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Agire nella crisi - Confederare autonomie

   
24 ottobre 2015
 
Partiamo da qui, dal luogo e dal tempo della nostra enunciazione. Proviamo a porci alcune semplici domande. Chi siamo. Dove siamo. Chi sono e dove sono i “nostri”. Qual è il campo di battaglia.
Attraversiamo una fase politica, economica e sociale difficilissima. Una congiuntura specifica che nella temporalità allargata della crisi vede una ridefinizione geo-localizzata della ripresa e della stagnazione, dalla quale emerge una nuova “mappa della subalternità” e della accumulazione, una mappa che di fatto penalizza con ancora più cinica sistematicità le povertà e tutte le forme di marginalità.
Potremmo dire semplicemente che la crisi, consacrata definitivamente a forma del governo degli uomini e delle donne, oggi ha rotto la macro-narrazione generale della paura e delle possibili apocalissi finanziarie e ha assunto prepotentemente l’ordine del discorso delle velocità differenziali.
Non siamo più tutti in crisi. I poveri, sia che si tratti di soggetti collettivi che di individui, sono sempre colpevoli di insolvenza o di una qualche forma di resistenza ai dogmi della nuova accumulazione del capitale. Per questo devono pagare.
Di contro le cosiddette “locomotive d’Europa”, mascherando i costi sociali degli indicatori economici, si avvalgono del differenziale di potere derivante da una ripresa, che già mostra segnali di crisi, per imporre, con ancora maggiore arroganza, le loro infauste intromissioni nelle vicende singolari di alcuni stati nazione e nelle legislazioni comunitarie in materia di diritti sociali e di libertà di movimento.
Noi, qui, nel nostro paese comunque estremamente disomogeneo dal punto di vista delle condizioni materiali e del benessere delle persone, ci troviamo ancora complessivamente tra quelli che affannano. Non esiste ripresa a fronte della macelleria sociale imposta dal governo Renzi. Non esiste nuovo welfare. Non esiste incremento dell’occupazione. Se si guarda poi ai dati relativi al meridione la stagnazione diventa drammaticamente sinonimo di desertificazione economica e sociale.
Sulla base di queste coordinate spazio-temporali e senza dimenticare quel prezioso bagaglio composto da tutte le esperienze che in questi anni  hanno provato a rispondere dal basso all’aggressione della crisi, sentiamo il bisogno di riorganizzarci, di ridefinire nel mezzo di queste nuove cartografie del presente, quali sono i nostri itinerari, quali  gli strumenti e soprattutto quali le strategie più efficaci per dichiarare guerra alla povertà, alla subalternità imposta e alla dittatura della crisi e del debito.
 
La vita contro il capitale
Il capitalismo e la vita sono incompatibili. La vita nel capitalismo del terzo millennio degrada inesorabilmente: perde i diritti con i quali si è difesa, perde gli spazi nei quali si è ritrovata e organizzata, perde la sua intimità genetica, con la quale ha preservato gli ultimi margini di autonomia. Le stesse condizioni naturali necessarie alla sua riproduzione vengono progressivamente demolite sotto il peso del saccheggio capitalistico. La forma biopolitica del comando conosce, sempre più spesso, una drammatica torsione necropolitica.
 Il capitalismo è nemico della vita, la vita non può che essere nemica del capitalismo. L'essenzialità di tale condizione è il fondamento del nostro agire, l'irriducibilità del conflitto che essa porta con sè è la matrice etica, politica, teorica e pratica che alimenta ed oltrepassa le nostre lotte.
Il capitalismo non è qualcosa di astratto e la vita non è un'entità informe. Coercizione, sfruttamento ed estrazione di valore, anche quando assumono la forma virtuale, sono dispositivi materiali che aggrediscono i territori e le nostre esistenze. La vita è messa a valore in ogni suo aspetto all'interno di una cooperazione sociale espropriata  ai suoi attori e trasformata in una miniera da cui un capitalismo sempre più parassitario estrae le risorse e se ne appropria. Nel nostro tempo storico le mediazioni in termini di diritti e garanzie sociali sono sempre più rarefatte, lo sfruttamento è sempre più diretto, violento e ricondotto alla centralità dei rapporti di forza.
 La consapevolezza della devastazione sociale, economica ed ambientale prodotta dal capitalismo è diffusa, forse più che in ogni altra epoca. Eppure tale consapevolezza stenta a tradursi in una nuova narrazione capace di sedimentarsi e di diffondere non speranze messianiche, ma credibili prospettive di trasformazione rivoluzionaria dell'esistente. E' una criticità con la quale dobbiamo fare i conti in un contesto storico in cui nuove visioni generali e dispositivi culturali, radicati nell'integralismo religioso o nell'ideologica intangibilità degli assetti finanziari globali, accampano diritti sull'immaginario collettivo e ne occupano gli spazi.
 
