è oramai sempre più polarizzata, le aspettative crollano e si rientra di nuovo in una fase recessiva.
 
Tale situazione è l‘esito della “trappola della speculazione finanziaria” e spiega l’attuale situazione di impasse macroeconomico: trappola della speculazione e trappola della liquidità si alimentano a vicenda in un perverso e distorto circolo vizioso.
 
 
Tale congiuntura economica rischia di produrre una stagnazione di lungo periodo, dal momento che è alimentata da fatti strutturali che oramai si sono sedimentati nella governane del mercato del lavoro e nelle forme di dominio del capitale produttivo e finanziario sullo stesso lavoro.
 
Facciamo qui riferimento alla “trappola della precarietà”, ovvero a quella condizione per la quale la condizione di precarietà, di incertezza, di instabilità, di insicurezza di reddito è talmente diventata strutturale e generalizzata non solo da coinvolgere l’intera vita degli individui ma a occupare qualsiasi spazio economico, sino a divenire irreversibile, a prescindere al tipo di professione e dall’età.
 
Non si esce più dalla condizione precaria, oggi, per lo più se essa, come già ricordato, diventa norma.
 
La trappola della precarietà, se a livello individuale consente alla gerarchia economica di tenere in ostaggio il lavoro e soprattutto il lavoro a più alto valore aggiunto (quello cognitivo-relazionale) grazie a nuovi dispositivi di sussunzione vitale al capitale (dal debito, al ricatto sul reddito, all’immaginario), a livello aggregato rappresenta il più grande ostacolo alla ripresa economica. È all’origine della trappola della liquidità e favorisce l’ampliamento della trappola della speculazione. Si tratta così di una situazione di perenne instabilità e quindi di perenne crisi.
 
 
Quantitative Easing  (QE) o alleggerimento quantitativo
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Con alleggerimento o allentamento quantitativo, o anche facilitazione quantitativa, sovente con la locuzione inglese quantitative easing (o QE), si designa una delle modalità con cui avviene la creazione di moneta da parte di una banca centrale e la sua iniezione, con operazioni di mercato aperto, nel sistema finanziario ed economico.
 
In caso di ricorso a tale modalità, la banca centrale acquista, per una predeterminata e annunciata quantità di denaro, attività finanziarie dalle banche del sistema (azioni o titoli, anche tossici), con effetti positivi sulla struttura di bilancio di queste ultime. Convenzionalmente, invece, il controllo della base monetaria avviene con la vendita o acquisto di titoli governativi, in apposite aste.