governo del territorio


 

Pasticci governativi sulla riforma degli enti locali, “piani casa” regionali all’insegna della deregulation selvaggia. Il territorio ridotto ad un panorama di macerie, effetto collaterale degli interessi di un mercato sedotto dalle sirene della crescita e dello sviluppo e di una politica sedotta dal mercato a suon di denari e benefit. N.d.R.C.
 

Le Città Metropolitane nell'ingorgo provinciale

di Carlo Iannello  
Il manifesto, 3 dicembre 2013
 
Le città metropolitane furono previste dalla legge 142 del 1990 per dare un indispensabile governo unitario alle conurbazioni cresciute a ridosso delle grandi città, dando vita ad un continuum urbano che ha oltrepassato persino i confini delle province, rendendo inadeguati al governo di queste aree tanto il comune capoluogo che la stessa provincia. La legge del 1990 attribuì alle regioni il potere di delimitarne i confini, nel logico presupposto che non potessero coincidere con quelli provinciali, perché altrimenti non ci sarebbe bisogno di nessun nuovo ente metropolitano. Tuttavia, l'inerzia delle regioni (che non hanno interesse a far nascere enti che metterebbero in ombra esse stesse) e del governo (che, incomprensibilmente, non ha mai attivato i propri poteri sostitutivi per scavalcare l'inerzia regionale) ha di fatto bloccato la nascita delle città metropolitane.
 
È per queste ragioni che il governo ha creduto bene, con il decreto legge 95 del 2012, di abrogare la precedente normativa (poi trasfusa nel testo unico del 2000) e di introdurne una che si supponeva di immediata applicazione, ma che è stata annullata dalla Corte costituzionale.
 
Si è così giunti al paradosso: le città metropolitane che, secondo l'art. 114 della Costituzione, «costituiscono» la Repubblica, non hanno allo stato alcuna disciplina. Ma ancora più paradossale è la pseudo-soluzione a questo grande pasticcio contenuta nel disegno di legge Delrio - attualmente all'esame della Camera, che lo sta profondamente cambiando, perché la sua approvazione nel testo originario darebbe il colpo esiziale ad ogni prospettiva di buon governo delle città metropolitane.
 
Questo disegno di legge, nonostante le molte modifiche, prevede ancora: 1) che le città metropolitane coincidano con le province (vanificando così la ragione stessa della loro esistenza: tanto vale, a questo punto, tenersi le province); 2) che se un terzo dei comuni non aderiscano alla città metropolitana, vi sia un'assurda duplicazione di enti perché solo per questi comuni resterebbe in piedi la provincia; 3) che non vi sia elezione diretta degli organi da parte dei cittadini: gli statuti potranno anche prevedere l'elezione degli organi della città metropolitana da parte dei cittadini, ma a condizione che si disarticoli il comune capoluogo; 4) che il sindaco metropolitano sia dunque quello del capoluogo e che il «consiglio metropolitano» (l'organo di «indirizzo e controllo», ma con funzioni anche di gestione, in quanto il sindaco metropolitano potrà attribuire specifiche deleghe ai consiglieri) sia composto da soli professionisti della politica (cioè sindaci e consiglieri dei comuni eletti dai consiglieri dei comuni che compongono la città metropolitana). Questo anche perché sia il sindaco che i consiglieri della città metropolitana (ossia del più grande ente territoriale dopo la regione) dovrebbero svolgere il loro incarico (che comporta enormi responsabilità) a titolo gratuito.
 
Inoltre, in questo modo non solo si inibirebbe una delle poche cose buone della legge sui sindaci del 1993 - cioè la possibilità di scegliere personalità esterne instaurando un rapporto proficuo con le competenze della società civile - ma si creerebbe un ente che già sulla carta non potrà far valere l'interesse dell'area vasta (ossia della città metropolitana), in quanto ogni eletto nel consiglio (e quindi anche i delegati, ossia gli assessori) sarà naturalmente spinto a far prevalere gli interessi della piccola comunità di abitanti che lo ha eletto direttamente e in cui svolge le funzioni di consigliere.
 
