criminal power


 

 

L'essenza criminale del potere

 
V. Ruggiero, Perché i potenti delinquono.
 
Recensione e intervista all'autore
 
Pubblicato il 28 ottobre 2015 · in Interviste . carmillaonline
di Gioacchino Toni
 
Vincenzo Ruggiero, Perché i potenti delinquono, Feltrinelli, Milano, 2015.
 
“L’intervento dei governi in soccorso alle banche ha sancito il principio secondo cui i profitti vanno privatizzati mentre le perdite socializzate”. Vincenzo Ruggiero introduce il lettore all’analisi dello statuto criminale del potere a partire dall’esempio di come i momenti di crisi economica vengano presentati come situazioni eccezionali che richiedono deroghe alle regole ordinarie al fine di ristabilire la normalità allo stesso modo di come i paesi democratici, paladini dei diritti umani, si permettono di interrompere il rispetto di tali diritti, sempre grazie al fine ultimo di ristabilire le condizioni ordinarie. Dunque, i potenti si arrogano il diritto di trasgredire, ignorare, riscrivere le regole, forti della logica che vuole che i loro interessi coincidano con gli interessi dell’intera comunità.
 

L’approccio proposto da Ruggiero capovolge l’idea di deficit, cara alla criminologia, che tende a leggere gli eventi criminali come atti derivanti da una mancanza di socializzazione, di famiglia, di risorse ecc. Se ciò può essere vero in molti casi, di certo non lo è per quegli individui, o gruppi sociali, che commettono reati pur essendo ben inseriti socialmente con ambiti familiari funzionanti e disponendo di cospicue risorse. Inoltre, prima di entrare nel merito del lavoro proposto da Ruggiero, occorre sottolineare che, nell’ambito della tradizione della criminologia critica o radicale, alla quale appartiene l’autore, non ci si limita a guardare soltanto ai fatti ufficialmente giudicati come criminali, ma si presta attenzione anche a quei comportamenti che sono socialmente dannosi pur non essendo considerati criminali. La criminologia radicale, pertanto, si interessa più al danno sociale che non alla definizione ufficiale di criminalità. 

 

 
A proposito dei soggetti identificati come potenti dalla trattazione, Ruggiero ricorda come le definizioni di potere non siano mai del tutto definite o incontestabili ed in diversi casi, nel momento in cui si commette un crimine, si esercita un atto di potere nei confronti delle vittime di turno indipendentemente dal fatto che le vittime siano “socialmente, economicamente e politicamente” più potenti del criminale. Occorre pertanto chiarire a quali attori ci si riferisce in questo testo quando si parla di potenti. “Molti dei responsabili di violenza domestica, di rapina o di crimini di natura razzista, dopo le loro scorribande, torneranno con ogni probabilità al loro status di persone prive di potere che li caratterizza nelle altre interazioni sociali. I comportamenti criminali esaminati nelle pagine seguenti”, sottolinea l’autore nell’Introduzione, “sono propri di attori il cui potere costituisce una risorsa disponibile anche in altri contesti e per altre iniziative, attori che, dopo aver utilizzato il proprio potere per commettere crimini, possono facilmente tornare nelle altre sfere della loro esistenza e continuare a esercitarlo”. I crimini di cui si occupa il saggio sono quelli che “hanno come autori apparati statali, grandi imprese, istituzioni finanziarie e altre organizzazioni similmente potenti; insomma tutti quegli autori di reato che posseggono risorse materiali e simboliche di gran lunga superiori a quelle possedute dalle loro vittime”.
 
 
Man mano che il saggio amplia i punti di osservazione sulla questione del crimine dei potenti si delinea un quadro che pare portare alla conclusione che “lo studio del rapporto tra potere e criminalità consiste nello studio della coincidenza tra i due”. Ruggiero, capitolo dopo capitolo, descrive il potere come “entità diffusa, una sorta di infezione pandemica che si occulta, viola le sue stesse leggi, sprigiona violenza, promuove emulazione e, allo stesso tempo, neutralizza chi vorrebbe opporvisi”.
 
 
Dopo aver passato in rassegna le diverse letture proposte dalla criminologia, a partire da Edwin Sutherland, circa le modalità con cui vengono letti i crimini dei potenti, l’autore giunge alla conclusione di come tale disciplina, soprattutto a proposito di questo tipo di crimine e per quelle vaste zone grigie ove risulta difficile distinguere nettamente legale ed illegale, non risulti in grado di darne una lettura esaustiva, da qui la necessità di esplorare altri terreni di analisi che possono venire in aiuto nell’esaminare il fenomeno.
 