Agire la crisi, narrare l’azione
Ovviamente nuove narrazioni non nascono a tavolino. Ma non nascono neppure dall'attesa fatalistica di qualche evento catartico. Partiamo, intanto, da ciò che è nella nostra disponibilità, dagli interrogativi sul nostro agire che riusciamo a porci e dalle risposte, se ci sono, a cui possiamo dare un corpo ed una storia, piccola o grande che sia. Per questo vogliamo riaprire la riflessione collettiva su come noi narriamo ciò che siamo e ciò che facciamo, come comunichiamo la visione all'interno della quale i contenuti specifici delle nostre lotte si collocano e assumono continuità. Quando parliamo di narrazione non intendiamo semplicemente il racconto di ciò che è già accaduto: la narrazione è già parte dell'evento nel momento stesso in cui questo si determina, componente inscindibile del processo attraverso cui l'azione si materializza e produce un fatto.
Narrazione e comunicazione sono elementi costituenti dell'azione esattamente come l'azione è elemento costituente della narrazione: sono fattori inscindibili. Per questo nello spazio-tempo in cui ci troviamo ad agire non ha più alcun senso distinguere i contenuti di una lotta dalle forme in cui essa si determina: forma e contenuto sono in realtà un tutt'uno attraverso cui nasce, vive, si afferma e muore la medesima vicenda. Porsi il problema di come e cosa narriamo equivale a  porsi il problema di come agiamo e di come stiamo nei conflitti che concorriamo a produrre o che si producono a prescindere da noi. Non esistono narrazioni valide per tutte le epoche: ogni narrazione è figlia del  suo tempo.
Il nostro tempo è il tempo della crisi, una crisi che va ben oltre il piano strettamente economico, per investire complessivamente gli assetti politici, istituzionali, culturali ed ideologici che hanno infrastrutturato (con sempre maggiore difficoltà) le fasi precedenti. Una crisi che dal punto di vista capitalistico è attiva e passiva: attiva perchè abilmente utilizzata per sferrare un attacco di gigantesche proporzioni ai diritti, al reddito, alle garanzie sociali e persino a dispositivi istituzionali oramai troppo vincolanti ed obsoleti rispetto alle attuali dinamiche di valorizzazione; ma anche passiva perchè attraversata da variabili e contraddizioni che neppure i tentativi di riorganizzazione capitalistica riescono a catturare e razionalizzare dentro nuovi modelli gestionari: le migliaia di profughi e migranti che in poche settimane hanno raggiunto i confini europei e li hanno posti sotto assedio ne sono una chiara espressione. Il tempo della crisi, di questa crisi, è un tempo brutale che rende del tutto inefficaci i modelli comunicativi che abbiamo utilizzato fino a poco tempo fa: alcuni linguaggi e micro-narrazioni sedimentati nel corso degli ultimi anni risultano completamente sfasati, se non addirittura amene leziosità, nel costante rullo dei tamburi di guerra che satura oggi la comunicazione ed attraverso cui si accreditano narrazioni a noi lontane e nemiche.
 
