venti di guerra natalizi


 

Gino Strada: la guerra è una vergogna che va bandita dalla storia umana
 
25 novembre 2015
Intervista a Gino Strada
di  Anna Polo
 
Guerra, nonviolenza e diritto alle cure sono alcuni degli argomenti di cui si parla in questa intervista
 

Cominciamo dall’attualità: i bombardamenti francesi dopo gli attentati di Parigi e l’aereo russo abbattuto dai turchi alimentano la spirale di violenza che ci ha portati alla drammatica situazione attuale. Cosa si può fare a suo parere per cambiare direzione e sostituire il dialogo all’aggressione armata? 

 

 
La scelta della guerra è stata fatta quasi quindici anni fa, nel 2001, dopo un atto terroristico che ha scosso l’opinione pubblica non solo per le migliaia di persone uccise, ma anche per il clamore mediatico che lo ha accompagnato. E’ cominciata allora la “guerra al terrore” annunciata da Bush per una durata di almeno cinquant’anni. In quattordici di questi cinquant’anni abbiamo visto dispiegarsi la guerra in tante forme e luoghi diversi, dai bombardamenti, ai droni, agli attacchi terroristici.
 
Prendiamo l’esempio dell’Afghanistan: si sono spese cifre incredibili – certi dati parlano di 5 miliardi di dollari al mese da parte dei soli Stati Uniti – i morti, i feriti e i mutilati sono migliaia, i poveri milioni e cosa si è ottenuto? I talebani che controllavano il 60% del territorio ora ne controllano l’80% e il paese è molto più distrutto di prima. Se quei soldi fossero stati spesi in un altro modo l’Afghanistan sarebbe un paese modello per la sanità, l’istruzione e la qualità della vita. La scelta della guerra causa solo distruzione; oltre a essere eticamente aberrante, è anche stupida. E’ illusorio pensare che possa risolvere i problemi. E’ una mostruosità, una vergogna che va bandita dalla storia umana, come la schiavitù. Ce lo ripetono da secoli i più grandi pensatori e scienziati, da Erasmo da Rotterdam a Einstein. Sarà forse un processo lungo, ma è l’unica alternativa per dare un futuro alla specie umana.  Questa consapevolezza deve penetrare nella coscienza dei cittadini, perché facciano pressione sui governi, sui ricchi e sui potenti per cui la pace non è un valore.
 
 
Le guerre le hanno sempre dichiarate i ricchi e i potenti, che hanno usato scuse e bugie per farle accettare dalle popolazioni, ma a morire sono sempre stati i figli dei poveri.
 
Il 2 ottobre, anniversario della nascita di Ghandi, è stato dichiarato dall’ONU Giornata Internazionale della Nonviolenza. Considera la nonviolenza parte di quella “cultura diversa, basata sull’uguaglianza e il rispetto dei diritti umani”, di cui ha parlato nella dichiarazione diffusa dopo aver ricevuto il Rightlivelihood Award 2015?
 
Io direi che è un elemento, un valore decisivo. Rapporti umani basati sulla nonviolenza, la tolleranza e il rispetto reciproco sono fondamentali per uscire da questa spirale di violenza e per sradicare l’idea della guerra.
 
 
Lei afferma che “essere curati è un diritto umano fondamentale”, eppure non solo nelle zone di guerra, ma anche in Occidente, una sanità pubblica, gratuita e di buon livello per tutti sembra ormai un’utopia. Cosa si può fare per invertire questa sciagurata tendenza?
 
Non lo affermo io, ma la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, firmata da moltissimi stati, che poi però se la dimenticano: anche su questo tema si fanno molte chiacchere, ma poche azioni. Le cure mediche sono un diritto basilare, legato alla possibilità di stare o no al mondo; senza di esse ogni altro diritto perde significato.
 
Il problema è che la sanità è stata invasa, come tanti altri campi, dalla logica del profitto. I politici che hanno favorito l’ingresso del profitto in questo settore sono dei criminali e hanno prodotto disastri incalcolabili, sofferenze e morti.
 