Ad esempio, il concetto di “deprivazione relativa” non riesce a spiegare la criminalità dei potenti, visto che, in tal caso, i rei godono solitamente di “abbondanza relativa”. Non è possibile spiegare tale criminalità nemmeno ricorrendo all’incapacità dei soggetti in questione di stabilire legami sociali significativi. Allo stesso modo non si può associare la criminalità a condizioni economiche disagiate e/o all’inefficacia dello stato sociale, visto che la criminalità dei potenti gode sia di condizioni socioeconomiche privilegiate che di importanti contribuiti statali attraverso esenzioni tributarie e tolleranza all’evasione fiscale. In generale, molte teorie sia della criminologia classica che critica, risultano incapaci di spiegare il crimine dei potenti in quanto, in buona parte, costruite per spiegare la criminalità dei deboli.
 
 
Le teorie sociali permettono interpretazioni alternative a quelle della criminologia. Da esse si può derivare l’idea che le violazioni dei potenti delle regole a cui ufficialmente dichiarano lealtà, grazie ai successi ottenuti, possono stimolare comportamenti imitativi. Il crimine di potenti, secondo la teoria sociale classica, ha come obiettivo quello di perpetuare ed accumulare i privilegi di chi ne è autore e teme in un loro futuro ridimensionamento. L’autore pone l’accento proprio sul fatto che la criminalità dei potenti, oltre che dalle “dinamiche oggettive” dei liberi mercati, deriva anche dalla paura del futuro, dalle previsioni circa le condizioni economiche e politiche che si avranno un domani. Ciò porta Ruggiero a concludere che il tipo di criminalità di cui si sta parlando “deriva dal rapporto ossessivo che i gruppi e gli individui potenti stabiliscono con il proprio futuro, è una forma di accumulazione di un potere già ampiamente posseduto ispirata dalla paura che eventi futuri possano minacciarne il godimento”.
 
 
Nel saggio si esamina come la legge interpretata da alcuni come “tutela contro il potere”, possa essere letta come “strumento per la sua costante accumulazione”. L’autore passa in rassegna l’approccio di Kelsen volto a separare moralità e teoria della giustizia, segnalando come da un lato la sua teoria preveda il “potenziamento dei sistemi costituzionali che fanno della legalità una guida al comportamento di tutti”, dall’altro lato tale impostazione teorica “risulta vulnerabile nei confronti delle democrazie moderne, le quali mostrano illegittimità fisiologica nella miriade di norme create che contraddicono i principi costituzionali che pure dovrebbero ispirarle. Questa disgiunzione, continua Ruggiero, “è il risultato del potere acquisito da organismi ‘extra’ e ‘sovra’ statali, come i gruppi economici e finanziari, che regolarmente evadono il controllo giuridico”. In maniera opposta le “teorie dualiste” individuano nell’autorità dello stato un a priori rispetto al diritto, pertanto ritengono che lo stato debba poter agire senza autorizzazione giuridica quando non addirittura al di fuori delle norme, al di fuori dello stato di diritto.
 
se ripeti una menzogna abbastanza spesso, questa diventa verità POLITICA
 
Viene analizzata anche la tradizione marxista che vede nei potenti degli sfruttatori, dunque criminali per definizione. Nell’ambito di tale approccio Ruggiero si sofferma sul fatto che in Marx è presente tanto la denuncia del crimine dell’accumulazione primitiva quanto l’elogio del progresso: “La nascita della grande proprietà, la distruzione dei diritti consuetudinari e la privatizzazione delle terre (…) contengono un nucleo criminale che ha comunque caratteristiche evolutive e modernizzatrici”. Quando Marx analizza la distruzione dell’economia indiana tradizionale, individua nell’invasione inglese la causa di una futura rivoluzione sociale. La criminalità dei potenti può essere pertanto ritenuta una “componente naturale dei rapporti tra le classi e, in secondo luogo, il seme del progresso e della formazione di una classe destinata a rovesciare e abbattere il sistema costituito dai ‘criminali’”. Le vittime dei crimini dei potenti diventano, pertanto, martiri inconsapevoli della “futura rivoluzione sociale”. In tal modo i crimini relativi all’accumulazione primitiva divengono parte della “logica dello sfruttamento e della crescita economica”.
 
