Eco villaggi, comunità intenzionali


 
È opinione diffusa, anche tra keynesiani storici e di ritorno, che il capitalismo possegga una elevata capacità di resilienza, una indiscutibile abilità di aggregazione sociale e nel trovare nuove strade per la crescita, come ha fatto dopo le depressioni del 1877, 1893 e 1930. Del resto, lo stesso Manifesto del Partito Comunista, redatto da Marx ed Engels un secolo fa, può essere letto non soltanto come la più articolata denuncia degli errori-orrori del capitalismo, ma anche come un entusiasta ode al suo dinamismo.
 
Nello scenario aperto dall’attuale malessere del sistema produttivo e di consumo, sembra però difficile che il paziente possa risollevarsi dal tavolo operatorio, anche “stimolandolo” ripetutamente con l’elettroshock dei defibrillatori finanziari. Il sistema sembra essere entrato in una spirale rovinosa dove la crescente disoccupazione porta a ridurre il consumo e di conseguenza ad aumentare la disoccupazione e si assiste ad un fenomeno di stagflazione. Comportamenti di monopolio nel mercato del lavoro creano rigidità dei salari e la presenza di cartelli nei mercati delle materie prime mantengono alti i prezzi. In questo modo, pur diminuendo la crescita dell’economia in termini reali, i prezzi rimangono elevati.
 


 
Qualsiasi “shadenfreude” - termine tedesco che definisce il piacere provato dalla sfortuna dell’altro - che si può essere tentati di provare nel vedere vacillare il potere dei Padroni dell’Universo, che perdono i loro jet aziendali e parte dei loro privilegi di casta, è presto spazzata via dall’immagine, molto più dolorosa, della crescente miseria morale ed economica che ci circonda. Cibo e riparo non vengono già ora garantiti a gran parte degli abitanti del sud del mondo e non possono più a lungo essere garantiti neppure nello sviluppato nord. Milioni di persone si troveranno ad affrontare la vecchiaia senza pensione e con i loro risparmi volatilizzati dalle truffe finanziarie. Tutti siamo angosciati dall’ansia del futuro che attende i nostri figli e nipoti.
 
L’idea socialista, l’auspicio di veder sorgere il sol dell’avvenire, quando il popolo, stanco di sopravvivere con le briciole che cadono dal piatto dei ricchi, insorgerà - possibilmente in maniera inclusiva, democratica e non violenta - e si riapproprierà delle risorse e dei beni comuni, non sembra essere più in agenda, e non corrisponde certo alla “nazionalizzazione” che viene ora discussa, dove la ricchezza pubblica fluisce nel settore privato con poco o nessun ricambio nelle elite che la controllano o nelle modalità con cui il controllo viene esercitato.
 
In questa situazione, che vede mettere in dubbio sia la sopravvivenza biologica, a lungo termine, sia la sopravvivenza economica quotidiana, l’unica speranza che ci rimane è che vengano create infrastrutture di governo dal basso, gestite da nuove rappresentanze sindacali, strutture comunitarie e comunali, organizzazioni dei lavoratori precari e dei nuovi poveri estromessi dal mercato del consumo.
 


 
L’assenza di un piano B, o almeno di una sorta di processo deliberativo che immagini e prefiguri il da farsi, non è una opzione sostenibile ancora a lungo. La grande promessa del capitalismo - suggerita da Adam Smith e ora messa in discussione dagli stessi “fondamentalisti “del mercato - di non dover ricercare soluzioni alternative poiché il mercato si sarebbe preso cura di ognuno di noi, oggi non è più seriamente credibile. Invece di promuovere l’auto-realizzazione di tutti - il vecchio sogno americano - questa visione della libertà di impresa ha incoraggiato una diffusa passività di fronte alla imperscrutabile divinità rappresentata dal Mercato.
 
