pacifisti decimati


 

10 ottobre 2015
 
Un sanguinoso attacco terroristico ha sconvolto la Turchia a tre settimane dalle elezioni politiche del 1 novembre, ritenute decisive per il governo del presidente Erdogan. Erano circa le dieci di sabato mattina quando due violente esplosioni hanno colpito una folla radunata di fronte alla stazione della capitale Ankara. Poco prima dell’inizio di un corteo pacifista per chiedere la fine del conflitto con i separatisti curdi del Pkk. Il bilancio provvisorio è di 52 morti e oltre 126 feriti. Fonti del governo turco hanno confermato che si tratta di «un attacco terroristico». E hanno riferito che stanno verificando le indicazioni secondo cui si tratterebbe dell’opera di kamikaze.
 

fonte: http://www.corriere.it 

Erdogan’s way

E’ di nuovo un massacro. In una Turchia sconvolta da un conflitto interno inestinguibile e minacciata ai suoi confini dalla presenza dei folli di Allah, la resistenza al regime autoritario del presidente Erdogan portata avanti dalla componente democratica del paese è di nuovo messa a dura prova da una ennesima efferata aggressione in un contesto di subdola guerra strisciante che sta stroncando centinaia di vite. Nella mattina di sabato, nel centro di Ankara era prevista una grande manifestazione indetta dal partito Hdp, insieme a sindacati di sinistra Disk e Kesk e dagli ordini degli ingegneri e dei medici. Era stata organizzata una Marcia della Pace attraverso la capitale turca per chiedere il cessate il fuoco nel sud-est dell'Anatolia, dove da qualche mese sono ripresi i combattimenti tra forze di sicurezza turche e Pkk. Due bombe esplose a poca distanza nei pressi della stazione ferroviaria al momento della partenza del corteo hanno fatto quasi un centinaio di morti e lasciato a terra decine e decine di feriti. Il leader dell'HDP, Selahattin Demirtas ha dichiarato: “Stiamo assistendo a un enorme massacro. E’ stato compiuto un atroce e barbaro attacco”. L’obiettivo è lo stesso del precedente attentato a Suruc nello scorso luglio: colpire la società civile democratica e filo-curda che tenta di riaprire un processo di pace avviato dal Partito Curdo dei Lavoratori PKK di Abdullah Öcalan e che vede nel partito del presidente Erdogan il suo principale oppositore.
 
 
Questa ennesima strage, il cui bilancio finale delle vittime è di 128 morti e 500 feriti gravi, avviene alla fine di una campagna elettorale che dovrebbe portare alle urne il popolo turco per eleggere il capo del governo nei primi giorni di novembre. Le intenzioni dell’attuale presidente Erdogan sembrano essere quelle di creare una situazione di estrema instabilità nel paese per consentirgli di riproporre la sua candidatura come l’unico leader forte in grado riportare l’ordine in Turchia. Le forti pressioni e censure operate nei confronti della stampa in Turchia durante tutta la campagna elettorale da parte di varie forze governative non garantisce che le indagini avviate dalla polizia di stato per scoprire i colpevoli e i mandanti di questa mattanza vengano valutate con obiettività dalla popolazione.  N.d.R.C.
 
 
Subito dopo l’attentato una parte dei manifestanti accorsi per la marcia della pace si è scagliata contro la polizia che nulla aveva fatto per impedire il sanguinoso attacco. La polizia ha risposto usando senza risparmio i gas lacrimogeni e sparando diversi colpi di pistola in aria per disperdere chi opponeva resistenza.
 
 
I dimostranti hanno resistito alle prime cariche della polizia al grido di “poliziotti assassini”, ma sono stati costretti alla fuga dall’arrivo di ingenti forze di sicurezza in tenuta antisommossa. Resta ancora da chiarire la dinamica dell’assalto alla Marcia della Pace e chi sia stato a metterlo in atto. La polizia governativa segue la pista degli attentatori suicidi inviati dallo Stato Islamico, ma al momento nessuno ha ancora rivendicato la paternità dell’attacco.
 
 
Un video circolato sui social media mostra un gruppo di giovanti dimostranti che alzano al cielo le mani cantando “Questa piazza, questa piazza insanguinata” poco prima che una grande esplosione alle spalle dei primi cordoni faccia fuggire la folla all’interno della stazione ferroviaria.
 
 
La violenza nel sud-est instabile del paese è scoppiata con virulenza a luglio con la ripresa del sanguinoso conflitto tra stato turco e PKK, partito curdo dei lavoratori, a seguito dell'attacco ai giovani socialisti convenuti a Suruc per tentare di aprire un corridoio umanitario per la confinante Kobane, avamposto curdo di resistenza all’Is in Siria. Nel corso di questa estate, centinaia di persone sono morte in scontri quotidiani tra resistenti curdi e forze di sicurezza turche.
 
 
Il primo ministro turco Ahmet Davutoglu, leader dell’AKP, il partito di maggioranza relativa, ritiene che ad aggredire i manifestanti siano stati terroristi suicidi e che questi potrebbero appartenere all’Isis come alle formazioni terroristiche di estrema sinistra o al PKK, il Partito Curdo dei Lavoratori. Una tesi da molti ritenuta bizzarra dal momento che i giovani massacrati partecipavano ad una Marcia della Pace che chiedeva la ripresa del processo politico di mediazione iniziato dal leader del PKK Ocalan e interrotto dall’azione repressiva operata sulla minoranza curda messa in atto dal governo di Erdogan. 
 