 
Il pensiero politico può venire in aiuto per comprendere la criminalità dei potenti, diverse impostazioni classiche individuano nel potere politico le radici del comportamento criminale. La criminalità dei potenti parrebbe, secondo diverse teorie, essere prodotta dalla natura implicitamente deviante del potere politico. A tal proposito Ruggiero passa in rassegna Aristotele, Agostino, Spinoza, Hobbes, Rousseau, Montaigne, Pascal, Vico, Montesquieu, Hume, Tocqueville, Smith, Kant, Hegel, Marx, Foucault e Luhmann. Successivamente, nel saggio, viene elaborata anche una critica del pensiero economico al fine di individuare alcune categorie in grado di affrontare il crimine di potenti. Anche l’etica sembra offrire buoni strumenti per affrontare la questione; la giustificazione della condotta adottata dai criminali potenti può derivare da un’interpretazione selettiva del pensiero filosofico occidentale. “Questo processo interpretativo si nutre del proposito di espandere le opportunità sociali dei potenti, di ampliare le occasioni per delinquere e di rendere accettabili i reati commessi ai loro pari e alla società in generale”.
 
 
Particolarmente interessante è il contributo all’analisi dei crimini dei potenti offerto, nell’ultimo capitolo, dall’analisi della Comédie Humaine di Honoré de Balzac, che ha nel denaro e nel potere i suoi principali protagonisti. In Balzac, sostiene l’autore, i gruppi sociali sono nettamente distinti e rappresentati, ciascuno di essi, da un personaggio che si presenta come condensato del gruppo. I personaggi balzachiani, continua Ruggiero, sono avidi ed ambiscono, in un’epoca in cui al “naturale istinto accaparratore” si aggiunge il “sogno dell’accumulazione”, ricorrendo ad ogni mezzo necessario, al possesso di tutto ciò che è commerciabile, compreso il potere.
Monsieur Grandet, ad esempio, si arricchisce dapprima grazie alla frammentazioni dei terreni sottratti agli aristocratici dalla Rivoluzione, poi dalla vendita di vino all’esercito Repubblicano, “quando impara che il denaro genera se stesso”, fino a diventare sindaco, seguendo la logica del disprezzo degli avversari che incontra sulla sua strada, considerati colpevoli, in fin dei conti, della loro incapacità di non farsi sopraffare.
 
Nel saggio si segnala anche come in Balzac siano riscontrabili tracce di una criminologia di “ispirazione fisiognomica”, come ad esempio quando dalla forma del naso e dai tratti del viso lo scrittore deduce segni della cattiveria e dell’egoismo del personaggio. Il grande scrittore francese si concentra su ladri “che non rubano per bisogno” ma per avidità e trattandosi di ladri su ampia scala, questi tendono a suscitare rispetto ed a godere di “complicità non richiesta”. Il potente, indipendentemente dai mezzi che utilizza, può sempre tornare utile e la sua disonestà tende ad essere fruita come disonestà potenzialmente in grado d trasformarsi in benessere comune. In altre parole, al potente si è più disposti a perdonare i crimini perché si spera di poter ricavare qualcosa dai suoi privilegi, mentre al piccolo ladro si tende a non perdonare nulla perché non detiene privilegi da cui ricavare qualcosa.
 