Deregolare, lasciare che i salari precipitino sino al loro “naturale” livello, trasformare ciò che rimane del governo in una risorsa illimitata di sovvenzioni per appaltatori e intermediari non risolverà la crisi del sistema e aggraverà irreversibilmente lo stato di salute dell’ecosistema. Questa modalità di gestione non ha funzionato e non funzionerà, e l’dea fondante del socialismo è ancora di attualità: le persone, i cittadini, possono mettersi insieme e immaginare come risolvere i propri problemi, o almeno la maggior parte dei problemi, collettivamente. Le persone - non il mercato, non il capitale, o qualche gruppo elitario di super-pianificatori - devono avere il controllo del loro destino.

 

Se è vero che manca un piano per il processo deliberativo, che sappiamo deve rimpiazzare la follia anarchica del mercato, abbiamo però alcune esperienze concrete a cui fare riferimento, dai movimenti per i diritti civili ai movimenti di liberazione delle donne, dalle prime forme di organizzazione operaia e contadina alle tante esperienze di autogoverno locale e di comuni e comunità alternative. Tutte queste forme che potremmo definire di “democrazia partecipata”, nelle quali tutte le voci vengono ascoltate e tutte le persone sono ugualmente rispettate, sono limitate per dimensioni dei gruppi sociali coinvolti, per estensione territoriale e per durata dell’esperienza. Non abbiamo nessun modello di democrazia partecipata nella scala che sarà necessaria se si vorrà estendere l’esperienza a intere municipalità e bioregioni. Storicamente ci si può riferire a modelli come i consigli operai, le esperienze dei liberi comuni, l’organizzazione di villaggio ghandiana, ma le situazioni storiche, economiche e geopolitiche a cui facevano riferimento sono diverse da quelle che oggi dobbiamo affrontare.

 

Economia Partecipativa

Ci sono alcuni interessanti modelli da studiare, come quello proposto da Michael Albert, il fondatore di ZMagazine, che ha sviluppato un dettagliato approccio su una pianificazione di massa che ha chiamato economia partecipativa o “parecon”. Michael Albert, insieme a Robin Hahnel, docente di economia a Washington, ha messo a punto un modello economico alternativo al capitalismo e al socialismo reale, dove la solidarietà sostituisce la concorrenza e l’equità diventa un valore che sostituisce il principio di delega nei processi decisionali attraverso la partecipazione diretta dei lavoratori e dei consumatori. Il metodo proposto funziona, attraverso i consigli, secondo il principio dell’autogestione partecipata.
 
Scrivono Albert e Hahnel: Finora, la maggior parte degli economisti di professione sono stati d’accordo sul fatto che sia la natura umana sia la tecnologia contemporanea vietino a priori delle alternative egualitarie e partecipative. Essi hanno generalmente sostenuto che una produzione efficiente deve essere gerarchica, che solo un consumo ineguale può fondare una motivazione efficiente e che l’allocazione può essere realizzata solo dal mercato o dalla pianificazione centralizzata, e mai da procedure partecipative. Il “parecon” è un tentativo di dimostrare che tali affermazioni sono concretamente contestabili, oltre che moralmente inaccettabili
 


 

Bilancio Partecipativo

Un altro modello interessante è quello sperimentato dal Partito dei Lavoratori Brasiliano che ha sviluppato il Bilancio Partecipativo, il cui fine è quello di permettere ai cittadini di partecipare attivamente allo sviluppo ed alla elaborazione della politica municipale. La partecipazione si realizza innanzitutto su base territoriale. La città è divisa in circoscrizioni o quartieri e nel corso di riunioni pubbliche la popolazione di ciascuna circoscrizione è invitata a precisare i suoi bisogni e a stabilire delle priorita' in vari campi o settori, come ambiente, educazione, salute. A questo si aggiunge una partecipazione complementare organizzata su base tematica attraverso il coinvolgimento di categorie professionali o lavorative, come sindacati, imprenditori, studenti. Alla fine ogni gruppo territoriale o tematico presenta le sue priorità all'Ufficio di pianificazione che stila un progetto di bilancio che tiene conto delle priorità indicate dai gruppi territoriali o tematici. Il Bilancio viene poi approvato dal Consiglio comunale.

