Superluoghi


I superluoghi rappresentano un’intensificazione del concetto di nonluogo, vale a dire di quegli spazi – centri commerciali, aeroporti, ecc. – isolati dalla realtà cittadina e caratterizzati da una assenza di scambi sociali. Alcuni di questi nonluoghi sono diventati degli snodi importanti del tessuto urbano, sono molto frequentati, ci si va in gruppo e in famiglia, magari per passarci l’intera giornata. Trasformandosi in superluoghi, i nonluoghi ridiventano almeno in parte spazi di scambio sociale. Sempre però nell’ottica del consumo, dato che si tratta quasi sempre di realtà strettamente dipendenti dalla società dei consumi. (da un’intervista a Marc Augé)

 

Interrogandosi sull’evoluzione dei nonluoghi in superluoghi, Marc Augé rinnova la sua critica alla società dei consumi e di fronte alla domanda se i superluoghi non corrispondano ad una evoluzione sostanziale della città contemporanea, risponde che sono solo il sintomo di un cambiamento di scala in un tessuto urbano tendente ad un progressivo decentramento. Ora che i centri storici delle città sono quasi ovunque ridotti a luoghi turistici, le attività commerciali e i centri direzionali migrano verso le periferie urbane, fuori dai confini tradizionali delle città, seguendo un percorso già praticato dalla logistica del movimento di merci e persone.

Le nozioni stesse di centro e periferia stanno cambiando radicalmente e i superluoghi diventano i nuovi centri della città estesa. Nella fase iniziale di questo processo di rinnovamento dei non luoghi – un processo iniziato negli Stati Uniti dopo la progressiva agonia dei big box, i grandi scatoloni fuori-scala di cui WalMart era l’immagine più degradata – è prevalsa l’imitazione di spazi di scambio recuperati dalla tradizione locale e definiti da architetture dove il kitsch raramente evolve in una nuova estetica “modernamente barocca”.

 

A individuare i nuovi superluoghi sono ancora le categorie descrittive utilizzate per definire i non luoghi, quelle figure della trasformazione che hanno generato i paesaggi mutanti delle nuove centralità suburbane, prima tra tutte la categoria del "grande", dell’oggetto architettonico fuori scala, anche se questa è ora diversamente declinata. Ritroviamo anche l’indifferenza al sito intesa come atopia - estraneità al contesto di inserimento – e la presenza dei vuoti neutri della città diffusa – grandi spazi aperti di scambio utilizzati come parcheggi, aree di carico e di sosta - da cui emergono le grandi scatole. Una nuova categoria che compare è la monumentalità, mentre permane costante l’isolamento dalla città storica espresso dall’estraneità al locale delle architetture e da una lettura dello spazio pubblico che stravolge il principio di prossimità e la relazione tra spazio e tempo. Del resto la città storica assomiglia sempre di più ai nuovi contenitori delle periferie, essendo anch’essa affidata ad un marketing urbano determinato ad attrarre visitatori consumatori.

I non luoghi diventano superluoghi, ai big box si sostituiscono gli outlet village. Le grandi scatole - immaginate nel 1953 dall’architetto Victor Gruen per trasformare essere umani consapevoli in stupefatti consumatori - hanno esaurito il loro compito. La loro obsolescenza era in qualche modo prevista, privilegiando la breve durata contemplavano deperimento e abbandono, ma le strategie di marketing, oggi estese a tutta la città, includono anche la trasformazione, l’adattamento e la riconversione spontanea dei centri commerciali.

Dalle ceneri dei bigbox nascono così le fenici degli outlet, non più contenitori anonimi e senza identità che progressivamente disaffezionano il consumatore, perdendo la loro capacità di attrazione e quindi il loro valore commerciale, ma oggetti architettonici seduttivi che possano dominare il paesaggio senza qualità della città estesa, invadendolo e fornendolo di senso, di un suo genius locis, anche se improbabile e a volte grottesco.