 
In Balzac, sostiene Ruggiero, “potere e criminalità si fondono in una monomania, in un’ossessione per gli appetiti intensi”, dunque, indipendentemente dallo scopo, i grandi ladri balzachiani si adoperano con “entusiasmo incondizionato” al suo raggiungimento. Nelle opere del francese l’avidità e le pratiche illecite toccano ogni classe sociale e ad essere condannato dallo scrittore, di tendenze politiche conservatrici, è “lo spettacolo di gruppi di rango elevato e infimo che si uniscono in un’alleanza simbolica avente come fulcro il denaro”. Nella società francese che si va formando a quelle date, il denaro rappresenta da un lato una “fonte di divisione e conflitto per l’individualismo che generano, dall’altro lato una forza che circola nell’organismo sociale amalgamando settori della società altrimenti contrapposti. Comprare e vendere, sfruttare e rubare, coinvolgono tutti, dall’alto al basso della struttura sociale”. La società descritta da Balzac vede i diversi gruppi sociali interconnessi, in cui ogni rango cerca di scalare le gerarchie sociali attraverso uno spirito rampante. In un mondo in cui la differenza tra lecito ed illecito appare davvero blanda, le diverse classi sociali più che lottare tra loro sembrano “impegnate nell’imitazione reciproca”. In tale contesto la figura che più di ogni altra, secondo Ruggiero, rappresenta l’apoteosi del “potere come crimine” è quella di Vautrin. In lui si condensano l’inganno, l’avidità, l’efficienza, l’imprenditorialità e la rispettabilità. Lo vediamo vestire l’abito talare, alloggiare presso la pensione di madame Vauquer e nella pièce teatrale a lui intitolata. La figura a cui si è ispirato Balzac è quella del criminologo Vidocq che da ex galeotto diventa fondatore della Sûreté, combattente nell’esercito francese contro gli austriaci, poi disertore, di nuovo nell’esercito sotto falso nome, poi, una volta costretto ad abbandonare l’uniforme, lo troviamo vivere di truffe fino a diventare informatore della polizia in carcere. Rispettato dai malviventi, ha successo come detective privato fino ad entrare a far parte della Préfecture de Police. “Questo criminologo criminale non potrebbe personificare più adeguatamente l’idea balzachiana di potere”.
 
Nei racconti dello scrittore francese, continua Ruggiero, nessuno sembra opporsi all’esercizio del potere anche quando questo è subito; “Balzac quindi non esamina tanto la dominazione quanto l’egemonia, una forma di preminenza culturale che attrae e coopta gli altri anziché respingerli. Il potere (…) trasforma la dipendenza in accettazione”.
 
Visto che i potenti hanno “ridotto le capacità degli esclusi di narrare e articolare le loro esperienze di ingiustizia”, Ruggiero conclude invitando tutti a contribuire a quel processo di riconoscimento degli esclusi come “soggetti meritevoli di stima, credibilità e soggettività”.
 
 
INTERVISTA
 
Il tuo ultimo saggio, Perché i potenti delinquono, edito da Feltrinelli, si occupa dei crimini dei potenti. Come definiresti, brevemente, i potenti di cui parli nel testo?
 
Nelle democrazie liberali si tende a parlare di libertà come se questa fosse sempre e comunque equivalente per tutti gli individui e tutte le categorie sociali mentre, in realtà, mi sembra si possa dire che esistono gradi differenti di libertà. I diversi individui hanno a disposizione una gamma di scelte variabile ed una relativa capacità di precisione nel prevedere l’esito di tali scelte, dunque una diversa possibilità di controllo sugli effetti. Il potente a cui mi riferisco è pertanto colui che ha una grande gamma di scelte e può prevederne con una certa precisione l’esito, spesso evitando di farle apparire come criminali.
 
 
Lo studio alla base di questo saggio deriva da una sorta di insoddisfazione per come la criminologia critica, o radicale, approccio a cui comunque ti rifai, affronta la questione del crimine dei potenti. L’analisi offerta dalla criminologia appare incapace di cogliere tutti gli aspetti ed i motivi del crimine da parte dei potenti, dunque la necessità di affiancarle suggerimenti derivati da altri ambiti culturali. Non è una novità questo tuo debordare i confini della disciplina criminologica. Si possono ricordare le tue analisi delle stampe di Giovan Battista Piranesi, le sue “prigioni della mente”, per spiegare l’essenza immateriale del carcere contemporaneo, oppure il tuo aver affrontato alcuni scritti di Daniel Defoe per ragionare sulla differenza tra “affari appropriati” e “affari non appropriati” e sulla “legittimità morale” degli affari o, ancora, in Crimini dell’immaginazione [recensione su Carmilla 1/2 – 2/2], hai affrontato la letteratura classica nella convinzione che la finzione possa essere più importante della sociologia nel ragionare su criminalità e controllo sociale. Tra i campi del sapere attraversati in questo saggio non manca, ancora una volta, la letteratura ed, in particolare, nell’ultimo capitolo, passi in rassegna la Comédie Humaine di Honoré de Balzac. Puoi ricostruire, in sintesi, le escursioni extra criminologia presenti in questo tuo volume appena uscito?
 