 
Il leader dell’HDP Selahattin Demirtas e buona parte della società civile turca accusano della strage lo “stato profondo”, le frange estreme dei servizi segreti turche ritenute infiltrate da nazionalisti di estrema destra e indiziate di collaborazione con gruppi jihadisti come l’ISIS. Demirtas - avvocato, attivista per i diritti umani, fondatore di Amnesty international a Diyarbakir e impegnato per i diritti civili degli omosessuali - ha portato i curdi fuori dal loro isolamento nazionalista. L’HDP, Partito Democratico del Popolo Turco, con 5,7 milioni di voti è stato il primo partito filo-curdo a superare la soglia di sbarramento nelle elezione del giugno scorso, soglia che in Turchia è fissata al 10%, la più alta del mondo L’HDP è un partito di sinistra radicale, politicamente affine alla Coalizione della Sinistra Radicale greca, Syriza. E’ il terzo partito del paese e alle prossime elezioni viene indicato nei sondaggi tra il 12 e il 13%, una percentuale che riconfermerebbe la sua presenza in Parlamento impedendo all'AKP, il conservatore Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, di riottenere la maggioranza assoluta, e ad Erdogan di istituire una repubblica presidenziale simile a quella russa. 
 
 
 
 
11 ottobre 2015
 
Identificato uno dei responsabili: si tratta di un uomo di 20-25 anni. Recuperate le impronte digitali dai frammenti di un ordigno. L'altro attentatore potrebbe essere una donna. Indagini seguono la pista islamica. Migliaia di persone sul luogo dell'attentato. Esercito turco bombarda obiettivi del Pkk.
 
 
Migliaia di persone hanno manifestato per le strade di Istanbul, dopo l'attentato ad Ankara in cui sono morte 97 persone, accusando lo Stato di essere responsabile della strage. Diecimila manifestanti hanno marciato sulla via Istiklal, nel centro della metropoli turca, sorvegliati dalla polizia in tenuta anti-sommossa. I dimostranti hanno esposto striscioni e cartelli con le scritte "Stato assassino", "conosciamo i colpevoli" e hanno chiesto a gran voce le dimissioni del presidente, Recep Tayyp Erdogan. Manifestazioni hanno avuto luogo anche in altre città turche, tra cui Smirne, Batman e Diyarbakir.
 
fonte: laRepubblica.it
 
 
Alle 18 di domenica 11 ottobre, a Diyarbakir è scattato il coprifuoco e i lacrimogeni hanno salutato assembramenti e barricate. Diyarbakir è una delle più grandi città della Turchia sud-orientale. Situata sulle rive del fiume Tigri, è la capitale amministrativa della Provincia. Con una popolazione di circa 930.000, è la seconda più grande città nel sud -est dell'Anatolia dopo Gaziantep.
 
 
Diyarbakir è anche un importante centro culturale ed economico della Turchia e come tale è stato un punto di riferimento per il conflitto tra il governo turco e la popolazione curda. Mentre scriviamo, i cittadini di Diyarbakir sfidano il coprifuoco, si susseguono tafferugli con la polizia e sono stata erette barricate nelle strade a sud della città.
 
Lo scorso 6 settembre Cizira fu la prima città a subire il coprifuoco. Silopi, Bismil, Silvan, Amed, lo hanno conosciuto “a singhiozzo” nelle settimane successive. La guerra psicologica prende piede anche così: taglio allle forniture idriche ed elettriche, impossibilità a reperire generi di prima necessità, impedimento ad uscire di casa e sapere quello che accade fuori le mura, mentre spari e boati accendono le vie limitrofe. L’incertezza e la paura sono la cifra stilistica del diniego a lasciare la propria abitazione: parliamo qui di un dispositivo punitivo, funzionale a una recrudescenza delle ostilità, alla copertura di soprusi, alla cultura della tensione e del sospetto permanente.  Abo
 
 
Anche se gli scontri hanno avuto luogo principalmente nel sud-est della Turchia a maggioranza curda, un senso di instabilità si è insinuato in tutte le principali città della Turchia, con un aumento dei timori per una ricaduta di violenza in vista delle elezioni parlamentari del 1 novembre. Non pochi commentatori ritengono che il presidente in carica Erdogan sia stato l’artefice del fallimento dei colloqui per formare un governo di coalizione condotti dal primo ministro Davutoglu, in modo da andare il più in fretta possibile alle elezioni anticipate con la speranza  di ottenere la maggioranza dei voti. Nel contesto di questa campagna elettorale, anche l’inasprimento del conflitto con i curdi potrebbe servire a sottrarre voti all’estrema destra nazionalista e garantire al partito di Erdogan la maggioranza assoluta in parlamento.
 
 
Sedat Kartal, un residente ad Ankara, tra I primi ad accorrere sul luogo dell’attacco terroristico di sabato, ha dichiarato ad un giornalista: “Tutti si aspettavano un attacco prima delle elezioni, ma niente di così devastante. C’è molto odio e polarizzazione, nulla ci può più sorprendere.” N.d.R.C.
 
 
“Gli autori del massacro, risiedono nel palazzo del sultano” recita uno striscione in conferenza stampa a Suruç. Il calore sviluppato dal primo scoppio ne accende di successivi. Il fragore generato dall’ultima detonazione, cementato dagli arresti delle ultime ore, rischia di figliare un’ipoteca di stato sul processo di Liberazione del popolo curdo, un popolo in lotta per la libertà e l’uguaglianza di tutti i popoli che abitano questo tormentato territorio che in età scolastica conoscevamo come culla della civiltà.
 
di Alberto (Abo) Di Monte in Turchia con #RojavaResiste