 
La medicina non può diventare profitto e speculazione; escludere le persone dalle cure in base ai soldi che hanno (o non hanno) è una follia, ma anche un boomerang dal punto di vista scientifico, perché così la medicina non può avanzare. In Italia si parla di 11 milioni di persone che non hanno accesso a cure mediche adeguate. Nel nostro piccolo, noi forniamo in tutti i contesti cure di buon livello, gratuite e senza alcuna discriminazione. Stiamo aprendo molti ambulatori anche in Italia e spesso lavorare qui è più difficile che in Afghanistan! A volte ci vogliono mesi e anni per avere “la firma sulla pratica” e magari per gli interessi di chi approfitta della situazione questa firma non arriva mai.  Le nostre attività in Italia sono in continuo aumento per via dei bisogni non risolti da un sistema in cui, lo ripeto, è entrata la logica del profitto.
 
Nei vostri ospedali avete curato persone molto diverse tra loro per provenienza, età, cultura, ecc. Al di là delle differenze, qual è per lei l’essenza di ogni essere umano?
 
Per me l’elemento comune è espresso dall’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Questa è la base del vivere sociale. E’ una convinzione semplice, quasi banale, purtroppo non condivisa da molti di quelli che prendono le decisioni e hanno potere.
 
 
La strage di Parigi rende più urgente la lotta contro la guerra
 
La guerra che i paesi occidentali hanno esportato in giro per il mondo, rimanendone sostanzialmente immuni finora sul proprio territorio, arriva anche in casa propria, facendo toccare con mano cosa voglia dire vivere in una situazione di conflitto armato.
 
 
21 novembre 2015
 

Con gli attentati di Parigi la guerra ha fatto un altro passo avanti

 
Comitati No Trident - Napoli
 
La vera novità è che la guerra che i paesi occidentali, e la Francia in primis, hanno esportato in giro per il mondo, rimanendone sostanzialmente immuni finora sul proprio territorio, arriva anche in casa propria, facendo toccare con mano cosa voglia dire vivere in una situazione di conflitto armato.
 
Per questo motivo, per quanto colpiti dalla morte di tante vittime civili a Parigi, non ci associamo al coro unanime che il circo mediatico e le istituzioni stanno mettendo in campo. Si tratta infatti di lacrime ipocrite e colpevoli, che servono a nascondere le responsabilità di chi da circa 30 anni non sta facendo altro che portare saccheggio, morte e distruzione nella maggior parte dei paesi del Medio Oriente e dell’Africa. Quegli stessi giornalisti non hanno espresso il minimo di commozione e di condanna per i recenti attentati a Beirut, all’aereo russo fatto cadere nel Sinai o alle bombe contro la manifestazione di Ankara. Evidentemente i morti occidentali sono speciali, mentre gli altri sono di una razza inferiore e non meritano compassione e rabbia. Quando gli eserciti delle potenze occidentali hanno bombardato ed invaso interi paesi, con la scusa di difendere i diritti umani, di esportare la democrazia e tante altre fandonie che ci hanno raccontato, solo per mascherare una politica neocoloniale tesa a ristabilire su di essi la supremazia delle grandi potenze occidentali e dei loro capitali, quegli stessi giornalisti ne hanno esaltato le presunte ragioni umanitarie.
 
Le migliaia di morti civili, la distruzione di intere città, provocati dai nostri aerei da 10 km di altezza, oppure con i droni guidati da qualche asettica stanza di comando in una delle tante basi militari disseminate in giro per il mondo, i missili lanciati da centinaia di km di distanza da navi militari, non fanno testo: sono considerati effetti collaterali delle nostre bombe intelligenti, e soprattutto non sporcano le mani dei nostri eserciti del sangue di quelle vittime innocenti, colpevoli solo di essere nati nel paese sbagliato.
 