 

Tutti questi tentativi appartengono ad una fase sperimentale, così come l’organizzazione degli ecovillaggi, delle filiere corte di produzione, della individuazione e pianificazione delle bioregioni. Molti errori e fallimenti segneranno ancora il percorso del superamento dell’attuale sistema di produzione e consumo, ma questo grande progetto di salvezza collettiva deve essere iniziato, nello spirito della solidarietà. Lo slogan della campagna elettorale di Obama, Yes We Can, era lo slogan del movimento degli United Farm Workers, adottato in seguito da vari sindacati e organizzazioni comunitarie di base proprio per enfatizzare ciò che può fare un gran numero di persone attraverso una azione collettiva. L’idea di una pianificazione democratica rappresenta il contenuto intellettuale del socialismo, ma la sua fonte emozionale di energia è la solidarietà.
 


 

Possesso dei Beni Comuni

 
La solidarietà rimane comunque uno sterile sentimento senza l’organizzazione della produzione e questa richiede la nascita di una imprenditorialità ecosistemica. Gestire un ecosistema in maniera produttiva e sostenibile richiede un significativo investimento di tempo e risorse. L’incentivo che può catalizzare la volontà di attivare questo investimento personale o, in modo ancora più efficace, la volontà di lavorare e investire collaborando con gli altri nella comunità, è sicuramente il senso di proprietà o meglio di “ritorno” delle azioni intraprese, che deriva dall’interesse reale nei benefici che si ricavano da una gestione adeguata dell’ecosistema.
 
Il “possesso” coinvolge sia i diritti alle risorse – i diritti sulla terra e le risorse intesi come beni comuni - sia il senso di controllo sul più vasto processo di sviluppo delle risorse di una comunità. Il possesso locale dei diritti alle risorse e dei processi decisionali nella gestione dell’uso delle risorse fornisce il motivo propulsore per lo sviluppo di imprese ecosistemiche gestite collettivamente dalle comunità. Senza questo interesse locale nel possesso, gli schemi di gestione eco sistemica non possono essere ne sostenibili ne efficaci nel migliorare le condizioni di vita della comunità. L’uso del termine possesso non implica necessariamente possedere l’intero pacchetto di diritti attribuiti alla proprietà privata.

 

L’umanità sta diventando una specie urbana. Nel 1800 solo il tre per cento della popolazione mondiale viveva nelle città, oggi è più del 50 per cento, ma non è detto che l’umanità debba essere necessariamente destinata a vivere in questo modo. Noi umani siamo evoluti in piccole bande di cacciatori e raccoglitori, circa il 90 per cento della nostra storia come specie è stata vissuta in gruppi variabili dai 15 ai 50 individui, dove ognuno conosceva tutti gli altri e dove le risorse venivano condivise in una “economia del dono”. Anche negli ultimi secoli la maggior parte della gente viveva in villaggi o piccole città. Poco del nostro passato evoluzionario ci ha preparato ad una vita anonima in centri urbani di massa, suburbi e città diffuse. Per questo motivo il bisogno di vivere in una comunità intenzionale con amici culturalmente affini costituisce una profonda e perenne suggestione.

 

Comunità Intenzionali

Costruire comunità “intenzionali”, nate cioè da una spontanea adesione ideologica ad un gruppo, deve essere l’obiettivo politico a medio termine che orienta il nuovo paradigma della produzione e del consumo localizzati nei singoli territori di appartenenza delle comunità. La sobrietà di stili di vita, l’attenzione al ciclo dell’alimentazione e il rispetto e la conoscenza di tutti gli elementi viventi che concorrono a sostenere un ecosistema sono altri “fondamentali” del nuovo approccio alla gestione dell’esistente. L’esperienza degli ecovillaggi costituisce un utile esempio di una diversa cultura del lavoro, del consumo e dell'abitare.

 


Il desiderio di vivere in una comunità è una delle principali forze dietro la nascita di un movimento per creare ecovillaggi, comunità dove coesistono reti di supporto sociale e la visione di una vita ecologicamente sostenibile e a basso impatto. Queste comunità possono includere sia villaggi locali tradizionali, i cui abitanti si orientano verso una sostenibilità ecologica e sociale, sia comunità intenzionali formate da gruppi di persone che scelgono di vivere abbastanza vicine l’una all’altra per praticare uno stile di vita condiviso e sostenibile.

