Gentrificazione


Il recupero del patrimonio edilizio esistente - dove ancora sopravvivono centri storici o vaste aree lasciate libere dall’industria – è anch’esso coinvolto in una deriva sempre più accentuata del processo di reificazione dell’abitare, che qui si manifesta nei processi di “gentrificazione”. Questo nuovo disegno urbano - raccontato come processo virtuoso di “rigenerazione” di un quartiere associato all’arrivo di gruppi sociali ad alto reddito - è sostanzialmente un processo speculativo che allontana i gruppi a reddito più basso per innalzare sensibilmente il valore immobiliare di un area. Un processo sempre meno spontaneo o legato a scelte individuali e sempre più risultato di una strategia promossa dal mercato e dal governo locale. Questo processo speculativo è sostenuto dal desiderio della “new middle class” - professionisti e decisori che traggono profitti elevati dalla nuova economia dei servizi - di rafforzare il proprio status sociale stabilendosi in uno spazio di “distinzione”, dove rappresentarsi appropriandosi del valore culturale e di memoria delle zone storiche delle città.

In altre parole la gentrificazione è un fenomeno di confezionamento di paesaggi da consumare, ottenuto ripulendo e reinterpretando la memoria locale. L’industria culturale contribuisce in maniera determinante a questo processo speculativo dal momento che si tratta di rendere spendibili valenze culturali come il paesaggio, la memoria, la storia e l’identità di un luogo. Con il termine “rivalutazione urbana” si intende in realtà l’organizzazione di spazi urbani spettacolari come mezzo per attrarre capitali, in una logica di competizione fra città, tipica di una economia che fa propria un etica postmoderna del consumo - in sostituzione di quella produttiva del fordismo - considerando i centri storici come un bene a disposizione della nuova borghesia e attribuendo loro significati di prestigio culturale attraverso il marketing e la pubblicità. La città vissuta, testimonianza di una storia collettiva sedimentata nel tempo, diventa così patrimonio esclusivo di una classe che ostenta la sua individualità e la sua differenza sociale assumendo sempre più la simbologia dell’apparenza.

I centri storici e le aree produttive urbane abbandonate dall’industria e dal commercio sono oggi aree fashionable. Gli spazi identitari della città vengono sistematicamente sequestrati dal mercato immobiliare che li reinventa accomunando evocazioni storiche ad iniziative commerciali, attraverso una ricostruzione nostalgica di una memoria collettiva espropriata e una disneyficazione degli arredi urbani che finisce per adottare un linguaggio standardizzato e globale che nega, tematizzandolo, il carattere locale che li distingueva. La rivitalizzazione urbana che queste operazioni immobiliari e speculative promuovono non può essere attuata, per ampiezza e complessità, che attraverso una creative parternship tra il settore privato e quello pubblico. L’onere dei forti costi di urbanizzazione indotti dalla trasformazione delle aree “recuperate”, ad esclusivo beneficio di un mercato privato, è non di rado assunto dal garante pubblico dell’operazione
 
Quando il fenomeno della gentrificazione assume caratteristiche eccessivamente speculative è causa di erosione di patrimoni storici, monumentali e paesaggistici di grande valore. Anche nella trasformazione di distretti industriali cadenti e abbandonati - con interventi orientati alla loro conversione in centri commerciali o prestigiose residenze e ad attirare turisti ricreando luoghi “autenticamente postmoderni” - ritroviamo comunque la rappresentazione di un estetismo cosmopolita caratterizzato dalla ricerca di un gusto “internazionale” sempre più espressione di quei processi comunicativi e di marketing urbano che oggi esasperano la competizione in corso tra le città del pianeta. Un estetismo caratterizzato oltre che dal consumo di cose, anche dal consumo di esperienze che, omologate e clonate, sono reificate a loro volta e la cui riduzione a merci ne annulla i valori destrutturando ulteriormente gli spazi residuali dell’identità e dell’identificazione.

Lo spazio gentrificato diventa il riferimento materiale di una rete di valori significanti assunti in una lotta per emergere, per stupire, per aggiungere ulteriore valore alla propria collocazione nel mercato globale. Diventa una metafora territoriale di interpretazione locale del discorso globale sulla storia, l’identità e la cultura, un’interpretazione che per avere legittimità e successo ha bisogno di luoghi nei quali concretizzarsi, nei quali collocare le proprie radici anche se storicamente estranee al contesto. Questa nuova storicità di facciata, nel senso letterale del termine, è in realtà un fenomeno di maquillage urbano che ricopre con un velo di storicismo la nuova funzionalità di alcune aree urbane strategiche e soprattutto la dialettica che interessa i suoi attori sociali più determinanti - lobby economiche, amministrazioni locali, capitale nazionale e internazionale - e non riguarda ovviamente tutta la città che continua a comprendere spazi brutalmente funzionali, aree commerciali e residenziali mediocremente concepite da destinare alle classi addette alla produzione residuale, ai servizi e alla logistica.

Nei nuovi spazi urbani segregati, purificati, esibiti e destinati alle classi emergenti assistiamo ad una rottura tra forma esterna e funzione, ma è una rottura apparente perchè a vecchie forme “rassicuranti” sono in realtà associate nuove funzioni, non del tutto evidenti perché deliberatamente nascoste. Le facciate di queste enclave di spazio urbano “recuperato” nascondono il substrato di funzioni che le caratterizzano, un substrato costituito da una rete di informazioni culturali, politiche ed economiche che sono il vero motore di una competizione globale che sceglie questi luoghi come vetrina del suo pensiero unico. Il fascino del façadisme risiede nella trasmissione di un messaggio unico e globale declinato in molteplici versioni locali. Un fascino più raffinato ma non così dissimile da quello esercitato dalle case unifamiliari standardizzate, ma ricche di optional “stilistici” da applicare sulle facciate per consentire ad ogni proprietario di personalizzare la propria abitazione, nell’illusione di attenuare la banale monotonia che caratterizza la città diffusa. Come nelle residenze periurbane della città diffusa, anche nel recupero degli edifici storici assistiamo ad una trasformazione urbana sempre uguale ma sempre diversa, un’infinita re-interpretazione dei contesti storico-culturali locali secondo un codice globale ben collaudato, con l’unica evidente variabile della destinazione di fascia del prodotto finale.

Attraverso i processi di gentrificazione viene visualizzato sul territorio costruito il confronto dialettico tra la dimensione globale e la dimensione locale, un confronto che per non trasformarsi in conflitto permanente deve riproporre ovunque i propri principi e linguaggi di base, ma al contempo simulare, o in pochi casi accettare, un dialogo con le invarianti culturali locali che ancora sopravvivono. In uno spazio gentrificato la città, la polis, è sostituita dal racconto della città. Un racconto virtuale, una second life immaginaria che pretende di fornire una nuova identità collettiva e condivisa - sempre più meramente simbolica - organizzando un paesaggio da consumare velocemente e re-immaginare continuamente nel suo consumo e nella sua obsolescenza programmata.