Grattacieli memorabili


Tra i tanti scenari di ricostruzione del Ground Zero – nella city di New York a Manhattan - ha prevalso quello più irresponsabile di edificare torri ancora più alte di quelle distrutte dall’attacco terrorista dell’11 settembre, insistendo nella celebrazione di un mito, quello del grattacielo, che andrebbe perlomeno ridiscusso alla luce di quanto è stato ampiamente rilevato da sociologi, urbanisti e architetti come Nikos Salingaros, Jim Kunstler o Leon Krier. Nel corso del grande dibattito pubblico che ha accompagnato il percorso progettuale, è emerso con chiarezza che la richiesta di libertà creativa avanzata dai professionisti coinvolti aveva poco a che fare con il senso di responsabilità civica e culturale che il momento storico e il contesto ambientale richiedevano e che, alla fine dei giochi, è comunque il mercato a decidere cosa fare e a chi darne l’incarico. È andata delusa la speranza che i progettisti avessero la capacità di interpretare sentimenti e aspirazioni della comunità urbana traducendo la memoria collettiva della tragedia in luoghi del ricordo e non concependo un monumentale parco tematico sulla paura circondato da interventi di “normale” speculazione edilizia. È andata anche persa la possibilità di rendere la città più accogliente, elaborandone il lutto con una celebrazione della vita. E' prevalso l’interesse del mercato e l’idea simbolica del grattacielo come elemento di civilizzazione irreversibile. Ha perso l’idea che la natura di una città risiede nella complessità e nella integrazione di scale diverse, ha vinto l’architettura trionfante e monumentale delle grandi altezze monolitiche.

Nella progettazione della ricostruzione del World Trade Center la cabina di regia è stata occupata dalla Port Authority che possiede Ground Zero e dalla Lower Manhattan Development Corporation (LMDC). Mentre la proprietà ha solo modestamente ridotto la sua domanda iniziale di destinare gran parte del risanamento a residenze e uffici ad elevata rendita, la società di sviluppo ha esercitato un ampio controllo “culturale” della competizione per l’incarico di progetto, ritenendolo un utile strumento politico di propaganda. Tra i progetti presentati, quello di Norman Foster prevedeva due torri a base triangolare alte circa 500 metri ed era uno dei più popolari, essendo in molti a pensare che le torri andassero “orgogliosamente” ricostruite, convinti che spendere parecchi bilioni di dollari per duplicare uno dei più grossi errori architetturali fosse il modo di dimostrare ad Al Qaeda che gli americani sono al comando della civilizzazione contemporanea. Come ha scritto Paul Goldberger su The New York Times. Nonostante il gradimento popolare, Foster è stato escluso dalla gara perché non aveva rispettato le istruzione della LMDC, che voleva interventi graduali nel tempo e un progetto che si integrasse con il resto della lower Manhattan, recuperando alcune delle strade che erano state cancellate nella realizzazione del centro commerciale originale. Le torri di Foster sorgevano su un grande blocco che occupava quasi tutta l’area del complesso distrutto e ignoravano le richieste fatte, saturando oltre misura il mercato con l’afflusso di troppe attività direzionali. Proposta bocciata.

 

Il controllo della strategia “culturale” da parte della società di sviluppo e della proprietà si è esercitato anche sul progetto, giudicato vincente, di Libeskind. La parte più emozionante della sua proposta, quella che ha attirato più attenzione, era il muro di cemento che formava la fondazione delle torri gemelle originali, il cosidetto “bathtub”. Usarlo come basamento per un memoriale era un’idea forte e coinvolgente, non solo perché aveva resistito all’attacco - metafora della resistenza della democrazia americana - ma perché lasciare esposta una parte di Ground Zero, a testimonianza di una ferita aperta nel cuore della città, poteva evitare il risultato di totale rimozione che già si era verificato nel recupero della Potsdamer Platz a Berlino, che ora è un insieme di edifici per uffici il cui efficiente nitore cancella ogni memoria della dolorosa storia del luogo. Nel fare questa scelta Libeskind confermava il suo naturale e indubbio istinto nel coniugare uno spazio sacralizzato ad un organismo edilizio funzionale. Nondimeno la proprietà rappresentata dalla Port Authority intendeva utilizzare i piani interrati per scopi pratici - parcheggi per autobus, depositi per merci - e ha concesso l’utilizzo “per memoria” di soli 90 metri di muro, forte del giudizio di alcuni tecnici che temevano che l’esposizione del muro di contenimento potesse farlo cedere.

Come si è poi visto, Larry Silverstein - imprenditore che ha ottenuto in leasing le torri dalla Port Authority poche settimane prima dell’11 settembre e che da allora rivendica il suo diritto ad edificare ciò che più gli conviene - ha infine dichiarato che il progetto di Libeskind gli piaceva ma non lasciava mano libera alle speculazioni immobiliari previste ed in finale di partita ha avuto la meglio affidando la progettazione esecutiva a David Childs, più disponibile ad accogliere le sue richieste. Alla luce di questo esito ciò che appare uscire demolito da questa sorprendente gara di ricostruzione è la visione-illusione che la cultura del mercato possa essere influenzata dalla libera espressione delle arti e delle professioni o degli stessi cittadini. È anche vero però che la grande risonanza mediatica che questo progetto ha creato, innescando appassionati dibattiti che hanno coinvolto gran parte della popolazione di New York, ha mostrato, pur nella sua sconfitta, la forza che è in grado di esprimere la partecipazione attenta di critici, giornalisti, studenti e addetti ai lavori così come di semplici utenti della città. Questa forza potrebbe prevalere in altre occasioni e già oggi ha svelato al grande pubblico chi sono i registi del rinnovamento urbano e quali gli interessi reali in campo, oltre il simbolico.