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13 dicembre 2015
 
PARIGI - Come un giudice che emette la sua sentenza, il presidente della Cop21 Laurent Fabius ha usato un martelletto, rigorosamente verde, per sancire l'accordo che i 195 stati presenti alla conferenza sul clima di Parigi hanno votato. Platea in piedi e applausi scroscianti per quello che è stato già definito un accordo dal valore storico. Limite di 1,5 gradi al rialzo della temperatura, cento miliardi di dollari per i paesi in via di sviluppo e revisione ogni ciqnue anni sui tagli alle emissioni nocive. Questi i tre punti fondamentali dell'accordo.
 
La giornata. "Vorrei che tutti coloro che hanno partecipato a raggiungere questo traguardo fossero presenti qui oggi": con queste parole Fabius aveva presentato l'accordo raggiunto dalla 21esima conferenza sul clima delle Nazioni Unite dopo 13 giorni di negoziati. "Abbiamo la bozza che è giusta, ambiziosa ed equilibrata e che riflette tutte le parti. È giuridicamente vincolante". Accanto a Fabius, il presidente Francois Hollande e il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. "Questo accordo", aveva proseguito, "è necessario per il mondo intero e per ciascuno dei nostri paesi. Aiuterà gli stati insulari a tutelarsi davanti all'avanzare dei mari che minacciano le loro coste; darà mezzi finanziari all'Africa, sosterrà l'America Latina nella protezione delle sue foreste e appoggerà i produttori di petrolio nella diversificazione della loro produzione energetica. Questo testo sarà al servizio delle grandi cause: sicurezza alimentare, lotta alla povertà, diritti essenziali e alla fine dei conti, la pace. Siamo arrivati alla fine di un percorso ma anche all'inizio di un altro. Il mondo trattiene il fiato e conta su tutti noi". L'intesa era stata finalizzata nella notte. Il testo è stato tradotto in sei lingue prima di essere presentato. Il documento sarà aperto alla firma presso il quartier generale delle Nazioni Unite dal 22 aprile 2016 al 21 aprile 2017.
 
LEGGI IL TESTO INTEGRALE DELL'ACCORDO

In chiusura del suo intervento davanti alla plenaria, il presidente della Conferenza Onu sul Clima aveva citato Nelson Mandela: "Nessuno di noi agendo da solo può raggiungere il successo, il successo è portato da tutte le nostre mani riunite".

"Il traguardo è in vista, ora finiamo l'opera", aveva aggiunto il segretario generale Ban Ki-moon. "È arrivato il momento di capire che gli interessi nazionali sono preservati al meglio agendo nell'interesse comune internazionale". E ha aggiunto: "Le soluzioni al cambiamento sono sul tavolo, sta a noi prenderle".
 

fonte: laRepubblica 

 

 
Ombrelli, striscioni, tulipani. Nonostante il divieto di organizzare manifestazioni pubbliche nella capitale francese, in seguito agli attentati del 13/11, gli attivisti che si battono per una riduzione del surriscaldamento globale hanno trovato il modo di far sentire la propria voce. Una lunga striscia di stoffa rossa è stata srotolata lungo l'avenue de la Grande Armée, una delle grandi arterie della città che conduce all'Arco di Trionfo.
 
 
 

Parigi, il vertice è finito. Adesso cominciamo a fare sul serio

di Riccardo Bottazzo
   
13 dicembre 2015
 
Si spengono i riflettori sulla Cop21. Il summit di Parigi è concluso e l’accordo firmato. Abbiamo salvato il mondo? No, naturalmente. Ma neppure ce lo aspettavamo. Non c’è, e non poteva starci dentro il documento conclusivo, la reale volontà dei Paesi industrializzati di avviarsi verso quella nuova forma di economia reale che, sola, potrebbe contenere l’aumento della temperature sotto i 2 gradi, ma che avrebbe come inevitabile conseguenza l’accantonamento di un sistema capitalistico predatorio ed una radicale destrutturazione verso il basso di quella che è attualmente la piramide del potere.
Alla fin fine, l’unica strada davvero risolutiva del problema clima, era quella prospettata dal signor Raoni Metuktire, cacique del popolo amazzonico kayopo, nel suo intervento davanti ai leader della terra: “Europei e nordamericani dovrebbero imparare a mangiare solo quello che producono sotto le loro case”.
L’avesse detto Obama, non sarebbe più potuto tornare negli States.
 
