migranti in metropoli


 

Le metropoli contemporanee e le loro periferie sono diventate un centro di accoglienza permanente per una umanità in transito, una moltitudine errante in cerca di uno spazio provvisorio, di una sosta prima di riprendere la strada della speranza. Lo stato di emergenza oggi non è più solo quello che segue una calamità naturale, ma caratterizza uno stato quotidiano di urgente necessità derivato da una mobilità materiale e immateriale che non ha precedenti nella storia umana. La città è segnata e occupata in maniera informale da forme estreme di abitare. Gli slum dei nuovi poveri, i centri di permanenza temporanea dei migranti e dei rifugiati, i luoghi urbani dove si concentrano gli homeless fanno ormai parte del tessuto urbano occupando gli spazi di risulta della città produttiva e residenziale. L’attuale “struttura” della città si rivela anacronistica nel confronto con i nuovi bisogni dei suoi abitanti. Diventa quindi urgente individuare un approccio interdisciplinare che riconsideri l’aspetto della transitorietà non riducendolo alle sole problematiche tecniche di unità abitative di pronto impiego - tipiche della relief culture, cultura della protezione civile che si affermò negli anni 1970 in Inghilterra e nord America e assai poco in Italia - ma prefigurando un vero e proprio habitat che consenta di superare la fase dell’emergenza e la condizione di insopportabile precarietà e degrado che la caratterizza.
 
L’attuale situazione di crisi economica che pervade e destabilizza il globo richiede una nuova cultura di progetto che affronti le questioni più cruciali e urgenti della contemporaneità. I nuovi temi dell’abitare e della metropoli non possono evitare di confrontarsi con le nuove modalità di produzione, consumo e globalizzazione, con la nuova mobilità e il disagio estremo che ne consegue. Gli addetti ai lavori devono incominciare ad occuparsi di “antropologia del ricovero”, analizzando gli aspetti della vita comunitaria e facendosi carico dei problemi derivanti dall’esigenza di creare un ambiente domestico atto ad esprimere le radici tradizionali delle comunità migranti e disastrate e che tenga conto delle strutture profonde del sistema sociale e non solo dei problemi relativi alle strutture di superficie della società. Poiché oggi ci muoviamo all’interno di “geografie incerte” e modalità di abitare assolutamente transitorie, il progetto architettonico deve sviluppare tattiche di sopravvivenza per un diverso abitare, dialogando con materiali semplici e con strutture elementari per dar vita a un'architettura necessaria ma anche concepita con sensibilità.