Una definizione sintetica ed efficace di ecovillaggio è quella di una comunità intenzionale orientata alla sostenibilità.

L’elemento fondante di ogni comunità intenzionale è la condivisione di idee, passioni, visioni del mondo ma anche spazi, beni di vario genere e denaro.

Diversi sono i livelli di condivisione praticati. Ci sono ecovillaggi in cui predomina l’elemento propriamente comunitario e dove non viene riconosciuto quasi nessun tipo di proprietà privata e terreni, abitazioni, mezzi di produzione e di locomozione, così come le riserve valutarie, appartengono alla comunità. Ve ne sono altri – con un orientamento più individualista - in cui proprietà privata e proprietà collettiva svolgono funzioni diverse e complementari.

La sobrietà di vita è una caratteristica comune a quasi tutte le esperienze e molti ecovillaggi hanno trovato il modo di misurare il loro impatto ecologico. Uno studio effettuato su 450 membri della Findhorn Foundation, nel nord della Scozia, ha stabilito che la loro “impronta ecologica” è inferiore del 40 per cento della media del Regno Unito.

 

Ecovillaggi nel mondo

 
Secondo Jonathan Dawson, presidente del Global Ecovillage Network (GEN), gli ecovillaggi diffusi nel mondo sviluppato (Europa, Australia, Nord America), come in quello in via di sviluppo (Africa e Sud America), si costituiscono su motivazioni analoghe. Nel primo caso sono spesso caratterizzati da una reazione all’alienazione e al materialismo della società industrializzata, nel secondo dal desiderio di respingere l’influenza delle nazioni industrializzate e ritornare a valori e pratiche delle culture tradizionali. Oggi, si stima che ci siano circa 15.000 ecovillaggi sparsi per il mondo, benché sia difficile stabilirne il numero anche perché molti villaggi e comunità del sud del mondo usano meno energia e risorse naturali dei loro omologhi nel nord registrati come “eco villaggi”.



 

Global Ecovillage Network

 
Il Global Ecovillage Network è una confederazione globale di persone e comunità che - secondo la definizione che ne da il sito http://gen.ecovillage.org - si incontrano e condividono le loro idee, scambiano tecnologie, sviluppano scambi culturali e formativi, comunicazioni e newsletter, e sono dedicati a tutelare i territori e a vivere sostenibilmente immettendo nell’ambiente più di quanto sottraggono. I membri del network includono reti molto estese come Sarvodaya, 1.100 villaggi sostenibili in Sri Lanka, EcoYoff e Colufifa, 350 villaggi in Senegal, il progetto Ladakh sull’altopiano hymalaiano; eco-città come Auroville nel sud dell’India, la Federazione di Damanhur nel nord Italia e Nimbin in Australia; piccoli ecovillaggi rurali come Gaia Asociaciòn in Argentina e Huehuecoyotl in Messico; progetti di rinnovamento urbano come il Los Angeles EcoVillage nel nord America e Christiania a Copenhagen, in Svezia; siti dove si pratica la permacoltura come Crystal Waters in Australia, Cochabamba in Bolivia e Barus in Brasile; centri di formazione come Findhorn in Scozia, il Centro per la Tecnologia Alternativa nel Galles, Earthlands in Massachusetts, e molti altri ancora. Il GEN intende supportare e incoraggiare l’evoluzione di insediamenti sostenibili in tutto il mondo attraverso servizi di comunicazione interna ed esterna, facilitando il flusso e lo scambio di informazioni tra gli ecovillaggi e i centri di formazione, mettendo in rete e progettando il coordinamento in settori relativi agli insediamenti sostenibili attraverso la cooperazione globale e la partnership con Enti sovranazionali come UN Best Practices, EU Phare, EYFA, Ecosoc. Il GEN si articola attraverso GEN Europe and Africa, GEN Oceania, The Ecovillage Network of the Americas. Al Gen è collegata anche La Rete italiana dei villaggi ecologici, RIVE, nata nel 1996 ad Alessano (Lecce). Scopo della rete è fare conoscere le esperienze comunitarie, intese come “laboratori di sperimentazione sociale ed economica dove è possibile da subito vivere l’utopia, per quanto in scala ridotta, di una società basata sulla solidarietà, la cooperazione e l’ecologia".