 
I piromani che hanno attizzato in tutti i modi possibili l’incendio del Medio Oriente vengono presentati con il volto rassicurante dei pompieri, come le vittime incolpevoli di una violenza immotivata. L’aggressione a freddo della Libia, proprio da parte di Francia e Inghilterra, per ristabilire il proprio controllo su di essa con il supporto attivo anche dell’Italia, scompaiono dalla memoria dei nostri gazzettieri quando si tratta di capire il perché del caos attuale. Il sostegno fornito alla destabilizzazione della Siria, coprendo e finanziando proprio quelle formazioni del radicalismo islamico che poi sono confluite nell’ISIS, pensando di poter combattere dietro le quinte una guerra per interposta persona contro Assad ed i suoi alleati, sono completamente rimossi da qualsiasi serio bilancio di come siamo arrivati a questo punto. E non diverso è l’atteggiamento quando si tratta di valutare l’inferno che sono diventati i diversi paesi dell’Africa Sub sahariana, dove proprio la Francia, che li considera il proprio giardino di casa, rafforza la sua presenza. Dove non arriva la corruzione delle classi dirigenti locali, o i colpi di Stato fomentati direttamente, si interviene con il proprio esercito e con le proprie armi di distruzione di massa per ribadire la subordinazione di questi paesi alle esigenze imperiali della Francia. Come è avvenuto recentemente proprio in Mali.
 
Ora l’ISIS, la cui nascita ed il cui rafforzamento sono stati favoriti dalle politiche attivamente seguite in Iraq,in Libia e in Siria dalle potenze occidentali allo scopo di destabilizzare quei paesi in concorso con le potenze dell’area mediorientale come la Turchia e le petromonarchie, viene indicato come il nemico principale. Ma questo accade solo perché la creatura da essi stessi alimentata è sfuggita loro di mano e pretende di avere interessi propri ed un proprio progetto che contrastano con quelli di chi l’ha tenuto in incubazione e ne ha favorito l’espansione. Ma anche la favola del male assoluto dedito solo al crimine efferato e alla negazione di ogni umanità non regge più a fronte di una indagine minimamente seria sulle capacità di proselitismo dimostrate da quest’organizzazione.
 
 
Se si vuole comprendere da dove trae la sua forza di attrazione l’ISIS che, come abbiamo visto con gli ultimi attentati e con quelli di gennaio, raccoglie adesioni anche tra diversi nativi francesi, forse sarebbe il caso di riconsiderare il saccheggio, le distruzioni e le morti, provocati dalla ultrasecolare politica dei paesi occidentali e dalla Francia in prima fila. La stessa conformazione attuale del vicino oriente è il frutto della spartizione a tavolino decisa da Francia ed Inghilterra agli inizi del secolo scorso, per spartirsi la zona in rispettivi protettorati ed impedire la creazione di una nazione araba in grado di contrastare le loro mire espansionistiche.
 
Forse sarebbe il caso di interrogarsi sulla marginalizzazione e la razzizzazione imposta a quote crescenti di popolazione delle disumane periferie delle grandi città. Alla frustrazione provocata tra tanti giovani più che disposti ad integrarsi nel paese in cui sono nati, e continuamente umiliati facendo sentire su di loro il peso delle proprie origini familiari, della esclusione scientificamente programmata da quel modello di vita propagandato quotidianamente da quegli stessi mass media come il migliore dei mondi possibile.
 
 
L’Isis ha pubblicato un video su internet nel quale si fanno vedere delle fasi di gioco di GTA Online dove si uccidono poliziotti, si fanno saltare in aria camion, si spara ad alcune persone. Tutte queste azioni sarebbero “normali” nel mondo creato da Rockstar Games se non fosse per il fatto che questi 3 minuti potrebbero servire all’Isis per reclutare giovani soldati nel mondo occidentale.
 
Il video è preceduto da una affermazione che è slogan pubblicitario:
ciò che voi fate nel mondo immaginario dei videogame noi lo facciamo nella vita reale sul campo di battaglia.
Il messaggio che il video vuole trasmettere è “siete bravi ad ammazzare nel mondo virtuale? Beh venite a farlo anche nel mondo reale. E’ più eccitante!” 
 
 
Il quotidiano algerino Echorouk ha recentemente pubblicato sul proprio sito web un articolo che porta all’attenzione una nuova tattica elaborata dalle organizzazioni terroristiche, in particolare da ISIS, per reclutare combattenti tra le folte file dei giovani disoccupati in Nord Africa. Le fonti dello stesso quotidiano hanno riferito che “finti uomini d’affari contattano i giovani salafiti sfruttando applicazioni come WhatsApp e Viber, attraverso i quali vengono inviati falsi contratti di lavoro come autista o altro mestiere in un dato paese arabo, con la promessa di aiutarli ad ottenere visti e biglietti aerei ed infine mettendoli in contatto con le organizzazioni terroristiche attive nella regione”.
 
