buone nuove


 

38 milioni di euro per i giovani agricoltori dell’Emilia-Romagna

Scritto il 20 luglio 2015 da Veronica Tarozzi
 
Secondo bando del nuovo Programma di Sviluppo Rurale: fondi ai giovani sotto i 40 anni per nuove imprese o per l’ammodernamento di quelle già esistenti.
 
Si direbbe che sia proprio un periodo fecondo per i giovani che desiderano intraprendere un’attività agricola in Italia: anche la Regione Emilia Romagna ha infatti appena destinato quasi 38 milioni di euro nell’ambito del nuovo Programma di Sviluppo Rurale (PSR) 2014-2020, per favorire l’insediamento di nuovi imprenditori agricoli che al momento della domanda abbiano meno di 40 anni.
 
Ma i fondi non serviranno solo a sostenere l’insediamento di nuove imprese agricole, bensì anche a sostenere eventuali investimenti di ammodernamento di imprese già esistenti. Nella fattispecie il premio per il primo insediamento aziendale è di 30 mila euro, ma può salire fino a 50 mila euro se l’azienda in questione si trova in una zona svantaggiata. Il contributo per gli investimenti di ammodernamento aziendale invece, può arrivare fino al 50% delle spese ammissibili.
 

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Il Giardino della gioia, un ecovillaggio nel cuore del Gargano

Scritto il 30 dicembre 2014 da Alessandra Profilio
 
Nel cuore del Gargano, tra un mare incantato e una dolce collina, si trova “Il Giardino della gioia” , un ecovillaggio abitato da un gruppo di giovani che hanno deciso di vivere dei frutti della terra e in armonia con essa.
 
La nascita di questo posto si deve a Radice. “Vivevo e lavoravo a Milano. Ad un certo punto ho sentito l’esigenza di riavvicinarmi alla natura e avvertito il desiderio di dare alla mia vita un significato più profondo. Ho intrapreso questo percorso personale dopo aver conosciuto i Rainbow Gathering (incontri annuali che dal 1972 vengono organizzati in luoghi incontaminati in varie località del mondo, ndr). Dopo aver superato qualche perplessità ho lasciato il lavoro e ho deciso di ricominciare da zero proprio in questo posto abbandonato. Prima ho raccolto informazioni su altre realtà esistenti e ho conosciuto la diversità degli ecovillaggi presenti nel nostro territorio. Il progetto è partito e in breve ci siamo ritrovati ad essere una comunità di 20-30 persone”.

 

 
 
Quando nel 2011 è nato “Il Giardino della gioia”, il gruppo ha iniziato a rendersi conto dei ritmi della natura e a ragionare su ciò che occorreva per vivere lì. Quasi tutti i partecipanti si trovano infatti alla loro prima esperienza di vita comunitaria. Dal punto di vista organizzativo la comunità è riuscita a fornire quasi tutte le strutture necessarie al funzionamento quotidiano del vivere insieme. Le abitazioni sono costituite prevalentemente dalla presenza di yurte, tende circolari tipiche delle popolazioni mongole, costruite nel rispetto della tradizione.
 
“Uno dei principi su cui ci troviamo tutti d’accordo – ci spiega Radice – è riuscire a raggiungere l’autosufficienza, essere autosostenibili e avere il minor impatto ambientale possibile. Ad accomunarci è prima di tutto l’amore per la natura. In questo senso, l’aspetto spirituale è molto importante”.
 
L’obiettivo dell’autosostentamento viene ricercato attraverso la coltivazione di due orti sinergici, realizzati con la collaborazione di Antonio de Falco esperto in materia e membro della comunità.
 
Per ridurre al minimo l’impatto ambientale, la comunità si è dotata di una cucina solare, una lavatrice a pedali unita, un compost toilet e pannelli solari realizzati dalla comunità stessa. Inoltre vengono utilizzati esclusivamente prodotti naturali e autoprodotti (come saponi e detergenti).
 
Per organizzare al meglio il vivere comunitario, il gruppo ha deciso di assegnare dei ruoli ai vari membri e di organizzare il tempo: metà della giornata viene così investita nel lavoro per la comunità, l’altra metà ci si dedica a se stessi e ad altre attività come il teatro, la musica, la pittura etc.
 
Il Giardino è meta di visite tutto l’anno e qualche volta è stato letteralmente preso d’assalto. Per questo, il gruppo sta cercando di porre dei limiti, anche per garantire agli ospiti un’idonea accoglienza.
 
Nessuno dei membri ha altri lavori retribuiti fuori dall’ecovillaggio e si mantengono con autoproduzione, corsi e accoglienza.
 
 
 
 

Francesco Gesualdi: dal consumo critico al “lavorare meno, lavorare tutti”

Scritto il 11 marzo 2015 da Alessandra Profilio. Foto di Erica Canepa
 
Come mai un mondo così ricco produce tanta povertà? È da questa domanda che ha preso il via l’attività di Francesco Gesualdi e del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, finalizzata ad individuare e indicare le azioni concrete che ognuno di noi può mettere in atto per contrastare i meccanismi che generano ingiustizia e promuovere quindi, partendo dai nostri stili di vita, un cambiamento reale.
 
Allievo di Don Milani, l’attivista e saggista Francesco Gesualdi ha pubblicato vari libri riguardanti il potere delle multinazionali, la crisi dell’occupazione, il debito del cosiddetto ‘Terzo Mondo’ e l’impoverimento a livello globale, la negazione dei diritti umani e la distruzione dell’ecosistema. Ha anche coordinato numerose campagne di pressione nei confronti del potere politico e di multinazionali.
 
