gioventù immolata


 
La risposta israeliana alla rabbia palestinese che si è radicalizzata in una nuova intifada è una repressione spietata che fa strage di minori.
 

 
13 ottobre 2015
 
Nella giornata di ieri sono stati uccisi due giovani ritenuti responsabili di attacchi contro poliziotti e cittadini israeliani.  Mustafa al-Katib, 18 anni, è stato ucciso vicino alla Porta dei Leoni, all’ingresso della Città Vecchia di Gerusalemme perché non si era fermato all’alt dei poliziotti.  A Beith El, durante una protesta è stato ucciso Ahmad Sharakeh di 12 anni.
 

 
Un ragazzo palestinese di 13 anni, Marwan Barbach e il 15enne Halil Othman sono stati uccisi dal fuoco di un pattuglia israeliana durante incidenti presso la linea di demarcazione della Striscia di Gaza. Un tredicenne di Shu’fat, Ataa Al Nouri, è morto dopo essere stato investito da una macchina guidata da coloni israeliani.
 

 
Due giovani israeliani sono stati feriti a coltellate nella colonia israeliani di Pisgat Zeev, uno di questi appena tredicenne è stato ferito in modo grave. Gli aggressori erano due giovanissimi palestinesi, Ahmad Manastra, 12 anni, e suo fratello Mohammad di quattordici. La polizia israeliana ha aperto il fuoco uccidendo Ahmad.
 

 
Una ragazza palestinese Farah Bakir di 17 anni veniva ferita a Sheikh Jarrah dopo aver aggredito a coltellate due israeliani. E la strage continua, giorno dopo giorno, nell'indifferenza generale.
 

 

Senza fine dell’occupazione non ci sarà pace

Il Guardian ha pubblicato due giorni fa un editoriale di Marwan Barghouti, il leader della prima e della seconda Intifada in carcere dal 2002, dopo essere sopravvissuto ad un agguato della polizia israeliana nel 2011.
Di seguito alcuni passi del testo di Barghouti.
 
L’escalation di violenza non è cominciata con l’uccisione di due coloni israeliani, ma molto tempo fa e va avanti da anni. Ogni giorno i palestinesi vengono uccisi, feriti, arrestati. Ogni giorno la colonizzazione dei Territori avanza, l’assedio nostro popolo a Gaza continua, l’oppressione continua.
 
Alcuni hanno suggerito che il motivo per cui un accordo di pace non è stato possibile sia stata la riluttanza del presidente Yasser Arafat o l’incapacità del presidente Mahmoud Abbas, ma entrambi erano pronti e in grado a firmare un accordo. Il vero problema è che Israele ha scelto l’occupazione e utilizzato i negoziati come una cortina di fumo per far procedere il suo progetto coloniale. Ciascun governo del mondo conosce questo fatto banale, eppure molti fingono che il ritorno alle ricette fallite del passato possa far raggiungere la libertà e la pace. Ripetere la stessa cosa più e più volte e attendersi risultati diversi è pura follia.
 
Non ci possono essere negoziati senza un chiaro impegno di Israele di ritirarsi completamente dal territorio palestinese occupato nel 1967, compresa Gerusalemme Est; una fine completa a tutte le politiche coloniali; un riconoscimento dei diritti inalienabili del popolo palestinese compreso il loro diritto all’autodeterminazione e ritorno; e la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi. Non possiamo coesistere con l’occupazione e non ci arrenderemo ad essa.
 
Siamo stati chiamati a essere pazienti, e lo siamo stati, dando più occasioni al tentativo di raggiungere un accordo di pace.
 
Ci è stato detto che ricorrendo a mezzi pacifici e utilizzando i canali diplomatici avremmo ottenuto il sostegno della comunità internazionale per porre fine all’occupazione Eppure la comunità internazionale non ha intrapreso alcuna misura significativa.
 
Così, in assenza di un’azione internazionale per porre fine all’occupazione e all’impunità israeliane, che cosa ci è stato chiesto di fare? Aspettare osservare immobili la prossima famiglia palestinese bruciata, il prossimo bambino palestinese ucciso o arrestato, che sia costruito un altro insediamento, che i coloni facciano un altro attacco, che ci sia un’altra aggressione contro il nostro popolo a Gaza?