 
Il fatto che tanti giovani si facciano affascinare da un progetto reazionario come quello dell’ISIS e siano disposti a sacrificare la propria vita per esso, non è indice della natura perversa dell’Islam, o della inferiorità razziale degli arabi e dei musulmani,come si continua a propagandare in maniera più o meno esplicita da parte della grande stampa, ma segnala a chi ha occhi per vedere, quanto sia crescente ed intollerabile il senso di frustrazione, di emarginazione e di insofferenza di una massa di giovani per un futuro da cui si sentono totalmente esclusi e prevaricati. Ma segnala anche l’assenza di qualsivoglia prospettiva alternativa credibile tanto nelle metropoli occidentali quanto nelle aree del Medio Oriente disposta a battersi per il superamento di questo sistema sociale fondato sulla logica del profitto che dietro le sue luccicanti vetrine nasconde solo sfruttamento bestiale, oppressione e degrado delle relazioni umane.
 
Le emozioni e lo sbigottimento da parte della maggioranza della popolazione, provocati dagli attentati di Parigi, vengono utilizzate per fomentare un clima sciovinistico e xenofobo, per chiamare a stringersi intorno al proprio governo e per giustificare un rafforzamento delle politiche di guerra, ma anche per creare consenso verso una svolta autoritaria all’interno utilizzando l’alibi del terrorismo allo scopo di limitare le libertà politiche di quegli stessi cittadini. Senza contare le politiche ancora più repressive che saranno attuate contro gli immigrati, criminalizzati in massa in quanto potenziali terroristi.
 
 
Noi antimilitaristi che da sempre denunciamo le politiche di guerra seguite dai nostri governanti e ci battiamo contro di esse, spesso siamo guardati con aria di sufficienza, ma forse avvenimenti come quelli di Parigi, dietro l’onda della comprensibile commozione, possono far intendere a tante persone, come la guerra mondiale sia effettivamente già in corso e che a cominciarla sono state le nostre classi dominanti ed i loro rappresentanti politici e istituzionali. Il fatto che sino ad ora sia stata a senso unico o sia avvenuta per interposta persona ci dice solo che siamo ancora agli inizi di una tendenza destinata a diventare ben più drammatica e orribile di quanto ci sta capitando di vedere se non riusciremo a fermarla. Ci dice che non potremo continuare a seguirla distrattamente dai notiziari della sera, come fosse un fatto che non ci riguarda, salvo svegliarci dal sonno quando qualche schizzo di questa immensa mattanza arriva sotto casa nostra, per domandarci sorpresi come mai possa accadere proprio a noi una cosa simile.
 
Infatti, al di là della momentanea apparente unità di intenti contro il nemico comune, prosegue la corsa agli armamenti, e proseguono le lotte tra le grandi potenze per appropriarsi di risorse e territori ritenuti stratecigi a discapito dei propri concorrenti.
 
 
Il materiale incendiario per un nuovo conflitto militare generalizzato si va sempre di più accumulando ed in una simile condizione la scintilla per l’innesco più o meno casuale o intenzionale è solo questione di tempo. Non sarà la diplomazia che lo potrà fermare, non saranno le momentanee intese tra le grandi potenze, ma solo il protagonismo di coloro che non sono più disposti a farsi intruppare dietro le campagne nazionaliste che mirano solo a creare il consenso della popolazione verso quel conflitto cui si vanno concretamente preparando.
 
Chi, scosso dagli avvenimenti francesi ritiene di non poter restare più passivo spettatore di quanto sta avvenendo, si attivi e si unisca a noi nella lotta contro il militarismo e la guerra, per indirizzare tutta la propria indignazione contro i principali responsabili di questo quotidiano macello. Contro chi per pura sete di profitto continua a produrre e a vendere armi anche a coloro contro cui sostiene di combattere, contro chi in nome della sicurezza e degli interessi nazionali, militarizza sempre di più i nostri territori ed emana leggi sempre più autoritarie per difendersi non da un supposto nemico esterno, ma da possibili reazioni dei suoi stessi cittadini colpiti dalle conseguenze di una politica che li impoverisce quotidianamente per difendere i privilegi delle classi dominanti.
 
COMITATI NO TRIDENT - NAPOLI