il mito del cargo


 

Il mito del Cargo

di Jean Baudrillard
 
estratto da La società dei consumi, cap. secondo, “Lo statuto miracoloso del consumo”, p.25-28, Il Mulino, 1976
 
Gli indigeni della Melanesia erano rapiti alla vista degli aerei che sfrecciavano in cielo. Ma mai questi oggetti discendevano fin verso di loro. I bianchi invece riuscivano a catturarli. E questo perché, essi, a terra, disponevano in certi determinati spazi di oggetti simili capaci di attrarre gli aerei volanti. Perciò gli indigeni pensarono di costruire, con rami e liane, un simulacro di aereo. Delimitarono poi un terreno, che illuminavano accuratamente durante la notte, e si misero ad attendere pazientemente che i veri aerei vi si posassero.
 
Senza voler tacciare di primitivismo (e perché no?) i cacciatori-raccoglitori che ai nostri giorni vagano per la giungla delle città, in quanto esposto si potrebbe vedere un apologo del consumo. Il miracolato del consumo mette in mostra tutto un dispositivo di oggetti-simulacro, di segni caratteristici di felicità, e poi attende (disperatamente direbbe un moralista) che la felicità vi si posi.
 

Non è questione di vedervi un principio di analisi. Si tratta semplicemente della mentalità consumatrice privata e collettiva. Ma a questo livello assai superficiale si può arrischiare un confronto: è un pensiero magico che regola il consumo, è una mentalità miracolosa che regola la vita quotidiana, come la mentalità primitiva viene considerata fondata sulla credenza nell’onnipotenza dei pensieri, così qui c’è la credenza nell’onnipotenza dei segni. L’opulenza, l’”affluenza” non è in effetti che l’accumulazione dei segni della felicità. Le soddisfazioni che conferiscono gli oggetti stessi sono equivalenti agli aerei-simulacri, i modelli ridotti dei melanesiani, vale a dire il riflesso anticipato della grande soddisfazione virtuale, dell’opulenza totale, dell’ultimo giubilo dei definitivi miracolati, la cui folle speranza alimenta la banalità quotidiana. Queste minori soddisfazioni non sono altro che delle pratiche di esorcismo, dei mezzi per catturare, per accattivarsi il benessere totale, la beatitudine. 

 

 
Nella pratica quotidiana i benefici del consumo non sono vissuti come il risultato di un’opera o di un processo di produzione, sono vissuti come miracolo. C’è certo una differenza tra l’indigeno melanesiano e il telespettatore che si siede davanti al proprio apparecchio, spinge il bottone e attende che le immagini del mondo intero discendano verso di lui: e consiste nel fatto che generalmente le immagini obbediscono, mentre gli aerei non accondiscendono mai ad atterrare a motivo dell’ingiunzione magica. Ma questo successo tecnico non è sufficiente a dimostrare che il nostro comportamento sia di ordine reale e quello degli indigeni di ordine immaginario. Infatti la stessa economia psichica fa sì che da un lato la fiducia magica degli indigeni non venga mai meno (se essa non funziona è perché non si è fatto quel che si doveva fare) e che, d’altro lato, il miracolo della TV sia perpetuamente realizzato senza cessare di essere un miracolo – e questo grazie alla tecnica che cancella per la coscienza del consumatore il principio stesso della realtà sociale, il lungo processo sociale di produzione che conduce al consumo delle immagini. Per questo il telespettatore, come l’indigeno, vive l’appropriazione come una captazione in virtù di una modalità di efficacia miracolosa.
 
I beni di consumo si propongono come una potenza carpita, non come prodotti del lavoro. E più in generale la profusione dei beni è sentita, una volta privata delle sue determinazioni oggettive, come una grazia della natura, come una manna e un beneficio del cielo. I melanesiani – ancora loro – hanno sviluppato a contatto coi bianchi un culto messianico, quello del Cargo: i bianchi vivono nella profusione mentre essi non hanno nulla, questo perché i bianchi sanno catturare o sviare le merci che sono spedite a loro, i neri, dai loro antenati ritiratisi ai confini del mondo. Un giorno, una volta posta in scacco la magia dei bianchi, i loro antenati ritorneranno col carico miracoloso ed essi non conosceranno più il bisogno.
 