informati su Rete Italiana Villaggi Ecologici   http://www.mappaecovillaggi.it

Gli eco villaggi sono al servizio di una più vasta azione che va molto al di la di una riduzione nell’uso delle risorse naturali. In primo luogo incoraggiano un senso di connessione e responsabilità verso il mondo naturale. Come ha scritto Helena Norberg-Hodge, fondatrice e direttrice della International Society for Ecology and Culture, su un numero della rivista Ecologist del 2002, essi rappresentano al contempo una nuova visione di sviluppo con differenti paradigmi economici, utilizzi dell’energia, strutture sociali e valori rispetto alla società industriale. Gli eco villaggi forniscono dei modelli per vivere vicino alla terra e in comunanza gli uni con gli altri. Se non costituiscono una risposta ai problemi del mondo, sono comunque una via percorribile per chi è in cerca di uno stile di vita più ecologico e comunitario. In un incerto scenario futuro di cambiamento climatico, esaurimento del petrolio, insicurezza alimentare e economia globale instabile, mostrano una praticabile via d’uscita. In Ecovillaggi: Nuove Frontiere della Sostenibilità, Dawson scrive: le tipologie di ricerca applicata, divulgazione e training che gli ecovillaggi sono impegnati a fare, sono esattamente quelli che ci serviranno per navigare nelle acque agitate che ci stanno davanti.



 

Costruire un ecovillaggio

 
Nella fase di formazione di un ecovillaggio l’ostacolo maggiore consiste nella difficoltà a trovare terreni ad un prezzo accessibile e ottenere permessi di costruzione. La diffidenza ancora diffusa verso queste esperienze da parte di molte popolazioni residenti e di alcune amministrazioni locali rivela quanta informazione e divulgazione debba ancora essere fatta perché se ne riconosca la validità sociale. Con la presenza di un piccolo numero di ecovillaggi per nazione, il movimento è ancora nella sua fase embrionale. Ecovillaggi completamente sostenibili ancora non ce ne sono, ciò che esiste sono miriadi di soluzioni parziali applicate da differenti comunità, ma con un tema generale comune. Gli ecovillaggi stanno confrontandosi con il problema più complesso nel cambio di paradigma produttivo, costruendo le basi di una nuova cultura che, oggi marginale, può essere un giorno adottata dal mainstream. Molte esperienze sul campo dimostrano, già oggi, la realizzabilità buone pratiche, la cui diffusione dovrebbe diventare norma in un immediato futuro.

 

In un mondo alla ricerca di modelli di insediamento umano migliori, l’ecovillaggio mette insieme il meglio dell’atmosfera di un vecchio villaggio con un moderno design sostenibile, per costruire uno spazio vivibile socialmente positivo. Un autentico ecovillaggio intende ripristinare e proteggere l’habitat, la biodiversità e i valori ecologici del territorio, consentendo alle persone di vivere sobriamente sul pianeta attraverso un progetto sostenibile di condivisione delle risorse e incoraggiando un reale senso di comunità, realizzando spazi fisici e opportunità sociali che consentono alle persone la costruzione di relazioni amicali e reti sociali. Un altro punto importante è l’attenzione rivolta alla salute, incoraggiando una buona nutrizione, maggiore attività fisica e stili di vita attivi come assistenza sanitaria preventiva. Di conseguenza, un ecovilaggio deve essere a misura di pedone e non di automobile, per incoraggiare la gente a camminare, andare in bicicletta e usare il corpo attivando le funzioni per le quali è stato costruito, così come deve consentire ai bambini di riappropriarsi degli spazi pubblici e giocare in sicurezza.