Ho scelto diversi campi del sapere che possono offrire spunti circa i motivi del commettere crimini da parte dei potenti. Nella criminologia la motivazione viene spesso ricercata nella convinzione che in una società ultra-competitiva si è affermata l’idea che l’importante è vincere indipendentemente dal rispetto delle regole. Altri approcci suggeriscono che i potenti, al pari di tutti gli altri criminali, hanno una carenza di autocontrollo, oppure, le teorie dell’apprendimento insistono sulla necessità di imparare a commettere un crimine ed a convivere con la propria criminalità ricorrendo a giustificazioni. Tutto ciò è insufficiente a spiegare la questione del perché i potenti delinquono, dunque ho indagato altri ambiti del sapere.
 
la società ottiene il tipo di vandalismo che si merita
 
Nell’ambito della teoria sociale ho rintracciato, ad esempio, l’idea dell’emulazione dei potenti. Più le loro gesta vengono esibite, più si prestano all’emulazione, tanto che sono portato ad affermare che più che all’occultamento ed alla coercizione, i potenti mirano all’emulazione. Altra idea importante riguarda la paura del futuro; l’accumulazione delle ricchezze risponderebbe al timore che prima o poi queste potrebbero essere contestate ed i privilegi ridotti. Ad esempio, i governanti che sono consapevoli di perdere le prossime elezioni si adoperano per assegnare tutti i luoghi di potere al proprio entourage al fine di limitare la futura perdita di potere.
 
Dalla filosofia del diritto parto dal dialogo tra Platone e Trasimaco per poi passare in rassegna i contributi di diversi pensatori, in particolare Hannah Arendt, giungendo alla conclusione che i potenti hanno la capacità da una parte di adottare le idee di Platone circa l’universalità delle leggi e dall’altra parte di rifarsi, in quanto potenti, a quanto esposto da Trasimaco utilizzando così, in entrambi i casi, la giurisprudenza a proprio favore. Spinoza, ad esempio, rintraccia i motivi della condotta criminale nell’imperfezione umana, una giustificazione a cui possono ricorrere molti corrotti, mentre Hobbes sostiene che qualsiasi episodio di criminalità dei potenti è accettabile in quanto evita dei mali peggiori, evita ad esempio una situazione di anomia in cui tutti sono nemici di tutti. Successivamente analizzo posizioni più critiche, come quelle di Montaigne, Vico e Pascal che suggeriscono come il male sia insito nel potere politico in forma di crimine e di violenza, mentre con Hume e Tocqueville si torna, per certi versi, al discorso che si faceva prima a proposito dell’emulazione, cioè che i comportamenti degli usurpatori generano ammirazione. I potenti che delinquono, pertanto, hanno dalla loro parte una serie di teorie che possono servire loro come giustificazione.
 
 
Anche dalla scienza economica si possono ricavare molti spunti interessanti per la nostra analisi. Innanzitutto il principio di utilità che richiede, nel voler proteggere un bene, di non spendere più del valore del bene stesso. Il ladro per praticare il principio di utilità deve dimostrare che ciò che ha rubato è ora più utile socialmente rispetto a quando quel bene apparteneva al proprietario precedente. Ad esempio, l’imprenditore che ruba soldi allo stato può rivendicare  il merito di investire quei soldi in maniera migliore creando occupazione. Inoltre, anche il costo dell’investigazione, della condanna e della punizione deve corrispondere al valore della persona che ne è oggetto: può risultare troppo costoso investigare, condannare e punire i potenti. Secondo tale logica, inoltre, il potente in carcere non può continuare a produrre valore per l’intera società a differenza di un povero disgraziato che, invece, può tranquillamente essere mantenuto in prigione perché tanto, al di fuori di essa, non produrrebbe nulla.
 
Soprattutto per quell’ambito grigio in cui si fatica a definire legittima od illegittima, legale o criminale una condotta di un potente, più che alle scienze che si vogliono precise occorre andare a cercare contributi altrove, come ad esempio nella letteratura. L’osservazione del rapporto tra gli eventi e le narrazioni può dare buoni spunti di analisi. Riprendendo Aristotele quando, nel suo confrontare lo storico ed il poeta, sostiene che mentre il primo racconta ciò che presumibilmente è successo, il secondo narra ciò che può accadere, mi sento di poter affermare che, per certi versi, se la storia ci trasmette degli eventi particolari, la narrativa può darci a vedere delle verità più generali. A tal proposito concludo il saggio analizzando alcuni lavori di Balzac ove emerge come il potere e la criminalità siano la medesima cosa e la figura più leggendaria che si trova in uno dei suoi romanzi è quella ispirata a Vidocq, un criminologo che è anche criminale.
 
 
 
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