I centri terziari dell’interscambio - centri commerciali, fashion district, stazioni, aeroporti - nel loro trasformarsi in superluoghi dotati di nuova forte immagine simbolica ed evocativa, non perdono comunque le caratteristiche di nonluogo. Questi nuovi spazi metropolitani multifunzionali, indubbiamente dotati di un vasto bacino d’utenza, trasformano il territorio rimanendo insensibili al suo contesto e rivelandosi luoghi di potere che non dialogano più con la città storica. I superluoghi sono gestiti e controllati da multinazionali - a capo della grande distribuzione, delle catene di ristorazione, dei factory outlet - e queste grandi concentrazioni di capitale sono entità sopranazionali ed extra urbane che non hanno bisogno di stare dentro i tradizionali processi decisionali e di governo pubblico della città. Se costrette al confronto con la mano pubblica, posseggono validi strumenti per cooptarla come partner di minoranza. Accade così che la trasformazione economica e sociale della città avviene facendo a meno del consenso democratico, rispondendo soltanto a logiche di investimento e a scelte di localizzazione di attività a favore dei soggetti investitori.

Come giustamente segnala la sociologa Antonietta Mazzette, non è stato l’intervento dell’architettura a ridare dignità ai luoghi del consumo, ma la trasformazione delle modalità del consumo, oggi diventato un’azione sociale complessa e potenzialmente infinita. Il consumo - materiale o immateriale che sia - è diventato l’elemento trainante e unificante che sta permeando di sé luoghi fisici e luoghi virtuali, conoscenze e culture, socialità e bisogni individuali. E poiché il consumo delle tracce storiche e culturali è la modalità che il marketing urbano utilizza per rendere competitive le città tra loro, è sempre più difficile individuare una demarcazione tra diverse tipologie di consumo, che si tratti di gentrificazione dei centri storici, restyling dei musei, riqualificazione delle piazze o realizzazione di outlet e ampliamenti di stazioni e aeroporti.

Lo storico dell’architettura Richard Ingersoll, nell’ambito di una ricerca promossa dalla Provincia e dal Comune di Bologna, ha esaminato alcuni superluoghi italiani: l’Interporto di Bologna, l’Ipercoop di Montevarchi, l’Ikea di Firenze, l’Outlet Village di Serravalle Scrivia. La sua visione è che costituiscano lo scenario nel quale trasportare una versione italiana dell’American Beauty dove l’Ipercoop riprodurrebbe la fantasmagoria che Walter Benjamin lesse nei Passages di Parigi. Inoltre, più prosaicamente, per Ingersoll l'Ipercoop, con i suoi quindici anni di vita, è ormai da considerarsi un luogo con una sua propria storia - dove ci vanno tutti, i prodotti sono buoni e convenienti, c’è lavoro per tanta gente - mentre il corso e le piazze di Montevarchi sono state abbandonate dai suoi cittadini e ora sono frequentate solo da immigrati.


Al di là della lettura proposta da Ingersoll, l’Ipercoop di Montevarchi è un bigbox, una grande scatola di cento metri per lato con a fianco un’altra scatola che ospita una multisala cinematografica. Entrambe non sono altro che contenitori, le matrioske più grandi di una serie di scatole di imballaggio per merce di ogni sorta. Il fatto che da tempo siano utilizzate come tali non attribuisce loro maggiore valore storico di quello che si riconosce ad un fustino di detersivo. I bigbox possono assumere valore documentale della civiltà dei consumi, ma la loro invasività sul paesaggio e la loro atopia non consentono di percepirli e ammirarli come opera d’arte, al pari di un Brillo di Andy Warrol. La sovradimensione dei superluoghi è infine ben rappresentata dall’Interporto di Bologna, grande quanto la metà del centro storico pur dovendo solo ospitare automezzi che caricano e scaricano merci.
 
Comitato Invisibile Locale