La razionalizzazione del sistema degli enti locali è una delle priorità nazionali e l'istituzione delle città metropolitane è certamente uno strumento essenziale. Ma per fare ciò che serve (scrivere una buona legge) occorrerebbe che ciò che resta della classe dirigente di questo paese comprendesse che la politica deve tornare a occuparsi della soluzione dei problemi concreti dei cittadini, smettendola di confonderla con l'arte di confezionare prodotti (quali che siano) per venderseli mediaticamente, tenendo presente che chi ben comincia è «solo» alla metà dell'opera; figuriamoci quando si comincia male. Ma sarà possibile in questo paese, almeno una volta, cominciare presto e bene?
 

 

Il cemento del Veneto e l’offesa al territorio

di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 2 dicembre 2013.
 
Perfino i sindaci leghisti: perfino loro sono saltati su contro il nuovo «Piano Casa» della «loro» Regione Veneto. Che razza di federalismo è se toglie ai sindaci la possibilità di opporsi a eventuali nefandezze e consente a chi vuole non solo di aumentare liberamente la cubatura in deroga ai piani regolatori ma anche di trasferirla, udite udite, in un raggio di 200 metri? Che la crisi pesi sul mattone, per carità, è ovvio. Ma può essere il «vecchio» cemento la soluzione? Per cominciare, un dossier dell’urbanista Tiziano Tempesta dimostra che l’edilizia occupa ancora oggi (dati 2011) l’8,2% degli occupati veneti e cioè un puntoe mezzo più che nell’«Età dell’Oro» degli anni Novanta. Non basta: già oggi il 59,6% dei veneti vivono in ville o villini uni o plurifamiliari contro una media italiana 16 punti più bassa: 42,9%. E abitano per il 64,9% (dati Istat) in case sottoutilizzate: gli altri italiani stanno dieci punti sotto. Di più, dopo la Lombardia il Veneto è la regione più cementificata con l’11,3% del territorio urbanizzato: il triplo della media europea, pari al 4,3%.
 
Non basta ancora. Quella di Zaia è la prima regione turistica nostrana. E anche nel 2012 ha registrato 15.818.525 arrivi per un totale di 62.351.657 presenze, per quasi il 65% di stranieri. Di fatto, ogni sei pernottamenti in Italia, uno è nel Veneto. Dove i soli stranieri hanno speso l’anno scorso 5 miliardi di euro. Più che in tutto il Sud messo insieme. Vale la pena di mettere a rischio questo patrimonio aggiungendo mattoni, mattoni, mattoni?
 
No, rispose qualche anno fa l’allora governatore berlusconiano Giancarlo Galan: «Basta col cemento». No, aveva ripetuto un anno fa Luca Zaia: «Nel Veneto si è costruito troppo, non possiamo continuare così. È necessario fermarci. Questo vale per i capannoni industriali, ma a maggior ragione per le abitazioni. È assurdo continuare ad approvare nuove lottizzazioni quando esistono già abbastanza case per tutti».
 
L’altra sera la maggioranza di destra ha fatto il contrario. Nonostante gli appelli preoccupatissimi dell’Istituto Nazionale di Urbanistica e delle associazioni ambientaliste. Nonostante la contrarietà dei sindaci (destrorsi, leghisti e sinistrorsi) di tutti e sette i capoluoghi, dal veronese Flavio Tosi al padovano Ivo Rossi: «Una cosa da pazzi. Anche nei centri storici magari resta tutelato quello specifico palazzo ma accanto si potrà fare qualunque schifezza. Fatte le somme (un tot per l’adeguamento energetico, un tot per il fotovoltaico, un tot per l’antisismico e così via…) saranno permessi ampliamenti del 140%. Un mucchio di soldi ed energie per fare piani regolatori seri ed ecco una leggina che dice: fate come vi pare».
 
«Ma non è vero! Al massimo l’ampliamento potrà essere del 80%. Qui si è fatta troppa demagogia — ribatte Zaia —. È una legge che va di pari passo con quella sulla cubatura zero. E non esautora affatto i sindaci. Pone fine a un eccesso di discrezionalità. Quanto allo spostamento di 200 metri, mi dicono fosse un emendamento della sinistra…».
 