 

Un ecovillaggio si definisce come una comunità dove le persone si conoscono l’una con l’altra e ogni membro può partecipare alla governance e influenzare il percorso della comunità, una comunità che sostiene la crescita del benessere dei suoi membri, che pianifica e gestisce gli approvvigionamenti di cibo, l’aspetto manifatturiero e commerciale e le opportunità di svago e socializzazione, che opera con un etica di ripristino ecologico, preservando e accrescendo gli ecosistemi e minimizzando gli impatti ambientali, e che può durare nel tempo con successo, essendo sostenibile economicamente, ecologicamente e socialmente. L’obiettivo della sostenibilità definisce le modalità di uso del suolo e di sviluppo. Tutti gli ecovillaggi esistenti al mondo sono costruiti variando la combinazione di tre fondamentali dimensioni: ecologia, comunità, cultura e spiritualità. La coabitazione, clustering housing, è una vecchia pratica che oggi acquisisce nuova rilevanza, consentendo al singolo l’uso di comodità e strutture che altrimenti verrebbero negate.




ecovillaggio in costruzione

Metodi di innovazione costruttiva permettono ai futuri residenti di poter scegliere tra diversi modelli di case ecologiche. Spazi privati e strutture condivise consentono il giusto equilibrio tra privacy e comunità. Un largo spettro di soluzioni abitative può essere offerto, tenendo conto di diversità di età, stili di vita, composizioni famigliari e redditi. Questo tipo di edilizia può essere economicamente abbordabile usando finiture essenziali, spazi flessibili e materiali durevoli. La presenza di workshop e studi può ridurre il pendolarismo e accrescere la vitalità dell’insediamento. Ambienti al contempo residenziali e lavorativi favoriscono maggiori opportunità di lavoro. Lavorare all’interno della propria comunità aumenterà il tempo libero disponibile. Un altro aspetto importante è l’accessibilità, l’ecovillaggio deve essere accessibile ad un mix di popolazione diversificato e la progettazione dovrà essere priva di barriere architettoniche.

 


 
Connessioni internet ad alta velocità implementano le strutture della comunità, consentendo opportunità di apprendimento e contenendo i costi del pendolarismo. Video-conferenze, telecomunicazioni, accessi internet e intranet sono disponibili per le residenze e le attività commerciali.
 
Le differenti caratteristiche di un ecovillaggio sono in grado di creare un laboratorio di apprendimento per membri e visitatori. Modalità formali e informali di apprendimento sono predisposte all’interno della comunità e attraverso centri di formazione.
 
La cura degli anziani è un’altra centralità delle esperienze degli ecovillaggi che prevedono possibilità di cura del corpo per migliorare salute e vitalità. Progetti come serre comuni e programmi di giardinaggio possono mettere insieme giovani e anziani in attività comuni, con beneficio di tutti.

Da un punto di vista ecologico, sistemi solari acquatici (SAS) e di fitodepurazione purificano le acque di scarico utilizzandole per l'irrigazione. Imprese gestite localmente possono garantire il sistema con un rifornimento di acqua differenziato che include aree di percolazione delle acque meteoriche, vasche di stoccaggio e bacini di depurazione. Vergono installati impianti solari ed eolici connessi alla rete di distribuzione generale. Una strategia di conservazione minimizza la quantità di energia usata dalla comunità.
 
Progetti e costruzioni sono conformi a criteri bioecologici che prevedono l’uso di materiali riciclati e locali. Vengono impiegati materiali atossici per migliorare la qualità dell’aria interna. Una gamma di alternative sono offerte per incrementare la pedonalità, l’uso della bicicletta e di veicoli elettrici e ibridi, car-sharing e minibus collettivi.

 

Sotto il profilo economico, vengono predisposti fondi comuni di investimento e agenzie locali di collocamento. I terreni produttivi sono utilizzati per orti e frutteti, le eventuali attività di allevamento del bestiame forniscono concime organico e biogas. Negozi e ristoranti locali consentono l’utilizzo del surplus alimentare. Possono formarsi cooperative di artisti e artigiani che lavorano sul posto, per il fabbisogno locale e per rifornire i centri di vendita destinati ai visitatori. Piccole imprese operanti nel settore dell’ambiente, della salute e del benessere garantiscono i servizi necessari alla comunità. Attività di bed&breakfast consentono l’ospitalità a turisti e visitatori dei villaggi.