terzo paesaggio libero


 

La libertà del Terzo Paesaggio

da un testo di Andrea Facciolongo
Pubblicato da paesaggio critico, 14 novembre 2013 
 
Generalmente il Terzo paesaggio è oggetto di discussione in relazione alla sua spendibilità progettuale e alla sua praticabilità effettiva. In questo senso dobbiamo riconoscere che la proposta di Clément non è certo priva di contraddizioni. Può davvero lo spazio indeciso costituire una base per una diversa progettazione del paesaggio? É davvero possibile elevare a modello l’incolto e l’abbandonato che trovano il loro senso ultimo proprio nella marginalità? Si può pensare ad un progetto che faccia luce su ciò che è oscurato? Sembrerebbe di no. D’altra parte è lo stesso Clément ad ammettere il fatto che istituzionalizzare il Terzo paesaggio significa negarne il suo potenziale critico. E nei luoghi in cui l’abbandono è autentico resta ben poco da progettare. Ciò che emerge non è più nascosto e ciò che non è nascosto non è marginale. Insomma, il Terzo paesaggio che si fa progetto rischia di annullarsi in se stesso. E questo è un bel problema.
Occorre chiedersi, infatti, se le domande sulla sua agibilità pratica rispondano pienamente alla complessità della proposta di Clément. Il paesaggio non è soltanto un universo di progettazione. Proviamo invece a considerarne la natura in base alle nostre disponibilità emotive. Vediamo, cioè, le cose da una prospettiva diversa. Ribaltiamo la questione e non domandiamoci cosa possiamo fare del Terzo paesaggio ma che cosa questo possa fare per noi.
 
 
A differenza dell’ambito progettuale, se osserviamo le cose dal punto di vista dell’etica, il Terzo paesaggio riesce ad esprimere tutto il suo potenziale critico. Anzi, si potrebbe affermare che è proprio nell’etica che esso sprigiona la sua ricchezza concettuale. Basta ripercorrere alcune tappe del Manifesto per rendersene conto: in primo luogo le friches, le erbacce, o tutto ciò che sostituisce rifugio per la diversità (sia animale che vegetale) scacciata. Commette un errore chi sostiene che esse non siano dotate di alcun valore specifico; le erbacce sono la dimora di specie e di corpi viventi; in esse si manifestano e si propagano delle vite. Ed è proprio in virtù del riconoscimento della vita altrui che le erbacce devono essere oggetto di valorizzazione etica da parte nostra; sono specie viventi che accolgono i viventi.
 
 
L’ultimo punto da considerare riguarda più specificatamente la sfera del nostro agire, o meglio l’agire del giardiniere che Clément sembra sostenere con forza; il lasciar fare costituisce il proposito di liberare le erbacce dall’influenza, spesso eccessiva, della nostra attività progettuale. Ma non si tratta di un escamotage dialettico. Il non-agire di Clément è il frutto di una volontà consapevole, quella del giardiniere planetario, che mira ad elevare a patrimonio universale la biodiversità presente negli spazi marginali per poterne riconoscere il valore di vitalità che essa possiede; si tratta allora di mettere in campo un’intenzionalità dichiarata, una scelta. Il non-fare, perciò, rientra pienamente nella sfera dell’agire morale proprio perché si propone come modello di azione.
 
Tutte queste ragioni, inducono a riflettere sul fatto che, se vogliamo rendere giustizia al pensiero/progetto paesaggistico di Clément, occorre considerare la provocazione morale della sua proposta ben prima di valutarne l’ immediata spendibilità. Il vero Clèment non è da ricercarsi nelle sue realizzazioni ma nel suo modello teorico. In questo senso Alain Roger l’ha giustamente definito il Deleuze del pensiero paesaggistico. É necessario, infatti, assumere un rinnovato atteggiamento nei confronti di tutto ciò che ci circonda e restituire dignità all’intero contesto del mondo vivente. Nessuno escluso. Accogliere e non scacciare è l’imperativo di Gilles Clément.
 
 
Il Manifesto del Terzo paesaggio non può essere accolto come un tentativo fallimentare capace soltanto di produrre inutili pratoni, proprio perchè è in questi spazi che si produce un contesto biologico interessante. Occorre cambiare il nostro modo di agire nel paesaggio per valorizzare pienamente la biodiversità che esso ospita e per valutare in maniera diversa la qualità espressiva del paesaggio stesso. Si tratta di abituare la vista e tutti gli altri sensi a forme nuove e indipendenti dalle considerazioni storiche e tecniche del paesaggio.
 
 
Foto di Francesco Tonini, scattate in Roma nell’area tra Pietralata e Monti Tiburtini
 
 
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