vera violenza


 

Il dito e la luna, ancora

Il 30 novembre, 196 Stati hanno inviato a Parigi i loro massimi rappresentanti  per trovare un accordo utile a ridurre e poi neutralizzare le emissioni di gas serra. Nonostante i segnali sempre più inquietanti che il nostro malato pianeta e il suo ecosistema ci inviano, gli impegni che, forse, prenderanno i paesi più industrializzati e inquinanti, sin d’ora non sembrano essere sufficienti nemmeno a contenere l’aumento di temperatura sotto i quattro gradi, soglia superata la quale si annuncia l’inizio di un’epoca infernale. Il nostro pianeta ha conosciuto, nel corso della sua millenaria esistenza, climi molto più caldi e molto più freddi di quelli che si annunciano per un prossimo futuro. Ma nel passato il nostro pianeta non era popolato da 7,3 miliardi di umani. Ora lo è, e le attuali grandi migrazioni, che minacciano tranquillità e sicurezza di chi ancora non è messo sotto scacco da un clima insostenibile, assumeranno proporzioni bibliche con il loro seguito di biblici flagelli.   
 

Di questo rischio collasso dell’attuale sistema di produzione e consumo, accompagnato dalla scomparsa delle istituzioni e delle forme di aggregazione sociale sino ad oggi praticate, si trova qualche vaga traccia sui media mainstream, ma i riflettori puntano tutti sul circo mediatico, sulle passerelle dei presidenti, sulla violenza dei contestatori. Considerata la posta in gioco, la scelta opportunista e subordinata della grande informazione appare infantile e suicida. Il messaggio che deve passare è che non va messo in discussione il modello unico di sviluppo deciso da una cleptocrazia tecnocratica sempre più saldamente arroccata nelle blindate cabine di regia. Perché è un modello di sviluppo collaudato e funzionale agli interessi di una esigua ma vorace percentuale di umanità padrona, un modello basato sul produttivismo e sullo sfruttamento delle energie fossili - che garantiscono lauti profitti ai mercanti di beni primari e di armi - e che prevede strutturalmente lo scambio ineguale tra i popoli e le classi sociali. Un modello che piace molto a chi lo strumentalizza a proprio beneficio.    N.d.R.C. 

 

 

Parigi, la guerriglia che non c’era

Marco Bascetta, il manifesto
 
Il 29 novembre a Parigi non vi è stata alcuna «guerriglia urbana», ma uno scontro di assai modeste proporzioni tra un folto schieramento di polizia e un limitato numero di manifestanti. Trecento fermati, nessun ferito rendono alquanto evidente la natura e l’effettiva entità degli eventi. Il divieto di manifestare, contenuto nello stato di emergenza decretato dal presidente Hollande, è un invito irresistibile ad essere trasgredito.
 
Per via pacifica, e comunque illegale, o scontrandosi con le forze di polizia. Entrambe le cose sono puntualmente accadute. C’è il precedente di Ankara, è vero, ma gli uomini dell’Is hanno dimostrato di poter scegliere tra innumerevoli concentrazioni di persone (mercati, chiese, locali pubblici, aerei, metropolitane, stadi) tra le quali seminare morte. Luoghi di quella normale vita quotidiana alla quale, tutti lo giurano, nessuno potrà costringerci a rinunciare.
 
 
Ne consegue che la protesta di piazza contro le politiche nazionali o “globali” che siano, contrariamente allo shopping e alla frequentazione dei bistrot, non è considerata appartenere alla normalità della vita democratica, allo stile di vita squisitamente occidentale. Non è dunque una questione di sicurezza. O almeno non lo è in prima istanza. Si tratta piuttosto di quella pretesa di obbedienza e disciplina nazionale, di fiducia incondizionata nelle scelte di chi comanda che i governanti pretendono in caso di guerra o di altre emergenze imparentate più o meno legittimamente con questa parola.
 
 
E non è questa l’ultima ragione per la quale si sono combattute e si combattono le guerre. Magari quando la popolarità di un presidente vacilla pericolosamente sul fronte politico interno. Come nel caso del pallido Hollande, ma anche di Angela Merkel che, incalzata da destra e da componenti del suo stesso partito per la politica sull’immigrazione cui ha ultimamente legato la sua immagine, si aggrega infine all’impresa siriana. L’obiettivo non rinviabile di distruggere Daesh è dunque inquinato e indebolito da un fitto intrico di interessi ed egoismi nazionali, tanto in patria quanto in Medio oriente.
 
 
Quanto alla normalità della vita metropolitana in Occidente, anche su questo fronte non sembrano esserci solide garanzie. Bruxelles viene trasformata per diversi giorni in una città fantasma per fermare 21 persone, 19 delle quali saranno immediatamente rilasciate. Non si scoprono arsenali, né terroristi pronti a colpire, ma l’immagine della capitale d’Europa ridotta a spettrale teatro di guerra resterà a lungo nella memoria. Nessuno sarà chiamato a rendere conto di questa sproporzionata messa in scena o del buco nell’acqua. Ad Hannover, in Germania, viene evacuato uno stadio, messa in stato di assedio una stazione, la popolazione invitata a chiudersi in casa, ma non v’è traccia dell’ambulanza imbottita di tritolo di cui si era andato favoleggiando. Il governatore del Land assicura che non c’è alcun pericolo. Il ministro dell’interno mette in guardia da “altri attentati”. Altri?
 
 
Se non è il trionfo dell’Is è certamente quello della stupidità o, peggio, l’esordio di un nuovo stile di governo emergenziale. Per salvare la Libertà, ripetono innumerevoli commentatori, bisognerà pur rinunciare a qualche libertà, prima tra tutte quella di contestare il governo che ci protegge, che ci imbriglia “per il nostro bene”. E, per meglio farlo, come è il caso di quello francese, mette anche mano alla Costituzione, introducendovi strumenti di sospensione dei diritti democratici, che potrebbero presto finire in mani assai poco delicate quali quelle del Front National. Confidiamo nell’impegno preso dal governo italiano di non seguire questa strada.
 
 
Se per qualche banale incidente, magari lo zelo repubblicano di un flic, dovesse riesplodere la rivolta nelle banlieus, potremmo tornare ad assistere alle orribili scene dell’ottobre 1961 quando decine e decine di algerini (forse addirittura 300) furono assassinati e gettati nella Senna. Anche allora c’era una guerra. E attentati contro le forze di polizia. E stato di emergenza. Ma Daesh non si interessa alle rivolte metropolitane. E’ nel bacino della frustrazione e dell’impotenza che recluta i suoi “martiri”. Nel bacino delle manifestazioni proibite e delle cospirazioni silenziose.