 
Così i popoli “sottosviluppati” considerano l’”aiuto” occidentale come qualcosa di atteso, di naturale, e che era loro dovuto da lungo tempo. Come una medicina magica, senza rapporto con la storia, la tecnica e il progresso continuo e lo sviluppo mondiale. Ma se vi si guarda un po’ più da vicino, i miracolati occidentali dello sviluppo non si comportano collettivamente allo stesso modo? La massa dei consumatori non vive la profusione come un effetto della natura , circondata com’è dai fantasmi del Paese di Bengodi e persuasa dalla litania pubblicitaria che tutto le sarà dato d’avanzo e che ha sulla profusione un diritto legittimo e inalienabile? La buona fede nel consumo è un elemento nuovo; le nuove generazioni sono ormai delle eredi : esse non ereditano più solamente dei beni, ma anche il diritto naturale all’abbondanza. Così in Occidente rivive il mito del Cargo mentre esso declina in Melanesia.
 
Infatti anche se l’abbondanza si è fatta quotidiana e banale, essa resta vissuta come un miracolo quotidiano nella misura in cui essa appare non come prodotta, strappata e conquistata al termine di uno sforzo storico e sociale, ma come dispensata da parte di un’istanza mitologica benefica di cui siamo i legittimi eredi: la tecnica, il progresso, la crescita, ecc.
 
Questo non vuol dire che la nostra società non sia oggettivamente e in maniera decisiva innanzi tutto una società di produzione, un ordine di produzione, dunque il luogo di una strategia economia e politica. Ma questo vuol dire che vi si inserisce un ordine del consumo, che è un ordine della manipolazione dei segni. In questa misura si può tracciare un parallelo (senza dubbio avventuroso) col pensiero magico: infatti l’uno e l’altro vivono di segni e al riparo dei segni. Sempre un maggior numero di aspetti fondamentali delle nostre società contemporanee fanno capo a una logica delle significazioni, a un’analisi dei codici e dei sistemi simbolici – e quest’analisi si deve articolare su quella del processo della produzione materiale e tecnica come suo prolungamento teorico.
 
 
video I Cargo Cult
 
Il culto del cargo è un culto di tipo millenarista sincretico apparso in alcune società tribali melanesiane in seguito all'incontro con popolazioni occidentali. Originatesi dall'osservazione delle navi e dei traffici europei, i diversi culti del cargo hanno in comune la fede nell'avvento di navi o aerei (in inglese cargo, da cui il nome di questi movimenti religiosi) carichi di beni destinati non agli europei ma agli indigeni.
 

 
Culto del cargo
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
 
Il culto del cargo ha avuto la sua maggiore diffusione in seguito alla seconda guerra mondiale, quando le tribù indigene dei luoghi interessati ebbero modo di osservare le navi giapponesi e statunitensi che trasportavano grandi quantità di merci. Alla fine della guerra le basi militari dell'Oceano Pacifico furono chiuse e di conseguenza cessò il rifornimento di merci. Per attrarre nuovamente le navi e invocare nuove consegne di merci, i credenti del culto del cargo istituirono rituali e pratiche religiose, come la riproduzione grossolana di piste di atterraggio, aeroplani e radio e l'imitazione del comportamento osservato presso il personale militare che aveva operato sul luogo.
 
I credenti del culto ritengono che la consegna dei beni sia disposta per loro da parte di un ente divino. Il culto del cargo si è sviluppato principalmente in alcuni angoli remoti della Nuova Guinea e in altre società tribali della Melanesia e della Micronesia in concomitanza con l'arrivo delle prime navi esploratrici occidentali del XIX secolo. Culti simili sono però apparsi anche in altre parti del mondo.
 
Durante la seconda metà del Novecento il culto del cargo è diminuito fino a scomparire quasi del tutto. Sull'isola di Tanna, nella Repubblica di Vanuatu, sopravvive ancora il culto di Jon Frum, uno dei più conosciuti, che nacque prima della guerra e divenne in seguito un culto del cargo. Sulla stessa isola è vivo il Movimento del Principe Filippo, che ha come oggetto la figura di Filippo di Edimburgo, marito della Elisabetta II, regina del Regno Unito.