Colpisce, però, che la maggioranza abbia tirato dritto nonostante la rivolta, come dicevamo, di moltissimi sindaci leghisti. «È chiaro l’intento degli alleati di forzare la mano per estromettere dal controllo del territorio i sindaci, da sempre baluardo della politica nazionale della Lega», aveva tuonato giorni fa Ivano Faoro, Responsabile Nazionale Enti Locali. E aveva chiuso invitando i consiglieri regionali leghisti a «votare secondo il chiaro indirizzo espresso dal partito». Macché. Contro il piano ha votato solo Matteo Toscani: «Mi ha convinto l’ostinazione dei miei colleghi nel voler esautorare i Comuni da ogni possibilità di intervento. Il piano casa viene imposto ai 581 comuni veneti d’imperio, senza alcuna possibilità di aggiustamenti locali». Un delitto: «Le amministrazioni comunali avranno buttato alle ortiche milioni di euro di risorse utilizzate per redigere i vari Prg, Pat e Pi. Ora si potrà edificare quasi ovunque cancellando decenni di pianificazione urbanistica».
 
Ma cosa prevede, questo piano, accolto con entusiasmo dall’Ance che pure ai convegni sostiene la necessità di riconvertire ciò che c’è? Prevede fino al maggio 2017, per tradurlo dal burocratese con le parole del Sole 24 Ore , una «norma che toglie ai Comuni la possibilità di limitare o escludere l’applicazione del piano casa nei centri storici» e «permette di operare in deroga alle norme urbanistiche ordinarie» e «in deroga ai piani urbanistici e ai piani ambientali dei parchi regionali anche se in questo caso», grazie a Dio, «è necessario il parere vincolante della Soprintendenza».
 
Ma ecco, abracadabra, la regola più stupefacente: «Gli ampliamenti potranno essere realizzati anche su un lotto adiacente, sino a 200 metri di distanza dall’edificio principale e su un diverso corpo di fabbrica». Come cantava Patty Pravo: «Oggi qui, domani là…». Più molti altri incentivi (basterà portare la residenza sul posto per 42 mesi: sai che fatica…) da far accapponare la pelle ai sindaci dei Comuni turistici più esposti. Come quello di Cortina Andrea Franceschi e di Asiago Andrea Gios, che pur essendo di destra avevano già dato battaglia contro il piano precedente portando il caso, ad esempio, di paesi come Roana (79% di seconde case), Gallio (82%) o Tonezza, dove le case abitate tutto l’anno sono solo il 13%. Con enormi problemi di gestione del territorio.
 
«È una pazzia: il nostro municipio per tagliare dieci metri quadrati di pino mugo deve presentare uno studio di impatto ambientale e invece ora per fare un ampliamento in zona agricola non serve niente di niente — attacca Gios —. È un intervento barbaro di deregulation che va contro ogni strategia organica di sviluppo e che sembra finalizzato solo a spronare meri interventi speculativi. Quella facoltà di spostare la cubatura supplementare nel raggio di 200 metri, poi! Abbiamo fatto una simulazione: ad Asiago potremmo ritrovarci dei villini a ridosso dell’Ossario. Un insulto, alla vigilia del centenario della prima guerra mondiale».
 
«Non ci volevo credere», confessa Tiziano Tempesta, che già aveva dimostrato come nei dintorni immediati delle meravigliose ville venete sia stato costruito il triplo della media, «è un ulteriore incentivo a favorire l’insediamento sparso». Cioè la sprawltown , quella poltiglia di case, campi, capannoni, sottopassi, villette, condomini che ha assassinato la campagna veneta.
 
«Non è un piano casa: è un “piano scempi”», accusa Stefano Deliperi, l’anima del Gruppo di intervento giuridico che si è fatto spazio facendo guerra ai nemici dell’ambiente non con gli striscioni ma con le carte da bollo, «un minuto dopo la pubblicazione, impugneremo tutto: qui rischiamo un Far West urbanistico». E se qualcuno esagerasse andando oltre perfino alle già generose concessioni? «Sarà costretto a pagare il 200% degli oneri di urbanizzazione che però non esistono», ride amaro Tempesta. Cioè, secondo gli ambientalisti, il doppio dello zero …