Dopo varie esperienze all’estero e soprattutto in Bangladesh, Francesco Gesualdi si è trasferito a Vecchiano, in provincia di Pisa, dove nel 1985 ha fondato il Centro Nuovo Modello di Sviluppo. La sede del Centro è una casa in cui Francesco Gesualdi e altre tre famiglie conducono un’esperienza di vita semi-comunitaria e offrono solidarietà concreta in situazioni di difficoltà.
L’attività del Centro è finalizzata a elaborare e diffondere strategie per una distribuzione più equa della ricchezza, per il consumo critico, la liberazione dall’economica del debito e, più in generale, per il raggiungimento di un modello socio-economico sostenibile.
 
“Noi – racconta Francesco Gesualdi – volevamo capire soprattutto i meccanismi, per cambiare il modello di società. Ci siamo resi conto che se avessimo lavorato sulle cause dell’impoverimento del sud del mondo avremmo lavorato anche sull’ingiustizia che caratterizza il nostro Paese. Via via che approfondivamo gli studi abbiamo compreso che la povertà era funzionale a questo sistema. Ci siamo quindi chiesti ‘cosa possiamo fare? Come possiamo cambiare le cose?’.
 
Capimmo quindi che la chiave risiedeva proprio nei nostri consumi quotidiani. Le responsabilità delle ingiustizie e dello sfruttamento del sud del mondo, infatti, ricadono in gran parte sulle spalle delle imprese. Nel 1990 pubblicammo quindi il primo testo che affrontava questi temi: Lettera ad un consumatore del nord. Mancava ancora un tassello, però, che sviluppammo negli anni seguenti: quello del consumo critico che ci induceva ad orientarci ed orientare verso la scelta di prodotti equo solidali, pur sapendo che avremmo dovuto confrontarci col boicottaggio delle imprese che non seguivano determinati criteri”.
 
“Il coinvolgimento di ognuno di noi con la macchina economica mondiale – continua Francesco Gesualdi – passa, innanzitutto, per i nostri consumi quotidiani”. Capire l’importanza strategica del consumo è stata la scintilla che ha acceso tutto il ragionamento attorno agli stili di vita.
 
“Ad un tratto – si legge sul sito del Centro – è apparso chiaro che la politica non si fa solo nella cabina elettorale o nelle manifestazioni di piazza. La politica si fa ogni momento della vita: al supermercato, in banca, sul posto di lavoro, all’edicola, in cucina, nel tempo libero, quando ci si sposa. Scegliendo cosa leggere, come, cosa e quanto consumare, da chi comprare, come viaggiare, a chi affidare i nostri risparmi, rafforziamo un modello economico sostenibile o di saccheggio, sosteniamo imprese responsabili o vampiresche, contribuiamo a costruire la democrazia o a demolirla, sosteniamo un’economia solidale e dei diritti o un’economia animalesca di sopraffazione reciproca.
 
In effetti la società è il risultato di regole e di comportamenti e se tutti ci comportassimo in maniera consapevole, responsabile, equa, solidale, sobria, non solo daremmo un altro volto al nostro mondo, ma obbligheremmo il sistema a cambiare anche le sue regole perché nessun potere riesce a sopravvivere di fronte ad una massa che pensa e che fa trionfare la coerenza sopra la codardia, il quieto vivere , le piccole avidità del momento”. Proprio per questo l’attività del Centro si concretizza nella stesura di guide per informare i consumatori sul comportamento delle imprese, nell’organizzazione di campagne, in suggerimenti sugli stili di vita. Portando avanti le loro analisi, Gesualdi e gli altri si sono resi conto che per creare un mondo sostenibile vanno presi in considerazione sia i fattori ambientali che quelli della giustizia e dell’equità.
 
 
Il Centro Nuovo Modello di sviluppo
 
“Oggi – spiega Francesco Gesualdi – si stanno scontrando due poteri: da un lato la finanza, che vuole che la gente non spenda e non si indebiti per arricchire i soliti noti. Dall’altra il vecchio capitalismo che vuole che i consumi aumentino sempre e non si preoccupa delle conseguenze che questi possono avere sul sud del mondo o sul Pianeta. Ecco perché bisogna costruire un Nuovo Modello di Sviluppo (1) che superi queste due logiche perverse. Sta a noi dunque dimostrare che si può creare un sistema sobrio che però garantisca la piena partecipazione lavorativa”.
 
Francesco Gesualdi sostiene infatti che cambiare stili di vita è necessario, ma non sufficiente: bisogna ripensare il concetto di ‘lavoro’. “Due secoli di capitalismo ci hanno convinto che l’unica strada per la sopravvivenza passi per la vendita del proprio tempo. Oggi si identifica il termine lavoro con quello di ‘lavoro salariato’, ma non deve essere necessariamente così. Il fai da te, l’autoproduzione del cibo o del vestiario, il saper fare non sono monetizzabili, ma ci liberano dalla dipendenza dal danaro. Sono attività che richiedono lavoro e soddisfano bisogni primari. Se aumentiamo questo tipo di attività, possiamo ridurre il lavoro salariato. Il famoso ‘lavorare meno lavorare tutti’.
 
In questo momento storico ci sono migliaia di persone disoccupate e migliaia di persone che devono soddisfare i loro bisogni primari. Dobbiamo far incontrare queste due necessità. Invece che chiedere denaro, potremmo chiedere tempo e competenze. Queste sono la vera ricchezza dell’essere umano”. “Cambiare si può – afferma Francesco Gesualdi – e il cambiamento deve essere prima di tutto culturale”.