Come valutare allora l’accordo di Parigi? Non certo con lo stesso tono col quale lo ha promosso Laurent Fabius, presidente della Cop21: “Giusto, durevole, dinamico, equilibrato, giuridicamente vincolante”. Ma neppure come lo ha liquidato al Guardian James Hansen, uno degli scienziati che per primi hanno denunciato il pericolo del cambiamento climatico. “Porsi l’obiettivo di stare sotto i 2 gradi con un piano di verifiche quinquennali per cercare di migliorare un po’ alla volta è una cosa ridicola, uno scherzo”. In conclusione, ha tagliato corto lo scienziato, l’accordo siglato a Parigi “It’s just a bullshit”. Frase che il traduttore di google fa finta di non capire ma che azzardo a tradurre con “E’ solo una stronzata”. (Se sbaglio correggetemi…)
 
Eppure, per quelli che, come noi, dal vertice francese si aspettavano poco o niente, va detto che qualcosa di buono è venuto fuori. E per “buono” intendo strumenti che potremo utilizzare nelle nostre battaglie ambientaliste.
 
Entriamo velocemente nei termini dell’accordo. L’articolo 2 fissa il limite massimo dei 2 gradi con l’obiettivo ideale di mantenersi entro il grado e mezzo. Il che significa, secondo i dati dell’Ipcc, tagliare le emissioni tra il 40 e il 70 per cento rispetto al 2010 entro il 2050. Tra il 70 e il 95 per cento, se puntiamo ad un aumento contenuto entro il grado e mezzo. Bene. Il problema è che per non scontentare petrolieri, multinazionali e governi, il testo non specifica come e dove. Tutto viene demandato alle Indc, le Intended Nationally Determined Contribution, cioè alle misure che ogni Stato intende volontariamente adottare.
 
Dal testo iniziale dell’accordo è stato stralciato tutto quanto poteva penalizzare le grandi corporation finanziarie. Desaparecido anche il concetto di decarbonizzazione, che implicava il completo abbandono di carburanti fossili, per fare spazio ad una ipotesi di “bilancio energetico” che non sta a significare niente se non che si continuerà ad usare il petrolio (fin che ce n’è, e fin che questo sarà economicamente vantaggioso). Anche i famosi 100 miliardi di dollari annui da stanziare per i Paesi non industrializzati sono solo fumo. Non è stato stabilito come, quando, con quali criteri e con quali vincoli saranno stanziati. Inoltre, questione non da poco, non è stato neppure precisato se stiamo parlando di finanziamenti a fondo perduto o… prestiti!
Conclusione: il testo finale partorito dalla Cop21 è debole, imperfetto, facilmente aggirabile, non vincolante né per i Governi né per le multinazionali. Prospetta e auspica un contenimento utopistico di 1,5 gradi ma non detta quei severissimi vincoli e quei drastici cambiamenti indispensabili di rotta per raggiungerlo. Come possedere la mappa del tesoro ma non sapere su quale isola andare a scavare.
 
Eppure … eppure questo accordo ha anche una lettura positiva. Quella di relegare definitivamente l’industrializzazione, così come l’abbiamo concepita sino a oggi, nei libri di storia del Novecento. A Parigi è stata chiusa l’era del petrolio e dei grandi consumi. Il futuro passerà per le rinnovabili.
 
Perché rispettare l’obiettivo dei 2 gradi, significa senza se e senza ma, tenere gas, petrolio e carbone là dove Madre Natura ce lo ha messo: sotto terra.
 
Questo è l’impegno che gli Stati, Italia compresa, hanno preso a Parigi. Un impegno che presto proveranno a disattendere facendo leva su tutte quelle deficienze del testo cui abbiamo accennato. Un impegno che sicuramente cercheranno di farci dimenticare con la scusa del terrorismo (che non a caso introita dal mercato del petrolio) o altre invenzioni.
 
Fateci caso. A poche ore dalla firma – fatta salva qualche rara eccezione – la Cop21 è già sparita dalle home dei siti di informazione e pochissimi quotidiani gli hanno dedicato la prima pagina. Tutti a sbavare su truculenti fatti di cronaca, a commentare fuffe bancarie o a sbavare su quella stramenata da infarto cosmico che è la Leopolda.
 