Contro lo sfruttamento: fare comune
In un contesto in cui l'aggressione capitalistica alla vita assume livelli e proporzioni inediti, in cui truffe di proporzioni globali, come quella della Wolkswagen e delle grandi operazioni finanziarie e bancarie, destituiscono sempre di più la retorica della legalità, dove l'integralismo religioso (e armato) si propone come l'alternativa “anti-sistema”, abbiamo bisogno di rilanciare una narrazione diretta, semplice e facilmente divulgabile, all'interno della quale, bypassando le mediazioni terminologiche e concettuali, affermiamo il nostro essere contro il capitalismo come condizione necessaria ed ineludibile a difesa della vita e della libertà. Un contro-capitalismo liberato sia dalle ragnatele ideologiche, sia da mimetizzazioni che diventano sempre più controproducenti.
Essere o non essere contro il capitalismo fa la differenza, oggi più che mai. Su questo piano la scelta di campo non può più restare sullo sfondo, avere le caratteristiche deboli di un'allusione o, peggio ancora, di un non detto. Il problema non è quello di costruire un differenziale ideologico o nuovi aggregati identitari, ma quello di tornare a dare un senso generale alle scelte particolari, di costruire opzioni. Non è l'identità che ci interessa, ma l'individuabilità di una prospettiva che non si esaurisce nel dato contingente.
Abbiamo bisogno di una storia che parla del nostro futuro e che vive nel nostro presente, un presente di cui dobbiamo cogliere il repentino riaprirsi a visioni generali che, tra nazionalismi, neo-millenarismi e guerre sante, tentano di colonizzare l'aspettativa di un futuro diverso, piegandola a nuovi dispositivi di oppressione.
Abbiamo bisogno di tornare a parlare il linguaggio della speranza contro il pessimismo dell'irreversibile e le follie integraliste che si coagulano anche dove, fino a poco tempo fa, non avremmo immaginato.
Abbiamo bisogno di ricostruire legame sociale perchè è solo all'interno dei legami sociali che le narrazioni si traducono in prospettive concrete ed i conflitti assumono cittadinanza, diventando reali motori di trasformazione, pratiche costituenti che vivono nella cooperazione sociale. Una cooperazione sociale che è nel contempo luogo di massima valorizzazione dello sfruttamento capitalistico e luogo di massima valorizzazione dei processi di soggettivazione politica di classe. Perchè è proprio dentro le maglie della cooperazione sociale che possiamo costruire i nostri insediamenti costituenti, quei “luoghi” del comune nei quali il sociale si riprende il potere che gli spetta e si riappropria fino in fondo del suo essere politico, ovvero potere costituente di una vera alternativa di sistema.
 Conflitto e legame sociale sono componenti del medesimo processo: se vengono separate è il processo stesso che viene meno. Il legame sociale c'è o si produce nel momento in cui il conflitto riesce ad interpretare un bisogno che attraversa le articolazioni sociali, ad esprimere un potenziale inespresso che si riconosce nel conflitto anche quando ha scelto di non farne parte. In questo senso il conflitto è nel contempo costituente e destituente. Lo scontro che si estranea dalla problematica del legame sociale non ha nulla a che vedere con il conflitto: è solo una variabile funzionale della crisi, istituzionalizzata all'interno dei modelli di gestione dell'ordine pubblico e della repressione giudiziaria. Nella governance che opera all'interno della crisi le dinamiche di istituzionalizzazione non ricalcano i confini istituzionali: non è il rapporto/non rapporto con il campo istituzionale a demarcare ciò che si istituzionalizza e ciò che non si istituzionalizza, ma i processi sociali all'interno dei quali si collocano le scelte. Un evento che invece di allargare le contraddizioni e gli spazi di agibilità, ne determina la contrazione, è un evento istituzionalizzante, a prescindere dalla sua relazione con la sfera istituzionale.
 
“Confederare” le autonomie. Organizzare il conflitto.
I contesti cambiano velocemente. Oggi più che mai si può essere attori di cambiamenti reali solo se si accetta fino in fondo l'idea di essere noi stessi un processo in costante trasformazione. Nuovo e vecchio si intercambiano in un tempo storico breve e denso. Durante il tempo che impegniamo per affezionarci alle nostre nuove fisionomie, esse invecchiano e ci proiettano in un passato che noi ci ostiniamo a chiamare presente. Pensieri burocratici, morali ideologiche, tatticismi per improbabili ed inconsistenti egemonie ci rendono inefficaci, quando non addirittura parte di quello stesso ménage quotidiano che ci opprime. Per essere efficaci abbiamo bisogno di libertà: libertà di azione e di pensiero, libertà di analisi senza conclusioni precostituite, libertà anche dalle burocrazie di movimento che si fissano intorno a tematiche specifiche per poi vivere di vita propria in un tempo interminabile, addirittura paradossale se rapportato alla velocità con la quale gli scenari cambiano e le condizioni si trasformano: d'altra parte non c'è peggiore degenerazione identitaria di quella che si nasconde a se stessa e agli altri.
 
 
 

Assemblea nazionale di movimento il 21 e 22 novembre a Napoli