Toccherà ai movimenti sociali e ambientali, alle loro lotte, ricordare che c’è una emergenza clima e pretendere che Cop21 venga rispettato. Dopo Parigi, possiamo scriverlo senza tema di smentita: trivellare l’Adriatico va contro l’accordo sul clima che l’Italia ha sottoscritto. Questa è una verità che nessun politico, nessun amministratore, nessun petroliere, neppure un Salvini (tanto per dire la cosa peggiore che mi viene in mente), potrà negare. Questa è una verità sulla quale chi dice No ad Ombrina deve battere, ribattere ed ancorarsi senza far sconti a nessuno. Lo stesso lo possiamo ribadire per la Tav, le industrie cancerogene come l’Ilva, la Pedemontana e tutte le Grandi e devastanti Opere che hanno partorito crisi sociale, economica, ambientale e, adesso è ufficiale, anche climatica.
 
Pure le Grandi Navi, viste sotto i criteri dell’accordo parigino, navigano verso la parte sbagliata della storia. Fuori dalla laguna? No, fuori dal mondo le vogliamo!

 

 
 
La vera guerra da combattere è quella contro il cambiamento climatico
 
di George Monbiot
The Guardian, Regno Unito
   
3 dicembre 2015
 
Quando sarebbe il caso di procedere con prudenza ci si precipita ad agire, e quando invece è il momento della determinazione si tentenna e si rimanda.
 
Il contrasto tra la reazione del governo britannico alla crisi siriana e a quella climatica non potrebbe essere più palese. Londra ha risposto a questi problemi in modo diametralmente opposto ma con la stessa sconsideratezza.
 
“Dobbiamo colpire i terroristi a casa loro e dobbiamo farlo adesso”, ha dichiarato il primo ministro David Cameron davanti al parlamento la scorsa settimana. La necessità di combattere il gruppo Stato islamico (Is) è incontestabile, ma farlo senza alcun obiettivo strategico chiaro è fuori da ogni logica.
 
I settantamila combattenti siriani su cui, secondo Cameron, si potrebbe fare affidamento possono anche esistere, ma la maggior parte di loro combatte Bashar al Assad in altre aree del paese. Davvero Cameron vorrebbe trasferirli, ammesso e non concesso che siano disposti ad abbandonare la loro battaglia? Dopo tutto il primo ministro ha ribadito (a ragione, credo) che “non sconfiggeremo mai l’Is se metteremo in dubbio la necessità di un’uscita di scena di Assad”. Eppure chiedendo ai ribelli anti-Assad di combattere un nemico diverso non faremmo altro che consolidare la presa del dittatore sulla Siria. Questo difetto nel piano è talmente ovvio che non dovrebbe neppure esserci bisogno di evidenziarlo.
 
Quante vittime civili Cameron considera accettabili in nome della guerra ai jihadisti?
Ma quali sono gli obiettivi dei raid aerei? E come faranno i nostri bombardieri a colpirli? I combattenti dell’Is si nascondono tra i civili rimasti a Raqqa. Quante vittime civili Cameron considera accettabili in nome della guerra ai jihadisti? Perché ci saranno vittimi civili, e probabilmente anche tante: i terroristi faranno in modo che questo accada.
 
Cosa spinge Cameron a credere che una campagna militare in un’area del mondo scoraggerà il terrorismo in altre zone del pianeta? Uno degli aspetti più sorprendenti dell’antiterrosimo è la totale assenza di valutazioni empiriche. Uno studio pubblicato su Psicothema ha evidenziato “una quasi completa assenza di ricerche sugli effetti delle strategie antiterrorismo. Concludiamo che la politica antiterrorismo non è basata su dati concreti”.
 
Delle undici campagne militari analizzate dallo studio, cinque non hanno avuto alcun impatto sui successivi atti terroristici, mentre le altre sei sono state seguite da un aumento degli episodi di terrorismo.
 
Per contrasto, non abbiamo bisogno di nessun’altra ricerca per capire che il cambiamento climatico è un problema urgente. Eppure in questo caso il governo di Cameron esita su tutti i fronti, o peggio ancora.
 
Il Regno Unito è l’unico paese del G7 ad aver aumentato in modo sostanziale le sovvenzioni per i combustibili fossili. Quest’anno il ministro delle finanze George Osborne ha assegnato altri 1,7 miliardi di sterline per l’estrazione di petrolio e gas dal Mare del Nord. Attraverso l’Infrastructure act del 2015, Cameron ha imposto al governo l’obbligo legale di “massimizzare la ripresa economica” del petrolio e del gas britannici. Al contempo il Climate change act del 2008 impone al governo di minimizzare la combustione di petrolio e gas, e questo crea una sorta di corto circuito legale. Ma a quanto pare nessuno ci fa caso.
 
 
In alcune zone del Medio Oriente le temperature supereranno i limiti accettabili per la sopravvivenza degli esseri umani.
 
Cameron ha fermato lo sviluppo dei parchi eolici e delle grandi centrali a energia solare, e ora vuole che gli investimenti si concentrino sul gas. L’unico modo di combinare l’aumento della combustione del gas con il rispetto degli impegni presi per la lotta al cambiamento climatico sarebbe quello di immagazzinare e interrare l’anidride carbonica che ne deriva. Tuttavia, sette giorni dopo aver annunciato l’inizio della sua corsa al gas, il governo ha abbandonato il progetto basato sulla cattura e la conservazione dell’anidride carbonica. Ora la contraddizione di fondo è impossibile da risolvere.
 
Londra ha tagliato dell’80 per cento i fondi per l’efficienza energetica delle case, sta vendendo la Green investment bank, ha ridotto gli incentivi per l’acquisto di auto meno inquinanti e vuole costruire nuove autostrade. In questo momento il Regno Unito potrebbe raggiungere gli obiettivi fissati sul clima soltanto con un’inversione di rotta politica e con la costosissima chiusura degli impianti che Cameron cerca di commissionare.
 
Cameron promette di proteggerci dalle minacce globali, ma allo stesso tempo contribuisce ad aggravare una catastrofe le cui proporzioni fanno impallidire qualsiasi operazione dell’Is. Anche se venissero rispettate, le promesse fatte dai partecipanti alla conferenza sul clima di Parigi non cancellerebbero comunque il pericolo del riscaldamento globale. Ma la cattiva fede è contagiosa, e se altri governi ignoreranno gli impegni presi (come sta facendo Cameron) il risultato sarà ancora più disastroso.
 
Secondo uno studio pubblicato il mese scorso da Nature climate change, se il cambiamento climatico non sarà arginato entro la fine del secolo le temperature in alcune aree di Yemen, Arabia Saudita, Kuwait, Iraq e Iran “potrebbero raggiungere e superare” i limiti accettabili per la sopravvivenza degli esseri umani. Non è esattamente una buona notizia per la pace del mondo.
Cameron soffre della sindrome di Churchill, ovvero la convinzione che per essere un grande leader c’è bisogno di un grande conflitto.
 
Durante il suo discorso sulla Siria, Cameron ha dichiarato alla camera: “La mia prima responsabilità come premier è quella di garantire la sicurezza del popolo britannico”. Ma allora perché ci espone a queste minacce? Perché, in un contesto così incerto, si lancia in una campagna di bombardamenti con grande passione, mentre nelle sue parole a proposito del cambiamento climatico (dove la necessità di agire è palese) non c’è traccia di convinzione?
 
I politici non fanno niente con entusiasmo, a meno che non sia qualcosa che hanno sempre desiderato (basta pensare all’ardore con cui George Osborne prosegue sulla via dell’austerità nonostante le sue giustificazioni iniziali siano state abbandonate). Cameron, come gli altri capi di governo, sembra soffrire della sindrome di Churchill, ovvero la convinzione che per essere un grande leader c’è bisogno di un grande conflitto. Diversamente da Tony Blair, Cameron non ha inventato la guerra a cui vorrebbe partecipare, anche se il suo coinvolgimento rischia di provocarne l’escalation.
 
Non c’è nulla di emozionante nel promuovere un’economia a emissioni zero, nulla che evochi l’immagine di un comandante temerario in sella al suo destriero con lo sguardo fisso sull’orizzonte. I provvedimenti necessari sono banali e poco eccitanti. Per conquistarsi un posto nella storia politica ci vogliono un po’ di esplosioni.
 
Se le energie impiegate negli ultimi 25 anni per bombardare altri paesi fossero state dedicate ai problemi ambientali del mondo, probabilmente adesso ci sarebbero molte meno crisi. Ma la soglia da superare per bombardare qualcuno è stata sempre molto bassa, al contrario di quella per la protezione della natura e dell’ambiente. È come se i governi fossero indifferenti alla vita e innamorati della morte.
 
(Traduzione di Andrea Sparacino)
 
 
Questo articolo è uscito su The Guardian. Clicca qui per leggere l’originale.
fonte: Internazionale